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Escape Plan 3, l’ultima sfida

Escape Plan 3, l’ultima sfida è uno di quei film che si sarebbero potuti tranquillamente evitare eppure, nonostante tutto, riesce ad essere migliore del secondo disastroso film del franchise.

È storia nota, ma anche con questo tipo di racconti, di aneddotica o di cronaca, si trova sempre qualcuno che non conosce fino in fondo tutti i dettagli, quindi è sempre bene ribadirli.

Nei primi anni del nuovo millennio Sylvester Stallone, promessa di culto del cinema statunitense di fine anni ’70, megastar degli anni ’80 e ’90, era finito. Dimenticato, archiviato, superato, kaputt.

Era finito a fare la parodia di sé stesso nella pubblicità di un salame nostrano. Ad apparire per pochi minuti in Taxxi 3, a sdoppiarsi in quattro ma con meno verve di Michael Keaton nel terzo film sulle spie bambine di Robert Rodriguez. La gloria di un tempo era ben lontana.

Eppure… 

RINASCITA

Eppure è finita si dice alla fine, come ebbe modo di insegnarci col suo inaspettato quanto trionfale ritorno.

Il buon vecchio Sly, che, a dispetto di una manciata di scelte sbagliate e di un sistema produttivo che l’aveva intrappolato specie negli anni ’90, ha sempre avuto una gran bella testa, dimostrò di essere un uomo di Cinema a trecentosessanta gradi e tornò a farsi autore, per rilanciare le sue due icone, Rocky e Rambo.

E lo fece zittendo tutte le inutili voci e le battutine sarcastiche da quattro soldi, riacciuffando un posto d’onore a Hollywood, lanciando la trilogia de I Mercenari a un’età in cui normalmente anche fuori dal dorato mondo del cinema vieni dato per spacciato. E regalandosi così una nuova fase della carriera.

Con risultati commerciali alterni, ma comunque dignitosi, e specialmente con risultati artistici di tutto rispetto (la gestione del personaggio Balboa anche nella nuova costola del franchise, quella di Creed, è esemplare. Non c’è nessun altro a Hollywood che abbia saputo portare rispetto così a lungo tanto a una sua creazione quanto al pubblico).

Purtroppo però è arrivato anche per lui lo spettro degli straight to video, quelle produzioni pacco buone per vecchie glorie ormai bollite che però fanno il giro del mondo proprio perché sfruttano il nome di qualche attore che un tempo faceva sfracelli al botteghino.

STRAIGHT TO VIDEO

Poi non importa niente a nessuno se il tale nome nel film si vede sì e no dieci o quindici minuti spalmati lungo i canonici novanta e il resto è tutta fuffa trascurabilissima. È  un tipo di produzione che funziona da decenni e miete vittime illustri non solo nelle fila degli eroi action. Se

Van Damme, Lundgren, Seagal, Snipes e altri ci campano da lustri, nel nuovo millennio si sono uniti anche Cuba Gooding Jr., John Cusack, Nicolas Cage e soprattutto, ahinoi, Bruce Willis, che a parte qualche sortita con qualche regista ancora nel giro che conta (Anderson, Rodriguez, Shyamalan per esempio), si è autoconfinato in un gabbia in cui può avere il massimo della paga col minimo sforzo, sfornando due o tre filmetti ignobili l’anno in cui è la pallida ombra della star che fu.

Ecco, nonostante i ritorni di Rocky e Rambo (e c’è un atteso quinto capitolo in arrivo) siano andati benissimo, soprattutto da un punto di vista artistico, così come anche alcuni film a sé stanti fossero particolarmente riusciti, nonché qualche cammeo d’eccezione sia andato a segno (nel sequel de I Guardiani della Galassia, un colpo non da poco), Stallone inspiegabilmente ha deciso di prendere quello che era un buon film di genere come Escape Plan, dove per la prima volta divideva lo schermo fifty fifty con l’amico rivale di sempre, Arnold Schwarzenegger, e che aveva come unico vero difetto quello di essere uscito con una ventina d’anni di ritardo, e farne una trilogia con due seguiti straight to video appunto.

Se una volta questi prodotti avevano i dvd come unico mercato, ormai con le piattaforme streaming e il video on demand, hanno trovato nuovo terreno fertile. Metteteci la corsa al mercato asiatico, nuovo trend degli ultimi anni e il gioco è fatto.

