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Glacé, la recensione

Glacé, recensione

Glacé, serie francese distribuita da Netflix, è un’occasione persa: un giallo che parte bene ma si arena malamente nella seconda metà. La recensione di Fabio Chiesa.

Dopo la produzione di Marseille e la distribuzione de La Mante, Netflix ci propone una nuova mini serie francese (prodotta dal canale televisivo M6) destinata agli amanti del giallo: Glacé.

La serie, ambientata principalmente in un piccolo paese dei Pirenei, San Martin (la location montana ricorda I fiumi di porpora, anche se il quel caso si trattava delle Alpi francesi), parte molto bene, salvo poi incartarsi a metà dell’opera per colpa di una sceneggiatura troppo pretenziosa ed un finale che lascia più di una perplessità.

La storia inizia con l’uccisione e decapitazione di un cavallo del valore di 600.000 €, di proprietà di uno degli imprenditori più importanti della zona. Le indagini vengono affidate al capitano Martin Servaz (Charles Berling), della polizia di Tolosa, famoso per aver catturato il più pericoloso serial killer francese, Julian Hirtmann (Pascal Greggory), suo ex collega ed amico, rinchiuso proprio nell’ospedale psichiatrico di San Martin. Il caso s’infittisce quando la scientifica scopre accanto alla testa del cavallo un capello dello stesso Hirtmann…

I presupposti per un buon giallo ci sarebbero tutti: ambientazione spettacolare, personaggi azzeccati, un mistero da risolvere. Tutto fila piuttosto bene sino alla quarta puntata, quando dopo una serie di omicidi legati ad Hirtmann e ad un vecchio caso di abusi sessuali, tutta la vicenda inizia a scricchiolare pericolosamente e a perdere di credibilità.

Ed è un peccato perché il cast è di ottimo livello e sino alla prima metà si ha l’impressione di stare di fronte ad uno show di prima categoria. Non un capolavoro, certo, ma un prodotto più che apprezzabile e molto curato, alla pari dei “cuggini” americani.

La più grande pecca di Glacé, che è tratta dall’omonimo bestseller di Bernard Minier, è quella di portare troppo all’estremo il meccanismo del thriller psicologico con il risultato non tanto di avvincere quanto di confondere lo spettatore.

Le motivazioni di Hirtmann (specie di Hannibal Lecter transalpino) restano imperscrutabili e confuse, così come le azioni di altri protagonisti che non fanno altro che ingarbugliare una storia iniziata in modo convincente e, fondamentalmente, sprecata.

Non ho letto il libro e non so quanto gli sceneggiatori siano stati fedeli alla trama originale. La mia speranza è che il romanzo sia più esaustivo e coerente di questa mal riuscita trasposizione che dà l’impressione di aver concentrato in troppe poche puntate una storia di più ampio respiro.

Di questo Glacé resta ben poco, tranne le sei ore perse per capire dove volesse andare a parare e la bellissima sigla di apertura con la struggente Hurt dei Nine Inch Nails reinterpretata come un canto gregoriano. Lasciate perdere la serie e godetevi la canzone, che è meglio.

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