Intervista a Hugh Stephens, l’inventore di Schedugram

Intervista a Hugh Stephens, l'inventore di Schedugram

Intervista a Hugh Stephens, l’inventore di Schedugram, a cura di Giulia Mastrantoni.

«Ma non si può fare qualcosa?», continuavano a chiedergli i suoi clienti. «No. È Instagram che decide», rispondeva lui. Era il 2010 e Hugh Stephens non era ancora l’inventore di Schedugram. Aveva, però, fondato Dialogue Group, la sua compagnia digitale specializzata in social media, risk management e comunicazione.

La richiesta che i clienti gli avanzavano continuamente era se esisteva un modo per programmare i post su Instagram. Era impossibile, purtroppo, perché la policy del social lo vietava e non voleva incoraggiare lo spam.
Nel 2013, quando Schedugram divenne realtà, il successo fu immediato e Hugh diventò un’icona per coloro che si occupano di social media management.

L’intervista

Inventore, communicatore, startupper. Ma a te piace definirti un problem solver.

Sì, mi ritengo soprattutto quest’ultima. È un continuo far fronte a problemi, nel mio campo, e bisogna sempre risolverli piuttosto rapidamente. Quindi è questo, ciò che realmente faccio: risolvo problemi nel minor tempo possibile. Schedugram è la soluzione a un bug, ad esempio, e è stato lanciato dopo soli tre mesi di lavoro.

Schedugram ha fatto sì che Dialogue Group diventasse una società di successo. Com’è iniziato il tutto?

Ci credi, se ti dico che studiavo medicina? Ma non era quello che volevo. Mi piaceva l’idea di creare qualcosa di mio, qualcosa che avesse a che fare con ciò che mi piaceva – la tecnologia, la comunicazione. E così ho corso il rischio. Mi sono buttato. Avevo comunque una buona base di tecnologia e avevo anche delle esperienze lavorative di consulenza e comunicazione.

Cos’era Dialogue Group?

Era una società che offriva consulenze a brand e imprese circa tutto ciò che è social, social media soprattutto. Io mi occupavo di risk management e strategie di comunicazione e all’epoca Facebook stava vivendo il boom dei business. Era diventato una realtà con cui si potevano fare soldi. Dialogue Group era un aiuto significativo per chi stava iniziando a esplorare le potenzialità dei social media.

Cos’è Schedugram?

È un’applicazione che permette di programmare post su Instagram. Non programma realmente i post, perché la policy di Instagram al riguardo non è cambiata e non è “aggirabile”, ma fa in modo che il tablet effettui automaticamente il log in all’account Instagram a una certa ora e posti ciò che è stato preimpostato. Un solo tablet può gestire moltissimi account e migliaia di post giornalieri.

È incredibile. Non hai avuto paura a iniziare qualcosa di completamente diverso rispetto a quello che avevi inizialmente programmato – medicina?

Perdite e guadagni mi preoccupavano un po’. È un aspetto importante di una startup, ovviamente, e studiare medicina non ti mette nelle condizioni di saperlo gestire. Il successo è arrivato grazie a una combinazione di fattori, a essere sincero. Sono felice di aver corso il rischio.

Il tuo rapporto con i social media è cambiato, dopo aver inventato Schedugram e iniziato a lavorare full time?

Non ho mai amato Facebook, perché non sono il genere di persona che posta foto ecc. Mi piacciono Twitter e LinkedIn, però. Sono rimasto abbastanza coerente.

Usi Facebook per controllare il profilo di un potenziale impiegato, prima di assumerlo?

Cerco di separare ciò che è privato, da ciò che è professionale. Facebook è, o dovrebbe essere, privato. Ma faccio ricerche su Google e su LinkedIn, a volte anche su Twitter. Magari, se hanno un blog, guardo anche quello.

Credi che i social media abbiano distrutto la privacy?

L’hanno cambiata, ma le persone hanno ancora un forte senso di ciò che è privato.

Cosa ne pensi del postare cose “personali” per promuovere il proprio business?

Non ci si può far notare, se non si mostra la propria personalità. Ma bisogna avere professionalità anche in questo. Ad esempio, si possono postare foto di scrivanie e pranzi. Non è troppo personale e non è neppure pubblicità diretta. È nella sfera di ciò che è appropriato.

Credi che l’ambito tecnologico sia l’unica opzione per i giovani che si avvicinano al mondo del lavoro?

No, ci sono molte altre opportunità. La tecnologia ne offre tante, non c’è dubbio, ma tendiamo sempre a dimenticare che attività come caffè e locali possono rivelarsi comunque business più che vincenti. Però non si può pensare di iniziare un business o un lavoro senza aver prima capito cos’è che si vuole realmente fare della propria vita. Bisogna essere sicuri di quello che si vuole. Si capisce subito, se un neolaureato sta cercando un lavoro perché ha bisogno di un lavoro o perché sta inseguendo un sogno. Mi rendo perfettamente conto che i sogni sono un rischio, e anche bello grosso, ma… e se funzionasse? Quindi non lasciate mai da parte le aspirazioni, mai. Il duro lavoro è dietro a ogni professione e attività, ma voi non mollate. E non smettete mai di imparare. Farà la differenza.

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