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Ghost in the Shell: non un manga, non un anime. Un universo

Ghost in the Shell: non un manga, non un anime. Un universo

Ghost in the Shell è senza dubbio una delle più influenti opere artistiche nel panorama cyberpunk degli ultimi decenni. Un gioiello da non perdere.

Avvicinarsi al cosmo di Ghost in the Shell è un’impresa ardua.

Parlarne, diventa un compito titanico. Eppure eccomi qui, per l’amore nei confronti di Sugarpulp e di questo immenso conglomerato di arte, letteratura e pensiero che è l’opera del maestro Masamune Shirow.

L’avventura parte nel 1989, quando Masamune pubblica sullo Young Magazine il primo tassello di questo puzzle, il manga Ghost in the Shell (seguito in ordine di narrazione e non cronologico, nel 2003 in volume unico da Ghost in the Shell 1.5 – Human-Error Processor e nel 2001 da Ghost in the Shell 2 – ManMachine Interface).

Leggendo oggi quelle pagine ci stupiamo dell’attualità incredibile di alcune tematiche trattate, ma soprattutto del mondo in cui il maestro giapponese ha deciso di affrontarle.

Ghost in the Shell non è invecchiato per niente. E anzi, a ben guardare, fa impallidire, per originalità e competenza stilistica, opere vicine che maggiormente conosciamo, quale ad esempio Matrix, film che moltissimo deve al genio di Masamune.

Da lì, GitS (come viene compresso per semplicità dai fan) diviene un’esplosione di diverse sensibilità: romanzi, serie animate, film e videogiochi, tutti costruiti attorno ai concetti cardine dell’opera di Masamune.

Anche se il genere toccato da Ghost in the Shell è evidentemente un post-cyberpunk in cui la tecnologia domina territorio, corpi e anime, esso ambisce evidentemente ad essere un punto di riferimento artistico e filosofico che travalichi il genere, assumendo di volta in volta i toni del thriller psicologico e del noir futuristico.

Di fronte al visionario mondo che Masamune ci pone di fronte non possiamo restare impassibili: l’ibridazione dell’essere umano con la macchina, in diversi gradi, impone la domanda etica attorno alla persistenza dell’anima (chiamata appunto “Ghost”, nel gergo del manga), che si mantiene saldamente protagonista anche durante le serrate scene di azione delle vicende narrate.

Concetti quali “responsabilità”, “colpa” e “libero arbitrio” tornano in continuazione a martellare l’attenzione del lettore rapito, cogliendolo di sorpresa nelle riflessioni spesso provocatorie del racconto.

La “Sezione 9”, protagonista della vicenda, è una squadra di polizia speciale adibita alla risoluzione di casi riguardanti la criminalità organizzata e il terrorismo informatico. Attorno a essa cyborg, cervelli artificiali, “micromachine” e robot schiavi degli umani si alternano nel disegnare un futuro pieno di contraddizioni, proponendo riflessioni stimolanti e mai banali, persino per noi, ormai abituati alla fantascienza più spinta (che spesso non riesce però a scalfire poco più della superficie).

Una parola di elogio va a Kenji Kamiyama, il regista delle due serie anime Ghost in the Shell – Stand Alone Complex e Ghost in the Shell – Stand Alone Complex – 2nd GIG, una riuscitissima trasposizione delle vicende narrate nel manga sul piccolo schermo.

Ma Kamiyama non si è limitato solo a questo, preferendo ampliare (senza mai tradire) molte delle tematiche care a Masamune. L’anime, datato 2002 per la prima serie e 2004 per la seconda, e a mio parere uno dei più godibili del decennio passato, riesce a fondere alla perfezione i ritmi serrati del thriller fantascientifico ai momenti di grande profondità riflessiva attorno alle tematiche sopra citate.

Non si perde lo sconvolgimento delle categorie etiche sperimentato nel manga, e si arriva fino a un controverso finale di seconda serie che lascia grande spazio alla critica e ancor più alla riflessione.

Si vocifera di una terza serie televisiva, ma visto lo sbrodolamento che i tardivi sequel stanno riversando sui gioielli del passato, la nostra speranza è che i detentori dei diritti facciano un passo indietro, per amor dell’arte.

Insomma, Ghost in the Shell è un gioiello di arte figurativa, ma anche e soprattutto un pezzo di grande letteratura di genere. Difficilmente il genere cyberpunk ha toccato vette così alte nella produzione manga e anime, e gli appassionati non possono prescindere dalla lettura del fumetto e dalla visione della serie televisiva.

A corollario, i due film diretti da Mamoru Oshii che peccano forse di non aver saputo mantenere un equilibrio tra l’elemento di puro intrattenimento e il sostrato “filosofico”, risultando forse più pesanti e lenti rispetto alla serie televisiva.

E, al fondo della lettura del manga e della visione dell’anime, la domanda rimane, persistente e insistente, dentro la testa del lettore/spettatore: che cosa è umano?

E, ancor di più: esiste davvero qualcosa che valga la pena di essere chiamato “umano”?

Anima, corpo, volto: l’universo di Masamune rompe ogni nostra certezza, e ci lascia il dubbio profondo di essere, ancora una volta, qualcosa di completamente differente da ciò che ingenuamente credevamo.

Forse, l’eredità più importante lasciata da Ghost in the Shell.

La voce di wikipedia dedicata a Masamune Shirow

Guarda il trailer su Youtube

 

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