Dylan Dog 325: Una nuova vita

Dylan Dog comincia una nuova vita editoriale: con Roberto Recchioni in cabina di regia ci sarà davvero la tanto attesa svolta per il mitico personaggio Bonelli?

Dylan Dog 325: Una nuova vitaE alla fine arrivò Recchioni. Il numero 325 di Dylan Dog dovrebbe essere il numero della svolta, il ritorno agli antichi fasti per una testata che da molto, troppo tempo, sembra aver perso lo smalto dei primi favolosi cinquanta numeri. Questo almeno nelle intenzioni della Bonelli Editore, che finalmente ha preso di petto l’evidente esigenza di dare una bella scossa al suo personaggio più rappresentativo (se escludiamo Tex, ma Tex è fuori concorso in qualsiasi concorso).

Recchioni non si sbilancia troppo, stando alle interviste rilasciate, riguardo a quali saranno gli elementi di novità della testata (Bloch va finalmente in pensione, si passa dal voi al lei, nuovo arcinemico per Dylan) e in fondo va bene così: una sorpresa è una sorpresa. Ma quello che pare certo è che non si batterà il periglioso solco tracciato da Sclavi. E questo per un motivo molto semplice: solo Sclavi riesce a scrivere come Sclavi, dunque tutti gli altri comuni mortali lascino perdere e facciano altro, grazie mille.

Il numero 325 è il numero della svolta, si diceva, ma per ora Recchioni – affiancato da Franco Busatta – si limita a coordinare e sovrintendere. Sclavi dunque esce di scena anche formalmente, rimanendo solo come padre nobile della testata. Come lo stesso Recchioni precisa nella pagina di presentazioni, si andrà avanti ancora per un annetto con il meglio (sic) di ciò che già c’era in cantiere, per poi esordire con il 2.0 a ottobre 2014.

E infatti l’albo, intitolato “Una nuova vita”, con una splendida copertina del maestro Stano (inchiniamoci) che ritrae Dylan mentre si scopre il volto ricoperto di bende chirurgiche (simbolismo che si spiega da solo), è affidato a un altro veterano dei fumetti, il grande Carlo Ambrosini.

Ma com’è la storia? La storia è bella, va bene, ma è ancora una storia del dylan dog con le iniziali minuscole. Per intenderci e senza spoilerare nulla, è una tipica storia ambrosiniana giocata sui simbolismi e sui cari vecchi intrecci spazio-temporali che tanto ci piacciono. Di caratteristico, a parte che si parla del diavolo (ma non spuntano le corna), di tipico dilandoghiano c’è veramente ben poco. E se infatti sostituiamo mentalmente il protagonista (che poi non è nemmeno protagonista, più un co-protagonista, a essere generosi) con un altro personaggio, che so, magari un tizio che si chiama Napoleone e magari fa il portiere in un albergo in Svizzera, la storia non cambierebbe poi molto.

Non che sia un difetto in sé, per carità, perché l’albo è comunque un bell’albo. Solo che Dylan sta alla finestra, e la scena la rubano gli altri. I comprimari appaiono, ma giusto per contratto. Il vecchio Bloch, Madame Trelkowsky, e naturalmente Groucho.

Ecco: Groucho, a cui Ambrosini fa recitare battute con il freno a mano tirato, che non strappano nemmeno mezzo sorriso, è la vera sfida che chiunque voglia rivoluzionare Dylan sarà chiamato ad affrontare. Un personaggio creato e modellato sul DYD sclaviano, che in quel contesto era perfetto e che in qualsiasi altra cornice sembra l’invitato più noioso di una festa noiosa.

Insomma, un numero godibile, un manifesto che promette molto e che chiede al lettore ancora un poco di pazienza: tra un po’ si comincia a fare sul serio.

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