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Hostiles, la recensione in anteprima

Hostiles la recensione in anteprima

Hostiles – Ostili. Nel suo quarto lungometraggio Scott Cooper ci fa assaporare un western “doppio malto”, dal colore chiaro e gusto pulito, ma non solo per intenditori.

Nostalgia dei vecchi western tutti piombo e polvere con l’impavido John Wayne? State senza pensieri: Hostiles arriverà nelle sale italiane il 22 marzo grazie alla distribuzione Notorious Pictures. 

Il nuovo film del regista e sceneggiatore statunitense Scott Cooper è infatti un western crudo e diretto, ma allo stesso tempo nostalgico e profondo.

La pellicola, prodotta dallo stesso Cooper con John Lesher e Ken Kao, già proiettata al Telluride Film Festival e al Toronto International Film Festival, è stata scelta come film di apertura della dodicesima edizione della Festa del Cinema di Roma. Sugarpulp l’ha vista in anteprima per Voi.

Il tema che Cooper, come regista e sceneggiatore, affronta in questo suo quarto lungometraggio (dopo Crazy Heart, Out of the Furnace – Il fuoco della vendetta e Black Mass – L’ultimo gangster) è il più classico del genere western: il rapporto conflittuale dei coloni con gli indiani d’America.

La storia è infatti ambientata nel 1892, quando i pellerossa erano stati già sconfitti dall’esercito americano e in via di confinamento nelle riserve, salvo alcune frange di irriducibili.

Il capitano di fanteria Joseph Blocker (interpretato dal meraviglioso Christian Bale di Il cavaliere oscuro, American Hustle, La grande scommessa), ex eroe di guerra e ora guardia carceraria in un isolato accampamento nel Nuovo Messico, è costretto a compiere un’ultima missione, per volere del presidente, prima di congedarsi e vestire i panni civili: scortare, con il suo drappello di uomini fidati, un anziano capo Cheyenne (Wes Studi di Balla coi lupiL’ultimo dei Mohicani), ora prigioniero e in punto di morte, insieme alla sua famiglia, fino alla loro terra natia nel lontano Montana.

Nota: fra i reclutati da Blocker ritroviamo un po’ di Chiamami Col Tuo Nome di Luca Guadagnino, reduce dagli Oscar … A’ voir!

Blocker, che fino a qualche tempo prima per lavoro uccideva proprio quei “selvaggi”, è un uomo risoluto e integerrimo, pur se provato da “quello che la guerra fa a un uomo”. Fedele alla divisa che ancora porta, Blocker preferirebbe di gran lunga dare al capo indiano un ben più sbrigativo benservito. E’ quindi inizialmente recalcitrante ad eseguire l’ordine impartitogli. Le ragioni personali finiranno tuttavia per cedere di fronte non tanto alla ragion di Stato quanto alla minaccia di deferimento alla corte marziale.

Nota: Bale era già stato diretto da Cooper in Out of the Furnace (da recuperare, anche per apprezzare il già stimatissimo Woody Harrelson) ed è già stato protagonista di un western, insieme a Russell Crowe, nel remake di Quel treno per Yuma (3:10 to Yuma). Bale chiude quindi questa partita con una bella doppia coppia!

I due antichi rivali di guerra si trovano dunque ad affrontare un lungo e insidioso viaggio, in groppa ai propri cavalli in fila indiana (!), guardandosi le spalle, attraverso terre ancora in balia degli assalti predatorii dei ribelli Comanche. Proprio a seguito di un tale episodio incontreranno una giovane donna Rosalee Quaid (interpretata magistralmente da Rosamund Pike, già ammirata in Gone Girl, Orgoglio e pregiudizio, La versione di Barney), ancora sotto shock per essere l’unica sopravvissuta al massacro della propria famiglia da parte dei pellerossa.

Inizieremo così a scoprire chi sono gli “ostili”, ma – state in guardia – non basterà guardare al colore della pelle …

L’ostile per eccellenza è sicuramente il territorio, desolato e impietoso, che costringe ad una vita stentata e altrettanto piena di asperità. Il direttore della fotografia Masanobu Takayanagi (con Cooper già per Black Mass e Out of the Furnace) riesce ad esaltare questi aspetti drammatici sfruttando abilmente luci e contrasti offerti dagli scenari autenticamente western del Nuovo Messico e del Colorado.

Per tematica, ambientazione storica e toni cruenti ma allo stesso tempo romantico-nostalgici, questa pellicola sembra iscriversi più nella scia dei film western classici alla John Ford (maestro del cinema western hollywoodiano) piuttosto che di quelli di più recente produzione (come Gli spietati di Clint Eastwood, Il Grinta dei fratelli Coen, The Hateful Eight di Quentin Tarantino).

