Fabio Volo e La ragazza del treno

Fabio Volo e La ragazza del treno. Matteo Strukul dice la sua sull'ennesima sterile polemica contro chi firma bestseller e ci racconta un libro meraviglioso

Fabio Volo e La ragazza del treno. Matteo Strukul dice la sua sull’ennesima sterile polemica contro chi firma bestseller e ci racconta un libro meraviglioso.

Premessa: questa cosa di scrittori che stroncano altri scrittori mi pare una follia, per questo in un mercato editoriale difficile e con il fiato sempre più corto, sentire e vedere Michela Murgia che massacra l’ultimo libro di Fabio Volo è a dir poco lunare.

I lettori di A cosa servono i desideri saranno abbastanza intelligenti da giudicare da sé, decretando o meno il successo del libro, il resto sta a zero.

Anzi, in un certo senso, riconosco a Fabio Volo, fra i suoi vari meriti, quello di aver conquistato con i propri libri anche legioni di non lettori alla causa che tanto ci sta a cuore. E poi proprio grazie al successo dei libri di Volo, Mondadori ha potuto pubblicare altri autori di grande qualità che magari non hanno venduto nemmeno un millesimo delle sue copie ma hanno potuto trovare comunque uno spazio e una visibilità in libreria, guadagnando la legittima possibilità di farsi conoscere dai lettori e di crearsi una carriera o un percorso artistico o un mercato nuovo, chiamatelo come vi pare.

Ma poi dico io, ma non è meglio portare le persone a tuffare gli occhi fra le pagine dei libri piuttosto che in luoghi meno costruttivi? Vabbè! Qui a Sugarpulp la filosofia è diversa: parliamo solo dei libri che ci piacciono, per il resto non c’è tempo!

La ragazza del treno, un romanzo che spacca

Detto questo, arrivo oggi a scrivere di un romanzo che ha letteralmente spaccato! Mi riferisco a La ragazza del treno di Paula Hawkins. Sono arrivato tardi lo so, addirittura dopo aver visto il film che è di una bellezza notevole grazie a una strepitosa interpretazione di Emily Blunt, a una regia sicura, e ad altre due protagoniste magnifiche come le attrici Rebecca Ferguson e Haley Bennett.

Un film tutto al femminile, certo, con gli uomini a fare da comprimari ma con classe e intelligenza, in termini interpretativi: inquietante al punto giusto Luke Evans, ambiguo Justin Theroux, come a dire che poi si può essere indimenticabili anche in ruoli secondari, non è che devi sempre stare in faccia all’obiettivo, uomo!

E ora il libro: anzitutto, ragazzi, c’è un ritmo che non trovavo da un pezzo. Le pagine filano alla velocità del suono grazie a una scrittura scintillante, equilibrata, dritta come un fuso. Poi c’è la costruzione di tre, diconsi TRE, psicologie femminili da urlo. Paula Hawkins ha lavorato i personaggi di Rachel, fragile e forte, Megan, sensuale e inquieta e Anna, possessiva e materna, in modo sublime

Le figure maschili non sono il massimo, umanamente parlando, ma non c’è certo un accanimento manicheo, gli uomini vengono ritratti piuttosto con tutte le loro debolezze e le ossessioni del caso, nulla che non sia credibile o perfettamente maschile. Non si scade mai nello stereotipo però, o meglio, ci sono i cliché ma sono elaborati in modo talmente personale e efficace da risultare completamente nuovi, spiazzanti, coinvolgenti.

Le situazioni, le immagini, la trama e i subplot vanno in direzioni che non mi sarei mai aspettato e Paula Hawkins è davvero bravissima nella costruzione del succedersi degli eventi. Per certi aspetti questo suo esordio mi ha ricordato le cose migliori di Megan Abbott e Gillian Flynn, due autrici che vi consiglio di leggere, se vi piacciono i romanzi neri, intrisi di psicologia. E a me piacciono parecchio.

Comunque la storia è una meraviglia, con un fluire ritmato di piccoli dettagli, di ricordi spezzati, di fantasie alcoliche – Rachel ha grossi problemi con la bottiglia – che aggiungono mistero e fascino alla trama, ci sono legami sorprendenti, manie, fobie, eros, in un cocktail emozionale stupefacente.

Senza contare che questo romanzo, davvero spettacolare, ha venduto qualcosa come quindici milioni di copie in due anni, nel mondo. Ora, lo sappiamo, le vendite non sono tutto, ci mancherebbe altro, ma non può nemmeno essere che uno è un mito solo se non vende mai un kazzo.

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