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Hill House, la recensione

Hill house, la casa dei fantasmi di Netflix spacca di brutto. La prima serie horror prodotta dal canale streaming è una ventata d’aria fresca in un genere spesso ripetitivo. La recensione di Fabio Chiesa.

Per la sua prima vera serie horror Netflix parte da un classico topos del genere, ossia quello della casa infestata: una sfida intrigante visto la quantità di pellicole, per lo più di scarso valore, che ogni anno raccontano la solita storia del gruppo di ragazzotti scemi e mezzi fusi che finiscono in qualche baita, casa o cottage sperduto nel bosco, i cui abitanti sono nel migliore dei casi cannibali coprofagi, mostri o fantasmi di redneck morti dopo aver votato Trump.

La piattaforma streaming statunitense decide di riportare sullo schermo un tipo di terrore raffinato e colto, lontano da bagni di sangue, eccessivi jumpscare e violenza gratuita. Per fare ciò affida al talentuoso Mike Flanagan (Il gioco di Gerald, Oculus) l’adattamento del romanzo cult Gli invasati di Shirley Jackson, ottenendo una miscela assolutamente esplosiva intitolata Hill House.

Dimentichiamo dunque il torture porn ed il gore tanto in voga negli ultimi venti anni e spostiamo le coordinate sul primo Shyamalan, quello del Sesto senso, e su di The Others di Amenábar, due film che possono in qualche modo ricordare le atmosfere proposte da Flanagan, brillante autore di quello che potremmo definire un family drama all’interno di una villa infestata.

L’idea è piuttosto semplice ma originale, del romanzo resta – a parte la casa ed alcuni nomi – ben poco e gli elementi orrorifici stanno inizialmente sullo sfondo a favore dello sviluppo delle dinamiche interpersonali dei Crain, una famiglia composta dai genitori Hugh ed Olivia e dai cinque figli Steven, Shirley, Theo ed i gemelli Nell e Luke.

La bravura di Flanagan sta nel riuscire ad approfondire i punti di vista di ben sette personaggi principali, sviluppando la narrazione su più piani temporali, dal passato ad Hill House e relativa misteriosa fuga, ad un presente ancora fortemente influenzato dai pochi mesi trascorsi nella villa quasi trent’anni prima.

La storia inizia (guarda caso) negli anni ’80 –il decennio più amato ed “abusato” da Netflix”-, quando i coniugi Crain e relativa prole si stabiliscono ad Hill House con l’idea di restaurarla e poi rivenderla al miglior offerente. Ben presto la casa rivela inquietanti presenze sovrannaturali, inizialmente percepite per lo più dai ragazzi e minimizzate dai genitori, ma successivamente notate anche da Hugh e soprattutto da Olivia che morirà in circostanze anomale proprio nella notte della fuga della famiglia dalla villa.

Ci spostiamo quindi ai giorni nostri: Steven è diventato – contro il parere dei fratelli – un affermato autore di bestseller che parlano di case infestate, Shirley gestisce un’agenzia di pompe funebri, Theo è diventata psicologa, Nelly è una studentessa disturbata ed infelice e Luke è sprofondato nel vortice della tossicodipendenza.

Nessuno di loro è riuscito a metabolizzare quanto successo nella villa, dalla morte della madre alla presenza di una misteriosa porta rossa mai aperta, all’apparizione di fantasmi, ma è Steven a rappresentare la voce della ragione catalogando tutto come una sorta di allucinazione collettiva legata a problemi psichiatrici probabilmente ereditari.

Spiegazione sin troppo semplice, totalmente smentita in una terrificante quinta puntata (da vedere rigorosamente accucciati sotto le coperte abbracciando il proprio pupazzo preferito) preludio al capolavoro della serie, vale a dire il sesto episodio, nel quale Flanagan sale letteralmente in cattedra – con buona pace di James Wan – ed impartisce una superba lezione di piani sequenza, dialoghi e messa in scena, lasciando lo spettatore completamente frastornato.

I successivi quattro episodi non fanno altro che seguire i nodi sciolti durante questo vero e proprio turning point che dovrebbe essere insegnato in qualsiasi scuola di sceneggiatura. Ma è meglio non svelare troppo per non rovinarvi la visione, basti sapere che il finale è all’altezza della serie anche se… un po’ più di cattiveria non avrebbe guastato.

Crediamo che le soluzioni adottate da Flanagan siano state orientate dalla produzione per lasciare aperta la porta ad un possibile (e a questo punto probabile) sequel anche se, stando alla parole di Flanagan “La parabola dei Crain è da considerarsi conclusa”. Staremo a vedere. Certo è che un progetto horror di questa qualità meriterebbe di essere replicato, magari in forma antologica…

Hill House rappresenta una felice anomalia nell’universo horror, laddove la scrittura conta finalmente di più del colpo ad effetto, dove oltre al terrore gli autori si occupano di investigare a fondo i sentimenti di perdita e sconforto provati dai protagonisti, insinuando una paura strisciante, subdola, mai “gridata” ma sempre tangibile.

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