Giù nell’abisso

Giù nell’abisso, un racconto inedito di Timothy Dissegna per Sugarpulp

Quando il medico gli comunicò l’esito della visita, Manuel non ci poteva credere. Non voleva farlo. Quelle tre parole appena pronunciate dall’uomo con il camice bianco seduto di fronte a lui avevano lo stesso identico suono del terreno che si sgretola sotto i piedi. Ma lui non poteva muoversi, i suoi muscoli glielo impedivano. Il collegamento tra cervello e il resto del corpo si era assopito in un improvviso blackout fisico.

Rimase fermo, seduto sulla sedia in plastica come pietrificato, nello studio bianco illuminato dagli accessi raggi del sole che entravano dalla finestra a muro. Quel pomeriggio di luglio riempiva prepotentemente la stanza, baciando avidamente con la propria luce gli oggetti in metallo sparsi qua e là, senza aver chiesto il permesso a nessuno.

Brillavano, riflettendo quel sole distante migliaia di chilometri da laggiù, mentre dentro di sé Manuel si sentiva piombare un freddo glaciale, mortale. Il suo sguardo si perdeva nei disegni che componevano le piastrelle del pavimento, sconosciute pitture tribali nate per caso dal lavoro degli operai che le avevano posato mesi prima.

L’uomo rimase immobile per diversi minuti. Gli sembravano anni interminabili, senza che riuscisse a formulare un’azione da inviare attraverso il sistema nervoso a una mano, un piede o altro. Li vedeva, all’interno della sua mente, gli impulsi che rimbalzavano alla cieca da una parte all’altra del cervello, senza riuscire a trovare il percorso giusto da intraprendere. Era tutto frutto dell’immaginazione, lo sapeva bene, ma era così realistico e ci avrebbe messo la mano sul fuoco che la situazione nella sua testa non andava tanto distante da come pensava.

E intanto la crepa sotto di lui aumentava, allargandosi come le fauci di quei spaventosi mostri senza forma e colore che ultimamente invadevano i suoi sogni durante la notte, inghiottendolo nel vuoto nero sotto di sé. Una terribile sensazione di caduta libera si impadronì di lui, strattonandolo dalla testa ai piedi, come se un’energia oscura lo stringesse a sé e ora, in quello studio bianco invaso dal sole, di fronte al dottore in camice bianco che lo osservava con espressione sconsolata stampata dietro le fini lenti degli occhiali, dalla parte opposta della scrivania che li divideva…in quel preciso punto Manuel si sentiva trascinato nell’abisso, sempre più velocemente e pregò che la cosa durasse il meno tempo possibile.

Gli mancò il fiato, come quando ti lanci di corsa dalla cima di un pendio molto alto e arrivi a terra stremato, senza più un briciolo di aria nei polmoni e con il cuore in gola che batte fortissimo. Sembrava che stesse per scoppiargli da un momento all’altro, sentiva i battiti vividi dell’organo contro il pomo d’Adamo, e la nausea lo invase dalla testa ai piedi, facendolo tremare. Ma non successe niente, rimase fermo dov’era, come uno di quei guerrieri in terracotta cinesi che aveva visto qualche volta in televisione.

Alzò lo sguardo dalle piastrelle lucide, rompendo quel silenzioso incantesimo che lo teneva incollato al pavimento. Incrociò gli occhi del dottore che lo fissavano ancora con compassione e una profonda irritazione gli bruciò dentro. Del suo biasimo, di quel dolore da medico non gli fregava un cazzo dopo che quelle tre parole gli si erano ficcate nel cervello, come aghi affilati che dilaniano la carne soltanto a toccarla.

Sclerosi. Laterale. Amiotrofica. Manuel ripeteva dentro di sé quel nome, così lungo e complicato che gli faceva tremare le ossa come ghiaccioli al sole soltanto pensandolo. Era pallido in volto, sembrava un cadavere senza più un soffio di vita in corpo e cominciò improvvisamente a vacillare, tanto che dovette stringersi alla sedia per non cadere. Il medico si alzò, uscendo per un istante dal campo visivo appannato di Manuel.

Dopo qualche secondo una mano maschile gli porse un bicchiere di plastica pieno fino a metà d’acqua e lui lo prese, ringraziando con un timido cenno del capo. Subito ricomparve anche il dottore, sempre seduto di fronte a lui.

Manuel tremava ancora e gli uscì qualche goccia dal bicchierino, bagnando tutto intorno. Bevette un sorso a fatica, la gola gli era diventata così secca che ogni singola goccia era un tormento che gli bruciava dentro. Ma era più il liquido che usciva che quello che riusciva a mandar giù, per cui l’appoggiò sulla scrivania che aveva davanti e se ne dimenticò presto.

Era immerso in quel pensiero che ormai gli stava divorando la mente, come un acido potentissimo devasta tutto ciò che tocca senza alcuna pietà. Aveva spesso sentito parlare di quella malattia, ne avevano parlato in TV e scritto sui giornali, ce l’ha anche quel vecchio giocatore della Fiorentina di cui non ricordava mai il nome. Ma gli era sempre suonata così distante, anonima, terrificantemente insignificante per lui…fino ad allora.

