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Iguana

Tracklist consigliata:

    • For the threes – Matmos
    • Frank Sinatra – Cake
    • Attack el robot! Attack! – Calexico
    • Watch Song – Shellac
    • Now – Nomeansno

Le iguane sono rettili affini alle lucertole, ma più grossi e lenti. Allo stato adulto possiedono una caratteristica cresta sul dorso. In natura possono raggiungere anche i 2,5 m., mentre in cattività crescono fino ai 1,5 – 1,8 m. Vivono prevalentemente tutta la vita sopra dei grandi alberi e quando scendono al suolo lo fanno per deporre le uova, accoppiarsi o semplicemente per spostarsi in un’altra zona. Di mattina all’alba si svegliano e vanno a cercare il punto più diretto al sole, dove, per ore, rimangono a sollazzarsi.

Bassano del Grappa è una cittadina medievale in provincia di Vicenza, vivacissima da un punto di vista economico. Si trova ai piedi delle Prealpi Vicentine, a pochi passi dal Massiccio del Grappa.
Il suo monumento simbolo è il Ponte degli Alpini, costruito su progetto di Andrea Palladio, più volte distrutto e ricostruito. Poco lontano, arroccati in una sontuosa villa vivono il brizzolato gioielliere Luca Medoro e la sua allegra famiglia. La truculenta storia che segue è ciò che accadde una notte di qualche anno fa
Martin guardava, assorto, piazza della Libertà dall’abitacolo dell’auto ferma. Da una settimana, ormai, si godeva, privatamente, quello spettacolo per lui inusuale. Era infatti abituato ad altri scenari, ad altre latitudini, al clima secco, ai colori intensi, al rumore costante, alla ricotta salata. In quei giorni, però, si sentiva protetto dalla calma, da quel venticello fresco, dall’affermazione dei ritmi della civiltà, dall’organizzazione capillare delle attività e del tempo, dall’operosità della gente e dal puntuale, meritato silenzio.
“Tu pensi troppo, ragazzo mio! Lascia perdere! Dai, provaci ancora.” La voce di Alfonso lo sottrasse bruscamente alle ingenue speculazioni. Martin esitò un attimo e resistette al richiamo.
Poi chiuse il finestrino e si rituffò nel suo mondo, quello di sempre. Allora riprovò ancora e disse: “Dare soldi, dove messo gioielli!” Il volto si contorse in un’espressione austera, aprì il pacchetto di sigarette, ne estrasse una e la infilò in bocca. Cercò l’accendino nelle tasche dei pantaloni senza trovarlo. Sul cruscotto c’erano un bottiglietta d’acqua vuota, un pacco di merendine accartocciato, un quotidiano locale, la guida Michelin del Veneto.

“Maria! Ancora mi fregasti l’accendino. Sempre ‘sto vizio”

“Smettila di parlare in italiano! Non stiamo giocando, ti avverto: non mi fare incazzare!”, gli disse quell’altro.
Martin girò la testa e fissò la sua immagine specchiarsi sul parabrezza. C’era la luna piena e il riflesso della luce creava una sorta di palla sbilenca che s’adagiava, composta, giusto sopra la sua testa.
“Miiiii. Guarda, Alfò. Guarda il vetro. Sembro un santo. Santo Martin. Il punitore dei gioiellieri della Serenissima.”
Alfonso gli afferrò il braccio e lo tirò a se violentemente, stringendolo forte. Martin lo guardò impaurito. Lo conosceva da sempre ma non aveva ancora capito se la sua violenza fosse una sorta di rigore morale oppure semplice bestialità, irrimediabilmente destinata a crescere, a nutrirsi di se stessa.
Alfonso era un essere strano, un omone gigantesco che però non aveva i baffi. Per Martin era sempre stato un mistero, perché era la tipica persona da baffi, aveva il viso da baffi, e perciò con i baffi sarebbe stato perfetto.
Lui invece non li aveva e, questa mancanza lo insospettiva. Provava soggezione nei confronti di quell’omone. Forse sospetto, magari timore. Ma era suo zio e certo non poteva farsi troppe domande sul suo conto.
“Da adesso in poi devi parlare solo con un evidente accento dell’est”. S’interruppe per qualche istante poi continuò: “Esattamente come dicono sempre alla televisione. Basta minchiate. Lo Capisti?”
“Capiu” rispose il nipote cercando di liberarsi da quella presa ferrea che, però, aumentò sensibilmente. Martin ebbe un sussulto, poi capì e si corresse subito:
Da, io capito… dada!”
Alfonso approvò, grugnì qualche sillaba che rimbalzò nell’abitacolo, infine gli mollò il braccio.

