Donne che tirano con l’arco, la recensione

Donne che tirano con l'arco di Vito Briamonte, la recensione

Donne che tirano con l’arco di Vito Briamonte, la recensione di Pierluigi Porazzi per Sugarpulp MAGAZINE.

Donne che tirano con l'arco, la recensioneTitolo: Donne che tirano con l’arco
Autore: Vito Briamonte
Editore: Robin
PP: 356

Donne che tirano con l’arco, come scrive Nicola Vacca nella prefazione, è “un noir profondamente politico e sociale che tocca le corde più tese di una crisi morale, economica e politica che sta attraversando il nostro Paese.”

Proprio questo, oltre all’originalità della protagonista, una campionessa di tiro con l’arco, è il punto di forza del romanzo di Vito Briamonte. Un romanzo molto coraggioso, che non descrive una realtà edulcorata, fatta solo di carabinieri paciosi e amabili, di ricette culinarie e gente semplice e perbene. Non descrive un’Italia di fantasia o di un lontano passato, che non esiste più. Briamonte racconta la realtà.

E lo fa con una precisione e una lucidità ammirevoli, puntando il dito non solo contro le storture del sistema giudiziario e burocratico, ma anche rievocando la storia recente e la “giustizia” di “Mani pulite”.

L’attività lavorativa di una famiglia onesta viene compromessa dalle false informazioni diffuse ad arte da un concorrente. La famiglia onesta, come potrebbe sembrare ovvio, denuncia il calunniatore. E da qui iniziano i suoi guai.

Perché il loro nemico è vicino alla malavita organizzata, e perché nessuno, a parte l’investigatore protagonista, il commissario Porcelli, si schiera dalla parte della giustizia. Chi per interesse, chi per superficialità, tutti gli ingranaggi burocratici e amministrativi delle istituzioni conducono la famiglia di Carlo e Myriam, questi i nomi dei due protagonisti, alla rovina economica. Ma se Carlo cede alla disperazione, Myriam decide di opporsi alle ingiustizie, a modo suo.

Senza aggiungere altro riguardo alla trama, leggendo il romanzo si resta agghiacciati dalla verosimiglianza e dal realismo con cui Briamonte descrive il marcio delle istituzioni, senza risparmiare nessuno. E si capisce che, se resti invischiato, anche solo per caso, negli ingranaggi della burocrazia e della legge (che è cosa ben diversa dalla Giustizia), puoi rischiare di perdere tutto, anche se sei innocente o se sei la parte lesa della vicenda.

Leggendo questo romanzo mi è venuta in mente una frase che mi ha detto tempo fa un avvocato: “in Italia conviene essere colpevoli, quando vai davanti a un tribunale, perché non hai nulla da perdere, solo da guadagnare”. Una affermazione tragica – ma purtroppo vera – che è anche una sentenza. Se Shakespeare scriveva c’è del marcio in Danimarca, Briamonte, a ragione, ci fa capire che in Italia, ormai, il marcio è ovunque.

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