Aveva visto le immagini delle persone in carrozzina, rachitiche e bloccate in pose che gli mettevano sempre i brividi, con lo sguardo perso nel vuoto e per loro provava una gran pena. Quello che i media vogliono, insomma… Aveva pure mandato una volta un SMS a favore della ricerca per trovare una cura, quando c’era la trasmissione in televisione di quelli che corrono tutto il giorno per donare soldi…

Però non si era mai interessato più di tanto a quel nome lungo e impronunciabile. Sí e no se lo ricordava quando ascoltava o leggeva la sigla, SLA, tre lettere che racchiudono un messaggio di morte. Sapere che adesso si trovava dentro di lui era come avere un coltello infilzato nella spina dorsale, una scossa gelata che lo paralizzava e lo schiacciava senza poter opporre resistenza.

Lentamente il blackout fisico scomparve, dando modo al cervello di riprendere contatto con il resto del corpo e sentì quasi gli impulsi nervosi che tornavano a circolare dentro di sé, velocissimi e silenziosi ingranaggi che riprendevano la loro abituale frenetica corsa attraverso il sistema nervoso. Tirò un sospiro e il suo fiato si disperse nell’aria calda dello studio, colpita dai raggi del sole che ora sembravano piú accesi.

Fissò il medico dalla parte opposta della scrivania ma non riusciva a parlare; le parole gli morivano in gola prima ancora che potessero trovare una propria forma, segni di punteggiatura persi nella voce silenziosa della disperazione. Avrebbe voluto scoppiare a piangere a dirotto, senza preoccuparsi minimamente dell’estraneo di fronte a lui, ma un flebile barlume di pudore lo bloccò, non riuscendo però a evitare che una lacrima gli rigasse il volto tradendolo.

Il medico se ne accorse e un’espressione di disagio gli si dipinse sul volto. Tentò di allegerire per quanto poteva la situazione, dicendogli che in fondo non erano ancora a un punto critico, si stavano sperimentando delle cure che potevano guarirlo e che poteva partecipare come paziente ai test. Però Manuel sentiva che quelle erano parole di circostanza, frasi buone per alleggerire la coscienza di colui che gli aveva appena comunicato quel tragico referto e poco altro.

Dubitava seriamente che quell’SMS che aveva inviato quella volta avesse contribuito seriamente ad aiutare qualcuno, meno che meno potesse farlo con lui adesso. Si sentiva sprofondare in una realtà che non riconosceva più e si stava rivelando nel suo volto più tetro.

Era successo tutto così all’improvviso, tutta colpa di quel malore in spiaggia. Non sopportava mai il caldo, nemmeno quando era giovane, tantomeno ad agosto e con quel caldo. Ma l’acqua era così limpida che non aveva resistito a tuffarsi, cosa gli era saltato in mente? A uno della sua età non era più concesso fare cose simili, doveva metterselo in testa, glielo diceva sempre sua moglie.

Il mare lo cullava dolcemente tra le sue onde, come una madre accudisce con amore il figlio tra le proprie braccia, fino a quando tutto ha cominciato a girare e si é ritrovato a galleggiare a faccia in giù per qualche secondo nell’acqua chiara e trasparente. Da li in poi i suoi ricordi si facevano confusi: le grida, la gente attorno, qualcuno che lo carica su un furgone o qualcosa di simile, la sirena di un’ambulanza, medici e infermieri che lo accerchiano e lo studio come se fosse un animale morto e impagliato.

Poi un lungo, interminabile vuoto di silenzio, e il medico che entra nella stanza dove lui era ricoverato con la cartella clinica in mano e il volto cupo. Servono degli accertamenti, aveva subito detto, il malore che ha avuto non centra con la malattia. Anzi, é stata quasi una fortuna che l’avesse avuto, altrimenti chissà quando lo avrebbero scoperto. Fortuna un cazzo, aveva pensato Manuel, dopo aver subito quella mazzata dritta al cuore. Aveva sentito l’abisso che si spalancava sotto i suoi piedi, come ora che riceveva la temuta conferma di quelle prime analisi.

In pochi istanti si era ritrovato nella stessa situazione di quelle persone che a volte mostrano in TV, immobili sulla sedia a rotelle. Era finito dall’altra parte, come imprigionato in uno specchio rotto da cui non c’è via di fuga.

Non c’è nulla fare, pensò, immaginandosi già paralizzato e incapace di parlare. Mantenne lo sguardo verso il medico, che continua a ripetergli di non disperare perché c’erano buone possibilità di guarire secondo lui, e gli disse che per lui ormai non c’era più niente da fare. Si arrendeva, mentre tutto attorno a sé svaniva tra mille macchie nere che si sovrapponevano come una vecchia bobina che si riavvolge al cinema.

Manuel si svegliò, fradicio, ansimando. Gli mancava il respiro, un nauseabondo odore di ospedale gli riempiva le narici e si guardò in giro di scatto per vedere dove fosse. Era a casa, nel suo letto, accanto a lui si trovava sua moglie che dormiva tranquillamente dandogli la schiena.

Non vide carrozzine né altre cose che potessero ricondursi a un ospedale e ne fu molto sollevato. Un sorriso nervoso gli sfiorò le labbra, era ancora spaventato e il sudore gli cadeva copioso dalla fronte sugli occhi. Era un incubo, sussurò tra sé e sé per non svegliare la donna e autoconvincersi. Riapoggiò la testa sul cuscino e chiuse gli occhi.

Il sonno lo avvolse subito, nel silenzio imperscrutabile della notte senza suoni né colori.

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