ESCAPE PLAN 2

Escape Plan 2 era una porcheria talmente ignobile che persino il buon Sly, una volta visto il prodotto finito ha dovuto ammettere che fosse il film peggiore da lui mai girato (e sì, è molto peggio di Nick lo scatenato o di Fermati o mamma spara, quelle sono solo delle commediole bruttarelle, col secondo Escape Plan buttate proprio minuti della vostra vita, fidatevi).

Ora arriva nelle sale, ed è curioso che noi, insieme alla Madre Russia, siamo gli unici così boccaloni da distribuirlo in sala anziché direttamente in home video, il terzo capitolo di una sega che speriamo si fermi qui.

ESCAPE PLAN 3, IL FILM

Di interessante c’è la presenza di John Herzfeld come cosceneggiatore e regista. Herzfeld negli anni ’80 fece un flop piuttosto sonoro con Due come Noi con Travolta, ma nei novanta si riciclò intelligentemente tra i tarantinati post Pulp Fiction, con una manciata di pellicole non malaccio, come Due giorni senza respiro, un biopic televisivo su Don King e 15 minuti Follia omicida a New York, mentre del 2007 è Bobby Z il signore della droga, da un romanzo di Don Winslow.

Herzfeld è un vecchio sodale di Stallone che sin da dopo il primo Rocky ha avuto la tendenza a circondarsi ciclicamente di alcune figure ricorrenti. In Cobra Herzfeld recitò persino, nei panni di Cho, fu lui a girare Inferno, il making of del primo I Mercenari e nel 2014 aveva già diretto Stallone nel corale dramedy a tinte gialle Reach Me la strada per il successo.

Se non altro questo terzo piano di fuga Herzfeld lo impacchetta con una confezione tutto sommato curata e decente, che si lascia vedere senza troppi sbadigli e ci propone, come prigione hi-tech la tana del diavolo, dopo la Tomba del primo film e l’Ade del secondo.

La trama come spesso accade in questi film di serie c è puro pretesto, ma se ci fosse almeno un azione degna di questo nome, lo spettacolo ne gioverebbe. E invece bisogna accontentarsi del minimo sindacale, sempre con un occhio al mercato cinese, anche per giustificare quei minimi risvolti del plot e la presenza di Jin Zhang.

A far quel che si può insieme a Stallone, ancora una volta 50 Cent e Dave Bautista, probabilmente il più convinto della banda.

Certo, era davvero, davvero difficile fare peggio del secondo capitolo, e infatti quel minimo di mordente e di energia in più questo terzo ce l’ha, con il pregio di dar risalto a Zhang quanto basta, come nuova promessa di Hong Kong, anche da un punto di vista squisitamente marziale, mentre forse il miglior combattimento ce l’ha Bautista, in una scena in odore di Mixed Martial Arts.

Se proprio ci si vuol trovare un motivo di interesse, sta nel fatto che a differenza di altri prodotti analoghi, qui di melassa, buoni sentimenti d’accatto e redenzione spicciola non c’è nemmeno l’ombra, il mondo è un postaccio fetido e la vendetta culmina in un brutale combattimento a mani nude con uno Stallone che così feroce e spietato non si era mai visto.

QUELLI CHE ASPETTANO JOHN RAMBO

Anche in un filmetto da due soldi come questo un autore intelligente come Sly cerca di proporre un minimo di novità all’interno del suo percorso, encomiabile certo, e per questo gli si vuole sempre un gran bene, ma Escape Plan 3 è solo un mero e poco soddisfacente passatempo estivo in attesa che l’autunno ci riporti nelle sale di tutto il mondo John Rambo, anche perché il trailer ancora una volta in barba all’età, alle voci e alle solite battutine idiote, promette davvero bene.

A un certo punto poi, sarà meglio che si ritiri, ora che ha ancora quella gloria riacciuffata di prepotenza a metà del duemila e coltivata con amore e dedizione, tanto del suo mestiere quanto del suo pubblico. Meglio che ridursi a recitare quasi esclusivamente con primi piani impietosi in straight to video risibili come questo, che pure è stato tra i più visti, comprati e scaricati alla sua uscita, sulle piattaforme di tutto il mondo.

Il che forse dimostra che noi possiamo fare tutte le chiacchiere che vogliamo, ma che alla fine hanno ragione loro se questi sono i risultati, perlomeno quelli numerico-economici.

Ma se proprio ci deve essere un futuro per questo franchise malconcio, forse sarebbe meglio pensare a una miniserie tv, proprio perché ci sono tante piattaforme a cui chiedere asilo, piuttosto che un quarto capitolo.

Il finale vero e proprio è aperto, staremo a vedere. Ma, indubbiamente, senza ansia alcuna.

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