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Gravity

Gravity è un film che non lascia indifferenti: un film capace di stupire per la sua magnificenza visiva ma che allo stesso tempo fa riflettere

Gravity è il genere di film dalla cui visione si esce frastornati. Sia per il possente impatto visivo, sia per la mole di input sottotraccia di cui il regista Cuaròn dissemina la pellicola, solleticando la corteccia cerebrale dello spettatore a livello inconscio.

C’è quindi bisogno di far posare la polvere e meditare, per capire quanto il film ci sia piaciuto e perché, metabolizzando i diversi livelli di lettura offerti. Il più immediato – e che da solo renderebbe Gravity un bel film – viene dall’intreccio puro e semplice, che andiamo a riassumere brevemente: Ryan Stone e Matt Kowalsky sono al lavoro su una stazione orbitale, nello spazio.

La scena si apre con i due che armeggiano al di fuori del satellite dentro le loro grandi e ingombranti tute, parlando del più e del meno tra di loro e via radio con la base a terra. E’ un’operazione di routine, e i due sono professionisti. Kowalsky (Clooney) è un astronauta veterano, mentre Stone (Bullock) è più una specie di topo da laboratorio, solo da poco approdata alle missioni spaziali.

Gravity

A un certo punto, l’imprevisto: una pioggia di detriti, prodotti dalla distruzione di un altro satellite poco lontano, investe la stazione orbitante su cui la squadra sta lavorando, devastandola come una sventagliata di mitragliatrice su un’automobile. Tutti muoiono ad eccezione di Stone e Kowalsky, che si trovano proiettati lontano senza possibilità di controllare la loro traiettoria.

Ecco dunque un primo, angosciante assaggio di quello che sarà il leit-motiv del film: Stone gira su se stessa completamente in balia dell’assenza di gravità, senza poter controllare la propria direzione e abbandonata nel nulla. Dopo lunghi, tesissimi minuti, Kowalsky rientra in scena soccorrendo la collega, e iniziando un difficile percorso a ritroso verso la stazione, di modo da poter successivamente ritornare sulla terra.

Gravity

Da qui in poi, circa novanta minuti di montagne russe: momenti di quiete alternati a frenetiche scene in cui la tensione è altissima, a tratti persino insopportabile.

La miscela è sapiente, e il mestiere si vede, ma se ci fermassimo qui avremmo solo un godibile film action. Il valore aggiunto è ben altro, e sta nelle qualità puramente estetiche e sensoriali di cui il film abbonda, e che fanno passare lo stesso intreccio in secondo piano. A un certo punto non è tanto sapere se e quando gli astronauti torneranno sulla terra a polarizzare l’attenzione di chi guarda, quanto l’empatia che il film riesce a stabilire con la paura e l’angoscia dei protagonisti.

E tali paure, a ben guardare, sono ataviche: in primis l’assenza di gravità, da cui consegue l’assoluta impossibilità di contare sul proprio corpo. Non decidiamo dove andare, né dove guardare, non decidiamo neppure se metterci in piedi, seduti o sdraiati. Il corpo da alleato diventa una prigione; anzi di più: è uno strumento di tortura, perché ci riduce all’impotenza.

Basterebbe ciò a creare sufficiente angoscia, eppure non è questa la sensazione predominante del film. E’ la solitudine la grande protagonista di Gravity, una solitudine sia spaziale che interiore.

Gravity

Concetto in primo luogo contrapposto a quello di isolamento – inteso come confinamento in un luogo chiuso – posto che qua abbiamo tutto l’opposto; assenza di confini, di orizzonti, di punti di riferimento. E poi deserto interiore, tema sul quale si inserisce il vissuto della protagonista, depressa per la morte prematura della figlia e ormai ridotta a mettere in fila un giorno dietro l’altro, spenta nell’anima. Senza più voglia di vivere, Ryan si scopre tuttavia aggrappata alla vita nel momento in cui le sta sfuggendo di mano. Nella più estrema delle situazioni, nella più totale assenza di speranza, una donna spezzata da un lutto così insopportabile non solo non si lascia andare, ma combatte con tutta se stessa per prolungare e preservare quella che fino a poche ore prima avrebbe definito un’agonia: la sua vita.

E Ryan non solo vive ma rinasce, e tutta la storia prende dunque l’aspetto di una grande metafora su una nuova genesi. Lo spazio è l’enorme incubatrice, la pancia infinita in cui la vita si forma in gestazione (quasi letterale, come nella scena in cui Ryan torna all’interno della prima aerostazione e si ferma qualche secondo in posizione fetale). E se nello spazio non siamo niente, se siamo solo potenza e vita in divenire, nella terra invece nasciamo.

Così precipitiamo insieme a Ryan nell’orbita terrestre, con la violenza e l’irruenza di un parto, e finiamo nell’enorme oceano di liquido amniotico che poi ci sputa sulla terraferma, inizialmente a quattro zampe e poi, dopo un primo incerto tentativo, finalmente in piedi, con la schiena dritta, ad ammirare un orizzonte dai contorni definiti.

 

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Insomma un opera complessa e godibile a più livelli, in cui si coniugano senza esagerazioni le moderne tecniche digitali (è un film realizzato per gran parte al computer) con le più elementari e classiche esigenze di narrazione; senza contare un uso finalmente sensato del 3D, che per una volta da un serio valore aggiunto alla pellicola e non serve solo per giustificare il sovraprezzo del biglietto.

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