Goonies, uno sguardo al passato, un ritorno al futuro

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Nostalgici degli ’80s, ecco a voi i Goonies! Se non vi emozionate non siete umani (o avete sempre mentito sulla data di nascita).

Gli anni Ottanta sono gli anni Ottanta, punto. Chiunque ci sia passato attraverso li ricorderà sempre con una certa nostalgia e il loro fascino colpisce anche quelle generazioni la cui carta d’identità porta scritto “1998” nella casella della data di nascita. La decade per il revival perfetto delle feste a tema: vestiti imbarazzanti e glitterati, capelli troppo gonfi e musica trash (che però ascoltiamo e cantiamo ancora!). Furono l’inizio della fine del secolo breve, l’epoca in cui la tensione fra chi aveva e chi non possedeva nulla arrivò al massimo punto di drammaticità.

Emergeva una nuova generazione in quegli anni: quella degli yuppies orgogliosi, ambiziosi, alacri lavoratori senza troppa lungimiranza. Quel decennio fu comunque un’epoca contraddistinta da una speranza e da un entusiasmo affidato alla razza umana e alla sua ingegnosità, sempre più creativa e operosa, anche se, a volte, trascurava troppo i suoi simili ed il pianeta. Il cinema in questa decade alza il tiro del budget regalandoci produzioni multimilionarie (e dagli incassi stratosferici); il fenomeno appartiene in particolare a Steven Spielberg, il regista che in questo decennio quasi da solo riportò alle famiglie la voglia di andare al cinema assieme, a godersi uno spettacolo fatto di atmosfere che ricordano le avventure degli anni Quaranta e Cinquanta, condite da un insieme di valori morali vicini alla comune visione dell’uomo medio benpensante: l’amore per il diverso, il rispetto, l’unione che fa la forza.

Gli anni sono passati e Spielberg ormai ha un bel po’ di pellicole sulle spalle, con diversi tipi di esperienze e sperimentazioni, alcune di queste discutibili. C’è gente che pensa fermamente che Spielberg ormai sia finito (ma a me Lincoln è anche piaciuto, non so, n.d.S.), eppure non si può negare che alcuni dei suoi film ci sono rimasti nel cuore indelebilmente. In particolare, ve li ricordate i Goonies? Certo che ve li ricordate, chi se lo scorda quel branco di ragazzini pestiferi e geniali! Ecco, loro non sono protagonisti di una pellicola girata da Spielberg (il regista ufficiale è Richard Donner), il quale partecipa al film come autore dell’intero soggetto. Quindi, si può anche dire che è un film suo, sotto sotto.

“Goonies never say die!” e nemmeno noi potremo mai accostare la parola Goonies al termine “fine”, perché in effetti i ragazzini di Goon Docks (letteralmente goon significa appunto strambo, n.d.r.) non sono mai morti nel nostro immaginario e nelle nostre fantasie di ex-adolescenti cresciuti a pane e film d’avventura. Siamo maturati (chi più, chi meno), veleggiamo verso i trenta (e diversi di noi già li hanno passati, n.d.G.) ma quella pellicola ci è rimasta nel cuore, profondamente, e ogni volta ci emozioniamo con sempre maggior nostalgia, ma con intatta spensieratezza e passione per il mitico film di Donner.

Chi di noi non s’è mai sentito un Goonies? Chi di noi non ha viaggiato con la fantasia sognando un’avventura perfetta condita da pirati, “tracobetti” e tesori nascosti? La magia dei Goonies è senza limiti, un rollercoaster di sentimenti semplici e allo stesso tempo pregni di significato e indelebili nella nostra memoria. Genuinamente “good enough”, per citare la memorabile canzone di Cyndi Lauper, un amalgama che rappresenta il sunto perfetto di una decade cinematografica imperfetta e speciale.

I Goonies sono un classico esempio di film immortale, portatore di nostalgia di un’epoca che sentiamo non tornerà mai più. Anche perché adesso i ragazzini son tutti fichi, non ce n’è più uno che vada a scuola in tuta da ginnastica, su biciclette malandate e con in testa un milione di immagini avventurose uscite da un libro di Salgari. Le nuove generazioni son fatte di ragazzini “belli, belli in modo assurdo”, che iniziano già a fare i grandi a sedici anni, saltando il periodo Topexan e andando direttamente da quello Peg Perego a quello Martini cocktail.

Beati loro, io ho passato anni a scartavetrarmi il viso con il sapone allo zinco (n.d.S.)! Ovviamente l’amore per la pellicola di Richard Donner viene dall’empatia per i personaggi, una banda di perdenti unita da ingenuità, coraggio e un irresistibile spirito d’avventura. Pensiamo ad esempio a Chunk, il classico ragazzino grassoccio e impacciato, preso in giro dai coetanei (come non ricordare la danza del ventre “Truffle Shuffle”?). Una grande passione per il cibo (cioccolata, gelato, pizza) per compensare le proprie insoddisfazioni ed un’adorabile goffaggine. A sottolineare ciò è il soprannome stesso, Chunk, che in inglese significa “porzione abbondante”.

