Il grande istituto

Il grande istituto

Il grande istituto, un racconto inedito di Matteo Partescano per Sugarpulp

Bianca come un cencio appena lavato, la struttura si ergeva maestosa all’orizzonte di un immenso campo verde dai confini illimitati. In lontananza si distingueva la Grande Città, velata dall’ultimo sole di un afosa sera di luglio.

All’interno della struttura, il vecchio Magnus, sdraiato sul suo letto, non riusciva a chiudere occhio e osservava il ritmico andare delle pale del ventilatore, che giravano sul soffitto senza generare aria. Intorno al giaciglio dove Magnus era disteso non vi era desolazione, bensì altri letti dove erano accoccolate, come neonati in un incubatrice, altre anziane anime dai volti segnati dal lento scorrere del tempo.

Le rugose mani del vecchio Magnus erano entrambe occupate: con una reggeva una sbiadita fotografia e con l’altra accarezzava una lunga barba ispida, bianca come l’avorio, che cadeva fin sopra le sue ginocchia, tanto da farlo assomigliare ad un vecchio eremita disperso tra le intercapedini di una maestosa montagna.

Con due grandi occhi azzurri, come oasi d’acqua in un deserto, che risaltavano su di un volto scavato e arso dagli anni ai cui estremi comparivano ciuffi di capelli bianchi paragonabili a batuffoli di cotone, Magnus guardava la foto tra le sue mani e rialzava lo sguardo al soffitto, laddove minuscole macchie di umido nero costellavano la superficie bianca, un cielo stellato in una serena notte d’estate.

Un camice bianco tempestato da migliaia di pallini rossi restava appollaiato all’esile corpicino grazie solo alle ossa sporgenti delle spalle mentre Magnus si alzava dal suo letto e rimaneva seduto, con le gambe penzoloni, sul bordo.
Tutt’ intorno a lui una serie di rumori diversi: le pale non oleate da anni del ventilatore, il respiro affannoso degli ospiti accanto a lui, il rubinetto che perdeva acqua, generavano una sinfonia di suoni come strumenti a corda, arpe, timpani e tamburi.

Magnus non ricordava neanche più da quanto tempo sopravviveva in quell’enorme struttura bianca. Il solo ricordo che gli rimaneva era una telefonata, nel cuore del pomeriggio, da parte di suo figlio. Ricordava ancora la voce ferma e quelle parole così povere di significato, almeno a quel tempo: Solo per una settimana papà. Ti accompagniamo noi. Vedrai che ti troverai bene al Grande Istituto per la Vecchiaia.

Era luglio. L’aria appiccicosa e umida toglieva il respiro. Magnus viveva solo nel suo appartamento in città e le sue giornate erano scandite da tante piccole consuetudini: l’acquisto del giornale dal vecchio Sebastian, il caffè al bar Il Trionfo, la visita al barbiere e una lunga passeggiata sul lungomare. Ogni giorno, ormai da anni, da quando aveva smesso di lavorare, rispettava questi rituali. Le persone che lo incrociavano lo salutavano per nome, ormai Magnus, alla stregua delle statue in bronzo della piazza centrale o dei piccoli vicoli nascosti, era diventato parte di quella piccola cittadina.
Eppure, un pomeriggio tutto questo cambiò.

Magnus ricordava con precisione ogni singolo dettaglio di quel momento. Ricordava il bollitore sul fornello che iniziava a borbottare, ricordava la tovaglia in plastica con disegnati dei fiori gialli, che copriva il tavolo in mogano della cucina, ricordava la brezza pomeridiana provenire dalla finestra e l’odore di gelsomino propagarsi per tutta la casa. Ma, soprattutto, ricordava con precisa accuratezza il suono del telefono e la voce di suo figlio: Dai papà, sarà solo per una settimana, cosa vuoi che sia. Inoltre, mi hanno detto anche che l’Istituto è proprio un gran bel posto.

Magnus, in quel momento, riuscì solo a pensare che in fondo, una settimana, non era tanto tempo e, d’altronde, una vacanza non gli avrebbe certo fatto male. Così le uniche parole che pronunciò furono: D’accordo. Ma ricordati di passare da casa a dar da mangiare a Cesare in questa settimana.

Quella settimana passò velocemente. Così come le settimane successive e i mesi si accavallarono uno sull’altro, ma suo figlio non tornò a prenderlo. Fu in quel periodo che Magnus decise di lasciarsi crescere la barba. Un gesto di sfida, un atto di silenziosa protesta contro il mondo, un modo per gridare il suo dissenso e per celebrare la sua personale decadenza. L’avrebbe fatta crescere fino al giorno in cui suo figlio non fosse tornato, perché Magnus era sicuro, suo figlio si sarebbe ripresentato.

Gli anni passarono e la barba continuò a crescere, diventando l’unica fedele amica di Magnus.

Ora, dopo quindici lunghi anni, l’anziano è seduto sul bordo del suo letto, la barba si adagia sulle sue ginocchia, e la foto che tiene tra le mani raffigura suo figlio e sua nuora, i loro tre figli in costume, sullo sfondo il mare azzurro ed in alto, sul lato della fotografia, una data di circa dieci anni prima.

Guardando con insistenza la foto, Magnus realizza che quello è l’unico ricordo che gli rimane della sua famiglia ed è vecchio di dieci anni. E, per la prima volta, si rende conto che nessuno tornerà a prenderlo. Nessuno lo ricorda. Ormai è diventato come una di quelle statue di bronzo che incontrava nelle sue passeggiate giornaliere, esempi di un glorioso passato di cui nessuno ricorda più i nomi.

E in quel preciso istante Magnus comprese ciò che andava fatto. Con una mano cominci a ravanare tra le molle arrugginite della sua branda alla ricerca di qualcosa.

Pochi attimi dopo, Magnus respira a pieni polmoni di fronte alla finestra aperta. Il lucchetto che teneva chiuse le inferriate è scassinato e le dita della sua mano destra impugnano un paio di forbici. I suoi occhi azzurri sono due piccole luci nell’oscurità della notte e la sua barba bianca risalta nel buio, sobbalzando ad ogni passo che Magnus compie sempre più vicino alla libertà.

Il giorno seguente, il Grande Istituto per la Vecchiaia è immerso nel più totale trambusto. Il signor Magnus è scomparso. Non si trova da nessuna parte e l’unica cosa rimasta di lui è poggiata sulle lenzuola del suo letto. Una busta da lettere spiegazzata, con all’interno una foto che ritrae una famiglia in vacanza ed un’ispida ciocca di peli bianchi color avorio, provenienti dalla barba del vecchio Magnus.

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