I corti horror di Davide Melini

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L’Italia riscopre l’horror? La verità è che a dimenticarlo sono stati solo i produttori cinematografici, caduti tra le gambe della commedia e delle saghe familiari, unici due generi offerti al pubblico da vent’anni a questa parte. In mezzo a questa desolazione centinaia di giovani hanno provato a dimostrare che la grande tradizione del brivido poteva sopravvivere.

I loro appelli, però, cadono nel vuoto. Al cinema ci arriva Zampaglione, in virtù della sua stella musicale, col pessimo e ultra derivativo Shadow. Ci arrivano a singhiozzo i deliri senili di Dario Argento. Ha fatto capolino Imago Mortis di Stefano Bessoni, che però è fuggito in Spagna per le riprese.

La penisola iberica è la nuova capitale dell’horror, lì ha trovato albergo un altro giovane cineasta italiano: Davide Melini, i cui ultimi due cortometraggi, The Puzzle e La dolce mano della rosa bianca, stanno riscuotendo un notevole successo nei circuiti festivalieri.

I corti horror di Davide Melini

Melini, trentadue anni, è stato assistente alla regia per la splendida serie tv della HBO Roma e per La terza madre di Argento. In Spagna ha lavorato come primo aiuto regista in numerosi corti. È un ragazzo gentile, che non se la tira, ben conscio di aver scelto una strada tutta in salita. Oltre a dirigere è anche sceneggiatore: questo gli permette di essere “autore” a tutto tondo.

The Puzzle, girato nel 2008, attinge a piene mani al periodo d’oro dei Bava e di Argento, senza dimenticare l’irrinunciabile lezione di Hitchcock o le moderne spinte sopranaturali di Shyamalan. Mesi di pre-produzione; una notte di riprese nell’appartamento del regista; un’attrice (l’espressiva Cachito Noguera), per raccontare l’incubo di una donna che nega l’ennesimo prestito al figlio, si trova sola in casa, spaventata da rumori sinistri, poi assediata.

La risposta alla domanda: “sopravviverò?” è nel puzzle che da giorni costituisce il suo unico, solitario, passatempo. Magicamente terminato ora ritrae il futuro; un futuro vicino pochi battiti di cuore, inevitabile. Melini condensa in pochi minuti le suggestioni di un episodio di Twilight Zone, dimostrando un senso naturale per l’inquadratura, capace di dare ritmo incalzante nonostante gli spazi angusti e la mancanza di fondi. Lo aiuta il montaggio di Biktor Kero, fluido al punto da non aver nulla da invidiare ai lungometraggi che vediamo ogni settimana al cinema.

I corti horror di Davide Melini

La dolce mano della rosa bianca s’inserisce in un contesto più classicamente horror: un giovane guida alticcio e distratto. Investe una bimba. Prega per lei al cimitero ma viene sorpreso dal buio. Un fantasma biancovestito lo insegue tra le lapidi: ha in serbo per lui una rivelazione catartica e sconvolgente. Siamo in zona The Others (forse il film di genere più bello regalatoci dalla Spagna, assieme a The Orphanage): il corto supera i 15 minuti senza un’incertezza o un secondo di noia, un risultato per nulla scontato.

Il montaggio alternato che porta i protagonisti verso l’incidente lascia col fiato sospeso, nascondendo i particolari senza nuocere alle emozioni. La fotografia di José Antonio Crespillo fa il massimo per rievocare le atmosfere di molti cult nostrani anni ’60: un’eredità importante che forse dovremmo imparare a superare.

Ci auguriamo che Davide possa presto misurarsi col lungometraggio e, soprattutto, che abbia l’occasione di lavorare in Italia: abbiamo bisogno di lui, di spaventi, di pulp, di azione, di gioventù. Altrimenti saremo costretto a vedere e rivedere l’unico horror che non ci piace: quello profetizzato da Bellocchio, il “governo dei morti”.

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