Tuttavia questo western si astrae dal contesto storico. Le vicende narrate potrebbero infatti in modo altrettanto convincente svolgersi ai nostri tempi in qualsivoglia territorio conteso. La scelta del genere western sembrerebbe essere pertanto uno stratagemma per togliere orpelli, così da lasciare i personaggi “nudi” su una scena fatta da nient’altro che un orizzonte polveroso, quasi come il palcoscenico di un teatro dell’antica Grecia.

Il focus di questo road (rigorosamente sterrata) movie è infatti non tanto sul conflitto “visi pallidi vs pellirosse” bensì sulla transizione: il viaggio fra praterie sconfinate e montagne rocciose è strumentale a narrare il contestuale percorso interiore dei personaggi – in primis Joseph e Rosalee, ma non solo – attraverso le scelte che ognuno compie (o meno) per abbandonare la visione stereotipata del nemico, per affrontare i fantasmi della guerra e in generale del proprio vissuto. Gli “ostili” assumono quindi le sembianze del risentimento, dei vecchi rancori e pregiudizi, da affrontare per instaurare un sano e genuino rapporto con l’altro, nella rispetto della sua singolarità.

Tale processo virtuoso, a più alto livello, dovrebbe portare a smascherare quella ragion di Stato che, camuffandosi dietro principi universali, vorrebbe discriminare le persone in base alla loro etnia e/o origine (tema così attuale nelle vicende statunitensi di oggi!), inducendoci a considerare “ostile” il “diverso da me” e arroccarci nella convinzione di hobbesiana memoria che homo homini lupus (l’uomo è un lupo per gli altri uomini) … immagine peraltro molto western!

Rosalee è la prima a mostrare segni di tale evoluzione interiore: dal dolore all’accettazione, dalla paura alla tolleranza, attraverso la pietà e la conoscenza. Innanzitutto riuscirà a recuperare l’equilibrio mentale, attraversando tutti gli stadi di elaborazione del lutto – ciò grazie all’atteggiamento empatico e compassionevole di Joseph che permette a Rosalee di scegliere le modalità più dignitose per lei per affrontare il proprio trauma. Rosalee supererà così anche il terrore verso i pellerossa, arrivando ad accettare di indossare i vestiti puliti offerti dalle compagne di viaggio Cheyenne. Questo gesto di solidarietà femminile (la stessa che si può sperimentare oggi dietro qualsiasi porta di toilette “dames”) sembra dare l’abbrivio per la trasformazione di vari rapporti, non solo con i “selvaggi”.

Con il personaggio di Rosalee, anche per merito dell’intensa interpretazione di Rosamund Pike, la figura femminile si erge quindi a protagonista alla pari (o quasi) del personaggio principale maschile (piuttosto inusuale in un western). Si tratta di una donna tenace e orgogliosa, che, senza rinnegare la propria femminilità, porta il cappello da cowboy con fierezza, non teme di guadare un fiume a cavallo e, all’occorrenza, è pronta a imbracciare un fucile e a tirare fuori il più grosso degli attributi: il coraggio – quello di chi non ha più nulla da perdere, se non la speranza che tiene stretta fra i denti.

Nota: per gli amanti di eroine con gli speroni, si consiglia Godless, la serie Netflix che sembra sposare la missione di portare le donne al centro della scena.

È facendo leva su questa forza d’animo (qualcuno direbbe resilienza) che Rosalee ricambia gli atti di benevolenza ricevuti dal Joseph, sostenendolo nel suo percorso per superare “quello che la guerra fa a un uomo”. Ricorrendo più che a parole a sguardi amorevoli, sicuramente più efficaci per un tipo introverso come il capitano, Rosalee cerca di fargli capire che è un brav’uomo, al di là del suo lavoro (quello di uccidere i “selvaggi”), e che ora, giunto alla fine della carriera, può anche permettersi il lusso di provare per il suo “nemico” la pietà che la ragione gli suggerisce e di abbandonare senza infamia campi di battaglie che non sono più le proprie. Del resto, per dirla alla John Wayne di Sentieri Selvaggi, un uomo deve fare un giuramento alla volta.

La corrispondenza di amorosi sensi fra Rosalee e Joseph conferisce a questo western “classico”, ma terribilmente attuale, il colore chiaro e gusto pulito (per citare una famosa pubblicità anni ’80) di un whisky “doppio malto” che, assaporato per tutti i suoi 127 minuti di durata, arriva giù dritto, a bruciare lo stomaco e a scaldare il cuore di tutti coloro – intenditori e non – che credono nei diritti universali dell’uomo, dove “uomo” è non il mio simile, ma qualsiasi compagno nel viaggio chiamato vita.

E se non ne avete mai abbastanza di piombo, sangue e polvere, rimanete in allerta per l’uscita della miniserie dei fratelli Coen (in eclusiva Netflix) The Ballad of Buster Scruggs, un’antologia di sei racconti western con James Franco e Tim Blake Nelson.

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