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I Am Mother, la recensione

I Am Mother è il nuovo film di fantascienza distribuito da Netflix: una pellicola che racconta il maniera inedita il rapporto madre figlia in un futuro distopico. La recensione di Fabio Chiesa per Sugarpulp MAGAZINE.

In un non ben specificato futuro l’umanità è stata spazzata via da un epidemia ed un androide sta crescendo una giovane figlia umana, Daughter, con l’obbiettivo di ripopolare la terra con individui educati secondo rigidi standard. Il rapporto tra la ragazza ed il cyborg viene però messo in discussione dalla comparsa di una misteriosa donna che rivela sconcertanti verità.

I Am Mother, produzione indipendente distribuita da Netflix, è un thriller sci-fi che riprende diversi temi tipici della fantascienza: il rapporto tra uomo e macchina, i rischi del progresso tecnologico, la clonazione, lo sviluppo di un’intelligenza artificiale in grado di sottomettere l’uomo.

Il film presenta allo stesso tempo diversi elementi drammatici, in primis il rapporto tra madre e figlia e la fiducia in un futuro in cui gli essere umani possano riparare gli errori commessi nella gestione del pianeta.

La pellicola, presentata all’ultimo Sundance Festival, segna il debutto degli australiani Grant Sputore alla regia e di Michael Loyd Green autore della sceneggiatura: due nomi da tenere d’occhio visto il buon lavoro fatto in questo debutto che pur non entusiasmando è comunque ricco di spunti interessanti.

I Am Mother è innanzitutto un film di donne: abbiamo l’androide Madre la cui voce originale è di Rose Byrne (X-men: Apocalisse), abbiamo Daugther, magistralmente interpretata dalla giovane Clara Rugaard ed infine la donna misteriosa impersonata dalla due volte premio Oscar Hilary Swank.

IL FILM

Il film inizia con Madre che sceglie tra centinaia di migliaia di embrioni Daughter e la cresce sola in un bunker sino all’adolescenza. In questa prima parte il robot sembra amorevole ed innocuo e le sue intenzioni positive.

L’arrivo improvviso della donna ferita scombussola però gli equilibri: è lei ad insinuare in Daughter il dubbio che l’umanità non sia stata spazzata via da un virus e che l’androide nasconda scomode verità.

La pellicola funziona sotto diversi punti di vista: la messa in scena e la fotografia sono ottime, così come la prova delle due attrici ed i robot sono assolutamente curati e credibili.

La tensione narrativa regge però soltanto sino a due terzi del lungometraggio, sino a quando, cioè, Daughter non scopre il mondo esterno, presentato con fretta ed approssimazione per un finale che avrebbe dovuto regalare qualche emozione in più. Dispiace perché, come detto, il film pur essendo una produzione indipendente è molto curato e Grant Sputore dimostra di sapere come muoversi dietro la macchina di presa.

I Am Mother è in conclusione una discreta pellicola di fantascienza con molte idee interessanti e tanta buona volontà che mette insieme fantascienza e dramma per un prodotto che mi sento di consigliare soltanto ai fan del genere.

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