Un classico esempio del capro espiatorio che diventa l’eroe salvatore: bloccato nella cella frigorifera, dove sta cercando – manco a dirlo! – qualcosa da mangiare (gelatooo), il bambino viene fatto prigioniero dalla banda Fratelli (lo stereotipo del cattivo per l’americano medio: italiano di origine meridionale, truffaldino, sciocco e meschino).

Qui, nella mitica scena del Vi devo raccontare tutto tutto? Tutto tutto?, il bambino passa dal ruolo del traditore che parla per paura a quello del salvatore della situazione, dove il suo più grande vizio diventa in un attimo l’espediente per la vittoria. La sua Baby Ruth, barretta cioccolatosa immancabile nel taschino di Chunk nonché deus ex machina della situazione, gli farà fare amicizia con Sloth, il fratello – mostro appartenente alla banda dei cattivi (che a me ricorda tanto Kuato di Total Recall, e tengo a precisare che io Kuato lo trovavo adorabile! n.d.S.). E’ un concentrato supersize di simpatia senza eguali, un debole dal cuore grande così. Chi avrebbe mai potuto avvicinarsi e fraternizzare con Sloth se non il nostro beniamino paffutello? Il nuovo legame tra il “mostro” e Chunk porta ad una svolta positiva della vicenda, trasformando Sloth il diverso, il deforme in un eroe sui generis che si ritaglia un ruolo da protagonista e che fa breccia nei nostri cuori poco a poco.

La famosa scena della “cioccolata” è già storia del cinema! clikka e guarda. Il senso di apparente disgusto inizialmente associato a questo personaggio viene meno allorquando Chunk fraternizza con lui e scopre uno spirito affine. Sloth è tutto fuorché quello che il significato del termine inglese sta ad indicare: non è né accidioso né pigro, tantomeno un bradipo! Forse un po’ lento mentalmente, quello sì, ma altrimenti non sarebbe così speciale! Il “diverso” si conquista un posto in prima fila tra i nostri ricordi d’infanzia perché la bontà e generosità che lo caratterizzano fanno sì che lo spettatore prenda in simpatia anche l’aspetto “freak” del personaggio, provando una forte empatia nei suoi confronti.

Poi c’è Data, il geniale (a modo suo) inventore di origini cinesi, tanto fantasioso quanto sconclusionato. Data è l’immagine di metà umanità, fondamentalmente. Non quella che muore di fame, ma quella che inventa cazzate (ricordiamo, per dovere di cronaca, il preservativo con suoneria, gli scaldacapezzoli in pelo di opossum e la birra per cani prodotta in Olanda. Tutte cose che esistono davvero, giuro! n.d.S.). Il suo nome è associato all’idea di tecnologia (il termine “data” in inglese viene usato in riferimento all’ambito matematico, informatico) oltre al fatto che nell’immaginario comune nordamericano gli orientali sono visti come persone assai creative (si veda ad esempio il boom di prodotti giapponesi negli 80s quali automobili, impianti audio-video, motociclette).

Vi ricordate Data nella parte di Short Round, giovane aiutante di Indiana Jones ne “Il Tempio Maledetto”? Il rimando al noto film di Spielberg torna anche con le temibili trappole disseminate nel film. Il nome Data, poi, cosa vi fa tornare alla mente? Ovviamente l’androide della serie tv cult Star Trek -The Next Generation! E giù un’altra vagonata di ricordi e nostalgia. Diciamocelo, le trovate di questo piccoletto cinese fanno invidia persino a Mc Gyver, non c’è dubbio! Che dire poi di Mouth, soprannome azzeccatissimo vista la lingua biforcuta di questo bulletto incompreso.

La discussione con Rosalita in uno spagnolo fatto di droghe e torture è tra i momenti più esilaranti dell’intero film e mette in luce la mascalzonaggine del ragazzino interpretato da Corey Feldman, enfant prodige degli 80s, presente in alcuni tra i film più amati di quella decade: Gremlins, Stand By Me, Ragazzi Perduti, Licenza di Guida, etc. Mouth, nonostante la spavalderia che ostenta, resta un outsider e degno membro della combriccola dei Goonies.

È uno “strambo” per la sua difficoltà nel rapportarsi con gli altri al di fuori delle battute e delle prese in giro; sempre pronto a fare il “grosso”, diventa invece piccolo piccolo nei momenti difficili. Comunque, se inizialmente può sembrare sbruffone, nel corso della pellicola il suo ruolo cambia e si amalgama alla perfezione con gli atri elementi di una ricetta tra le più squisite che si siano mai provate al cinema. E’ arrivato il turno dei fratelli Walsh. Brandon è il maggiore, inizialmente un po’ superficiale e distaccato, disilluso e restio a farsi coinvolgere nell’avventura.

