Hans Rudi Giger – 5 febbraio 1940, 12 maggio 2014

Hans Rudi Giger ha lasciato a questo mondo addomesticato una semplice verità: il mostro non esiste, perché siamo tutti mostri.

Giger, tu vedi più di noi, primati addomesticati (
Timothy Leary) Per chi ha sempre cercato negli gli stati alterati della coscienza (come il guru del LSD Leary citato in exergo) una via per un nuovo modo di percepire la realtà e tradurla in arte, Giger è sempre stato una guida. Sotteraneamente, le sue visioni hanno manipolato una gran parte dell’estetica contemporanea e hanno pre-visto un mondo in cui la distinzione tra carne, macchina e abitazione non è più così netta. I suoi mostri e demoni sono quanto di più vicino alla raffigurazione di ciò che realmente siamo.

Se qualcuno, come in Essi Vivono di Carpenter, ci desse un paio di occhiali in grado di farci vedere la realtà di ciò che ci circonda, probabilmente vedremmo il mondo che vedeva e rappresentava Giger col suo aerografo: ci muoveremmo in paesaggi intrauterini, illuminati da una fioca luce rossa, noteremmo che i nostri strumenti sono diventati parte di noi, si sono fusi con le nostre carni. Siamo noi, forse, gli AtomKinder che ringraziano i genitori che si sono buttati a terra allo scoppio Bomba per pigliarsi in pieno quel quarto d’ora di radioattività che, il folle svizzero ci aveva predetto parafrasando Wharol. Hans Rudi Giger, nato nella cittadina svizzera di Chur 74 anni fa e morto oggi (una caduta, pare, ma per chi scrive il come cambia poco) è stato uno dei più influenti artisti contemporanei.

Viene spesso definito surrealista, ma, come ho scritto poco sopra, in realtà tutta l’opera di Giger è devota ad un doloroso iperrealismo che, nelle sue opere più magnificenti, trascende nell’arte sacra. Mi è sempre parso che il suo lavoro nascondesse un paradosso di fondo. I protagonisti delle sue opere sono mostrati imprigionati in telai sadici, attorniati da lame, armi da fuoco, ghigliottine e penetrati da innumerevoli elementi falloidi.

Eppure le loro espressioni sono raramente distorte in smorfie di dolore, disgusto o godimento. Sono kouroi, sono antichi faroni egizi, bodhisattva di una nuova era, risvegliati dalla banalità del vedere collettivo e rinnovati nei cancri bio-meccanici che li circondano. Sono Dei, immagini primigenie che hanno superato il confine tra perversione e eternità, diventando icone. In questo, l’opera di Giger nell’arte figurativa e nella scultura, si avvicina a quella di Lovecraft nella letteratura, con una differenza sostanziale: mentre il secondo era figlio del retaggio razzista di una società (e di una condizione familiare) claustrofobica, il primo non userà mai le parole “aberrante”, “orrore”, “folle” per descrivere le sue creature, proprio perché, come ho già detto, il suo primo e semplice obbiettivo è sempre stato quello di occuparsi della realtà e, profeticamente, del nostro futuro.

Nelle sue visioni di New-York (pattern biomeccanici senza inizio né fine), nelle sue provocazioni prenatali ( i suoi bambini decomposti o i suoi falli in sequenza), nei suoi pozzi abitati da visioni solitarie, persino nelle raffigurazioni delle donne amate (Li fra tutte), Giger svela, non cela. Non lascia nulla ad intendere allo spettatore, se non il miracolo della complessità percepito sincronicamente. Redigere un elenco di opere su cui ha lavorato o che sono state ispirate dal suo lavoro, sarebbe un’opera d’archivio inutile. Basti citare l’alieno del film di Ridley Scott, uno dei mostri diventati icona del cinema horror, ma nato come immaginifica rappresentazione di un culto (ecco che torna il sacro) alieno in cui dolore e sessualità si mischiano.

E quanto, rimirando i bozzetti preparatori per il film di Dune, avremmo volentieri visto il Dune di Jodorowsky, mai portato a termine (esiste comunque un documentario che vi invito a vedere) in cui il nostro folle svizzero avrebbe fatto muovere le sue visioni fra le musiche dei Pink Floyd. L’immaginario che Giger ci lascia in eredità è immenso. Ricordarlo in poche righe quasi un insulto. Ogni sua opera andrebbe vista e rivista. Non studiata, no: piuttosto, usata come uno specchio. E vi consiglio, se non l’avete ancora fatto e, come me, parte della vostra vita l’avete dedicata a lasciarvi ipnotizzare dalle opere di Giger, di andare a fare un viaggio fino allo Château St. Germain a Gruyeres, in Svizzera.

È un castello che sovrasta un piccolo borgo, in cui, se siete fortunati una vecchina vi farà dei panini al formaggio e vi offrirà una birretta. Nel castello, proprio accanto ad uno dei Giger Bar sparsi per il mondo, c’è il Giger Museum, uno dei luoghi in cui potete vedere gran parte delle opere del Nostro. L’atmosfera, manco a dirlo, è sospesa, carica di presagi, il percorso labirintico. Ad ogni sala, vi attende una visione che i vostri sensi impiegheranno un po’ prima di assimilare. Hans Rudi Giger ha lasciato a questo mondo addomesticato una semplice verità: il mostro non esiste, perché siamo tutti mostri, avvolti da intelaiature realazionali simili a cordoni ombelicali, fusi ai nostri apparecchi di piacere e comunicazione, frastornati nell’enormità delle nostre creazioni, in cui siamo inglobati come gioielli in un diadema o come meccanismi viventi.

Dicevo che Giger descrive noi e il nostro futuro, ebbene, ecco forse quello che l’artista svizzero fa veramente: descrive per filo e per segno la nostra evoluzione. Vi lascio con la breve poesia dell’artista svizzero che riporto qui sotto, e vi invito a fare quello che chiedono i bambini atomici in uno dei versi: abituatevi a noi e imparate a volerci bene, perché noi, la gente del futuro, quella immaginata, raffigurata e in parte creata da Giger, un giorno saremo voi, primati addomesticati. Noi bambini atomici Ringraziamo i nostri genitori
che al momento del grande boom
 conformemente al regolamento atomico svizzero
 si buttarono di riflesso a terra 
e contarono per bene fino a 15
 perché altrimenti non ci saremmo neanche. Noi bambini atomici non vogliamo far della morale, 
né rinfacciare qualcosa; 
vogliamo semplicemente
che voi vi abituiate a noi e impariate a volerci bene. Per voi, però, non possiamo garantire
 perché non appena saremo al potere
verrete considerati anormali 
e forse ne soffrirete.

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