Non sempre è un male avere a che fare con editori scarsi e pubblicare romanzi così così

La polemica di Giulia Mastrantoni, scrittori, editori ed editor

La provocazione di Giulia Mastrantoni: pubblicare un libro imperfetto è importante e può aiutare gli autori a crescere, così come avere a che fare con editori scarsi.

Partiamo dal presupposto che l’editoria italiana è piena di robaccia, la cui colpa è solo parzialmente da ricercarsi negli autori. Nel caso del selfpublishing non assistito, la responsabilità è senz’altro dello “scrittore”, inteso come persona che ha scritto ciò che leggiamo, ma nel caso di tanti piccoli editori, la colpa è soprattutto degli editor. Sono in molti a puntare sulla quantità di ciò che si pubblica, anziché sulla qualità. Sono in molti a non effettuare un vero lavoro di editing sul testo, prima di mandarlo in stampa. Sono in molti a non essere mai «presenti» nei confronti degli autori.

Leggo moltissimi emergenti, sia di matrice self che editi da piccole case editrici: nel caso dei self, a volte ci sono errori di grammatica gravi, ma è una pecca che trovo spesso anche nei romanzi che hanno alle spalle un editor. Allora qual è il vantaggio di avere un editor? Nessuno, in quel caso, e, anzi, serve solo ad assottigliare la già esigua percentuale di guadagno dell’autore. E a quel punto, vince l’opzione self, possibilmente non assistito, perché gli editor freelance sono una spesa che, per quanto piccola, non verrà ammortizzata dai guadagni. Inoltre, un interrogativo da non sottovalutare, come si può essere certi della qualità del lavoro svolto da un editor freelance? Non esiste una risposta banale, a questa domanda.

Nell’epoca dei freelance, la qualità del lavoro degli stessi è un’incognita, in molti casi. Ovviamente, ce ne sono di bravissimi, ma… da dove può iniziare, un autore alle prime armi che non ha conoscenze, se non dal cercare su google: “editor freelance” e pescare un nome, più o meno a caso? Non biasimo coloro che non lo fanno. Il motivo per cui i piccoli editori puntano alla quantità, a discapito della qualità, è che di editoria non si vive. Pubblicare poche proposte ben curate è un investimento meraviglioso, ma rischioso. Pubblicare tante nuove uscite, sulle quali non si è speso nulla di editing, mette in una posizione di “vantaggio”.

È chiaro che un lettore, dopo aver letto uno, due e tre libri di emergenti con refusi, grammatica stridente e impaginazione pessima, non comprerà il quarto. E questo andrà a mettere ancora più in difficoltà l’editore, che avrà perso un cliente. Ma, in fondo, i clienti sono gli amici e i conoscenti degli autori pubblicati, no? Quindi non c’è perdita, a livello di possibili vendite per le eventuali nuove uscite di altri autori emergenti. Quello con cui gli editori non fanno i conti, però, è la possibilità che gente come me, che legge per passione, potrebbe acquistare altri titoli, oltre a quello della persona che conosce. Perché, diciamocelo, i lettori sono gente curiosa e un bel catalogo li attira sempre. Quindi, curare l’editing potrebbe essere una scelta saggia, oltre che moralmente doverosa.

D’altra parte, si vendono poche copie a un prezzo bassissimo e si rientra a malapena nelle spese, per un piccolo editore. Figurarsi pagarci l’affitto a fine mese! Sono pochi gli editori che fanno realmente funzionare la propria casa editrice. Di fatto, già rientrare nelle spese è un traguardo, oggi. Laddove si riesce anche a guadagnare qualcosa, l’editore intelligente che crede in ciò che fa, punta a reinvestire il tutto nel proprio progetto.

È un gesto dalla bellezza devastante, se ci si riflette su: denota amore, passione e una fiducia notevole nel fatto che la propria voglia di lavorare in modo «vero» verrà ripagata. Detto questo, viste le condizioni in cui verte l’editoria italiana oggi, è molto più probabile che un emergente venga pubblicato da un editore non proprio scrupolosissimo, che da uno armato di passione e pazienza. Eppure, anche in questo, c’è un lato positivo.

L’emergente che ha fatto esperienza di una pubblicazione non ben riuscita, che ha vissuto sulla sua pelle la frustrazione di non sentirsi affiancato da professionisti del settore veri, presterà attenzione al suo prossimo editore. Se ha voglia di scrivere, se ama ciò che fa e se è sufficientemente testardo, si metterà d’impegno per curare il più possibile il proprio testo, per scegliere con pignoleria un nuovo editor e per limare ogni dettaglio del proprio libro.

Pubblicare con un editore, deludente, insomma, aiuta a capire che, se realmente si ama ciò che si fa, occorre migliorarsi, migliorarsi e migliorarsi. Da soli, insieme a professionisti, sempre, in un eterno divenire. Nel migliore dei casi, l’emergente che ha il famoso «fuoco dentro», lo farà. E i risultati varranno la pena. Quindi, in un mondo editoriale che è quello che è, non tutto è nero.

Sta agli scrittori, scegliere se aiutare quest’universo a diventare più bello. Sta ai lettori, decidere che bisogna dare una chance ai libri. E sta ad entrambe queste figure, far sì che i primi abbiano in sé il prerequisito fondamentale per scrivere: essere lettori voraci. Se non siete i primi a leggere continuamente, se non siete i primi ad acquistare eBook, romanzi e pubblicazioni di emergenti, allora non iniziate affatto a scrivere.

Non è salutare, né per voi, né per gli altri.

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