È l’anello di congiunzione tra i ragazzini sognatori e pieni di fantasia ed il mondo degli adulti, privo della spensieratezza e della semplicità propria della fanciullezza. Soltanto successivamente, grazie anche al suo interesse per Andy, giovane cheerleader dotata anche di un cervello (forse l’unico personaggio non stereotipato della compagnia, n.d.G.), Brandon si lascerà trasportare dalla ricerca di Willy l’Orbo diventando uno dei punti cardine dell’avventura. L’attore impegnato in questa parte, Josh Brolin, è diventato una star di Hollywood (Planet Terror, American Gangster, Non è un Paese per Vecchi, etc.), ha lavorato con alcuni tra i migliori registi sulla piazza, ma ricorda sempre con immenso piacere e con goliardia la sua esperienza nei Goonies, che ne ha segnato l’esordio cinematografico.

Mikey è invece il fratello minore, il tipico ragazzino dell’immaginario americano anni ‘80: carino, educato e molto rispettoso nei confronti degli adulti. Il vero legame tra Willy l’Orbo e la banda di Goon Docks è Mikey, che vede il leggendario pirata come una sorta di antenato e, non a caso, lo ribattezza “il primo Goonie”. Se all’inizio il ragazzino è un po’ titubante e impaurito, con il procedere della storia si arma di coraggio e prende in mano la situazione, pur restando fedele al suo ideale di rispetto e lealtà.

È vero, l’attore Sean Astin ha poi recitato nella trilogia blockbuster de Il Signore degli Anelli e pure nella serie tv 24, ma tutti assoceranno sempre il suo volto a quello di Mikey, coraggioso “Goonie” che non si dà per vinto e che incarna alla perfezione il tipico ragazzino del cinema buonista di Spielberg, capace di risolvere da sé una soluzione intricata (qui, invero, aiutato dai suoi giovani e strambi amici), a dimostrazione che i valori morali prevalgono sulle avversità e sono da preferirsi in ogni caso rispetto alle condotte immorali.

L’apoteosi poi giunge quando Sloth, a bordo del vascello pirata, si strappa la maglia e mostra una fantastica t-shirt di Superman, il mitico eroe americano nato dal genio di Jerry Siegel e Joe Shuster oltre ottant’anni fa. Il messaggio lanciato è chiaro e di rara bellezza: non conta il tuo aspetto, non conta se sei bello o brutto, magro o grasso, ciò che ti rende un eroe è il cuore che ti batte nel petto.

Outsider per eccellenza, Sloth alla fine diventerà un “Goonie” e verrà invitato da Chunk a vivere con la sua famiglia, dimenticando le torture e la violenza subita dai suoi fratelli e dalla madre, ossia dai famigerati membri della banda Fratelli. Dovrebbe essere già chiaro quanto i Goonies non siano altro che una sorta di nostro riflesso nello specchio. Dei ragazzini che fanno da modello a esseri umani che esistono davvero, non eroi patinati che appartengono ad un Olimpo di celebrità irraggiungibili (e ultimamente, sempre troppo strafatte, tipo Justin Bieber). Sappiamo che già lo state facendo da quando avete iniziato a leggere questo articolo, ma pensate un attimo ai Goonies: la prima immagine che vi viene in mente è Sloth (o Chunk), no?

La meraviglia sta nel fatto che i due personaggi meno attraenti fisicamente, i più reietti, sono anche quelli che più facilmente e piacevolmente vengono ricordati. Detta così sembrerebbe che il film sia un insieme di noiosissimi insegnamenti da catechismo, ma i Goonies ci sono comunque rimasti nel cuore. Perché i Goonies sono il ricordo nostalgico di quando guardavamo i film il sabato pomeriggio alla televisione, con la girella Motta e il succo di frutta Billy in mano, dopo una settimana fra i banchi di scuola.

Perché i Goonies ci facevano sognare le avventure, l’America, l’estate che sembrava non arrivare mai e, soprattutto, ci facevano dire: “da grande io sarò un figo”! Ecco perché alla fine, per chiunque di noi si sia visto questo film in età fanciullesca, godendoselo con gli occhi del bambino che ancora non si è reso conto di quanto la vita a volte faccia schifo, il “Goonie Effect” ci è entrato dentro in maniera indelebile.

Così tanto che ancora oggi sappiamo a memoria le battute, ci eccitiamo davanti ad una maglietta con il logo del film e assumiamo un’aria sognante quando ci mettiamo a parlarne in compagnia. Anche fra dieci, venti, trent’anni questo film sarà sempre lì tra i nostri ricordi più cari e felici dell’infanzia a ricordarci con grande nostalgia che i Goonies non moriranno mai, ma anche che quel Cinema così speciale non tornerà più.

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