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First Man di Damien Chazelle, la recensione

First Man, la recensione

First Man di Damien Chazelle, la recensione di Matteo Strukul dalla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia per Sugarpulp MAGAZINE.

Non sono mai stato un estimatore di Damien Chazelle: non mi era piaciuto Whiplash e non mi aveva particolarmente affascinato La La Land. Mi era parso un film furbetto, romantico da Baci Perugina, infarcito di stereotipi, pieno di piani sequenza che… vabbè.

Ma quel secondo film di Chazelle aveva conquistato l’orbe terracqueo: aveva ricevuto 14 nomination agli Oscar, vincendone 6. Chazelle veniva premiato dall’Academy come miglior regista – a poco più di trentadue anni – collezionava una pioggia di Golden Globe e Premi Bafta, facendo vincere a Emma Stone un Oscar e una Coppa Volpi. Insomma, la considerazione alla fine è stata: ok, Strukul c’hai preso! Ah ah ah ah!

Sia come sia, l’idea di vedere il suo nuovo film, First Man, una pellicola che raccontava la storia di Neil Armstrong, il primo uomo sulla luna, mi attraeva abbastanza – confesso di apprezzare molto di più film di questo genere rispetto ai musical ed è un mio limite – ma non al punto da farmi stracciare le vesti. Cocciutaggine? Pervicacia? Idiozia? Non lo so, fate voi ma così era. Ognuno ha i suoi difetti. E io ne ho parecchi. O forse ho i miei gusti e fine della storia.

Stamattina, però, mi sono messo comodo, ho indossato la mia felpa perché la temperatura subpolare della sala Darsena, complice l’aria condizionata, lo imponeva e… sono rimasto con gli occhi incollati allo schermo per due ore e un quarto. Senza riuscire a staccarli per un istante.

Rapito, incantato, sconvolto, scioccato, ecco la parola giusta è questa: scioccato. La sequenza iniziale è stata roba al cardiopalma: il sonoro deflagrante, la sequenza nell’astronave a dir poco claustrofobica, Gosling sofferente, concentrato, teso, malinconico e coraggioso. I suoi occhi dietro il casco che sembrano quasi una preghiera.

Non lo so, ho fatto un balzo sulla sedia e ho pensato a tutta quella roba Marvel che mi hanno propinato negli ultimi anni, alle commedie che arrivano in distribuzione, ai film autoriali talmente pesanti che mi lasciano esanime sulla poltrona del cinema e… e ho ringraziato la coppia Baratta-Barbera per aver voluto così fortemente che un film del genere aprisse la più incredibile edizione della Mostra del Cinema di Venezia vista in questi anni. Almeno finora. E tutto nonostante, con loro in sella, il livello sia stato sempre molto alto.

Ma qui siamo su un altro pianeta. O satellite, eh eh. Un inizio incredibile di Mostra, dicevo: già, perché pure Sulla mia pelle di Alessio Cremonini con Alessandro Borghi è un film a dir poco pazzesco. Ma non divaghiamo. Torniamo a First Man.

La sequenza iniziale è devastante. Tecnicamente non posso assolutamente giudicare un regista, ma da spettatore vi dico che mi ha letteralmente schiacciato contro lo schienale della poltrona. Ho sentito il cuore in gola, ho provato un senso di nausea, di paura, di tensione infinita, ho sperato che Neil Armstrong atterrasse. E ho pensato che Chazelle è un maledetto genio del cinema.

E, occhio, eravamo ai primi dieci minuti di film, con Armstrong/Gosling a pilotare un aerorazzo, rimbalzato contro l’atmosfera e impegnato a trovare un modo per atterrare dopo essere caduto in picchiata dalla quota di quarantasei chilometri sul livello del mare.

Poi, dopo un inizio del genere, arriva un film che ci racconta l’avventura di Armstrong, la sua chiamata alla NASA, l’entrata nel progetto Gemini, gli amici rimasti uccisi, la corsa contro l’Unione Sovietica, quando Jurij Gagarin faceva vedere i sorci verdi ai ragazzi a stelle e strisce, diventando il primo uomo a orbitare intorno alla terra a soli ventisette anni.

E poi il suo rapporto con la moglie, i figli, quella sua vita apparentemente semplice: la casa, la piscina, gli amici, le birre, il barbecue. Tutto il non detto, i silenzi, la lacerazione profonda, la ferita che non si rimarginerà più dopo la morte della figlioletta Karen.

E l’umiltà, tutta l’umiltà del mondo quando ancora una qualità del genere era un valore mentre oggi conta come un due di picche a briscola. Oggi, quando tutti noi siamo impegnati a pontificare, scattarci selfie e apparire fottutamente sicuri di noi stessi. Ecco, il fatto che questo sia per certi versi un film storico, che pone l’accento su una conquista incredibile come quella della distanza terra-luna, come aveva preconizzato in un romanzo di fantascienza Jules Verne, ha reso questo film ancora più strepitoso, ai miei occhi. Sono gusti, lo so.

Altri aspetti… Dunque… Formidabile Claire Foy nell’interpretare Janet Shearon, la moglie di Neil Armstrong: con occhi blu giganteschi, una determinazione infinita e tutta la forza di una madre che protegge i figli, ascolta il marito, lo obbliga a parlare, lo comprende fino all’ultimo, anche quando sembra impossibile.

Tutti gli altri interpreti, a partire da Jason Clarke, sono uno meglio dell’altro, a conferma di come Chazelle sia anche un gran direttore d’attori. In conferenza stampa, il regista ha confessato di aver vissuto il coinvolgimento di Steven Spielberg nella produzione come un dono e queste sue semplici parole mi hanno fatto riflettere su come, per certi aspetti, First Man mi abbia riportato indietro nel tempo a due livelli: quello, quasi scontato, legato ai fatti narrati, che chiaramente non ho conosciuto in prima persona, e quello di quando ero ragazzino e rimanevo con gli occhi spalancati nel vedere film come Indiana Jones e i predatori dell’arca perduta, E.T., Lo Squalo, Indiana Jones e il tempio maledetto, L’impero del sole.

Ho ritrovato tutta quella pura gioia e magia di cinema e anche qualcosa in più. Perché, a differenza del giovane Spielberg, la dimensione realistica, verosimile, storica, è in questa pellicola del giovane Chazelle davvero molto forte, avvicinandola per certi aspetti a Il Colore viola o Schindler’s List, mutatis mutandis, quando Spielberg aveva prima quaranta, poi quarantasette anni.

Comunque, ho ritrovato quella magia in questo film, e tutta la profondità di un dramma personale, della sfida universale, dell’uomo che oltrepassa le Colonne d’Ercole, ho ritrovato i valori perduti di un tempo che non tornerà più, quando l’umiltà, la discrezione, la cura, la dedizione, la capacità d’ascolto erano preziose come l’oro.

Forse sono solo un nostalgico ma questo film mi è davvero piaciuto tantissimo, mi ha fatto spalancare gli occhi per la meraviglia e stringere i denti per la paura: spero faccia strada, spero arrivi a giocarsi il Leone. Damien Chazelle: ho finito le parole. Questo film è un’opera gigantesca.

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