“E’ facile, sono giorni che te lo spiego. Devi togliere le lettere doppie. Vedi, da noi, per dire puttana diciamo bottaaana. Senti come suona, è musicale. I rumeni dicono putana, veloce, secco, no?. Noi sembra che cantiamo e loro sembra che sputano. E dicono andare, fare, per quelli finisce tutto con are non ci mettono la i, la a, la o, niente. Come gli albanesi, va’!”

Martin pregò tutti i santi in cielo perché Alfonso non riattaccasse con la giornaliera storia degli albanesi, con la solita manfrina trita e ritrita che dieci anni fa tutti avevano paura di loro, che erano delle bestie, che zio Nevio si era fatto la villa a Siculania grazie gli albanesi, che adesso gli albanesi sono i rumeni.
Un gruppo di persone apparve da sotto i portici di via Matteotti. Ombre, ombre fluide, dieci pettorine verdi che galleggiavano nel nulla. Fantasmi padani in fila per tre.
“Minchia queste ronde proprio non le sopporto.  E quel testa di cazzo con il suo amico ricchione non si ancora visti. Che minchia staranno facendo?”
Alfonso, nervosamente, accese la macchina e partì. Il piedone sull’acceleratore, le scarpe da tennis bianche che aveva comperato quel pomeriggio, delle calze blu e gialle improponibili.
Un miagolio accompagnò il rombo del motore. Alle loro spalle, un’auto, sonnacchiosa e lenta, entrò nella piazza.
Luci deboli e pigre illuminavano fievolmente i portici del ponte.
Martin sentiva il gelo ed il peso del ferro che teneva in cinta, si aggiustò la giacca della tuta.
“Bevi!”, gli disse improvvisamente Alfonso allungandogli una bottiglia contenente un liquido ambrato.
Martin non la accettò, accigliandosi. Girò la testa dall’altra parte, e le Prealpi Vicentine lo salutarono.
“Devi berla. Si chiama Palinca. E’come la grappa solo che è alla prugna. Te l’ho allungata con un poco di acqua. In Romania si beve come noi beviamo il vino.”
“No!” Martin rispose sforzandosi di mantenere un contegno balcanico.
Martin, in verità, non sapeva cosa dire, cosa fare, gli sembrava tutto paradossale, assurdo. Non era abituato a lavorare così, lui era un esperto in allarmi. Il suo lavoro era disattivare, rendere inoffensivo qualsiasi tipo di protezione. Era un vero asso in quello che faceva. Tutta quella pantomima lo stava stancando.

“Devi berla! Quelli se ne calano un sacco. Senti che buona?” Arguì, cinico, lo zio Alfonso.

Il ragazzo non lo degnò neppure di uno sguardo, aveva la luna appiccicata al profilo.
Alfonso decise di spiegarsi: “Martino. Non sappiamo dov’è la cassaforte e quindi bisogna che ce lo facciamo dire. Il Medoro è in Svizzera a farsi i fatti suoi. Sistemiamo il figlio e rimane solo quella zoccola della moglie.”
Martin annuì con la testa, la situazione la conosceva benissimo.
Alfonso, però, aveva il vizio di ripetere le cose, di spiegare e rispiegare, di insistere, di ribadire:
“Poi una volta dentro, tu la devi tenere, le devi parlare con accento rumeno e devi alitare.”
Martin rimase basito, riuscì solo a grattarsi dietro all’orecchio.
“Così si ricorderà dell’odore di prugna. E’ importante, e sai perché?” Lo zio lo guardò diritto negli occhi.
Il ragazzo, ormai ostaggio dei suoi piani malefici, scosse la testa.
“Perché il terrore si nutre di dettagli! Ed i dettagli sono i primi che si ricordano.”
Alfonso osservò il nipote, volle vedere la sua reazione, volle assicurarsi che avesse capito. Poi concluse:
“Io le farò paura, le darò qualche schiaffone, le farò vedere la pistola, poi magari le sputerò addosso. Qualcosa me lo invento, cosa vuoi che sia. Magari le faccio pure vedere la minchia così sai come si spaventa?”
A Martin venne da ridere, ma si trattenne. Doveva essere un rumeno e i rumeni, non usano le doppie,  sputacchiano, insultano velocemente, bevono quella merda alla prugna e, probabilmente, non ridono mai.
A quel punto, mentre la loro auto procedeva, due figure sbucarono dal nulla.
Erano il rettile, il promettente figlio del gioielliere Medoro, e Zappa, suo amico dalla lunga e folta chioma bionda, dalle chiappe strette e i jeans a zampa d’elefante. I due muovevano un passo alla volta, sembravano far fatica da avanzare, si reggevano l’uno all’altro. Visi tesi, gli occhi fissi sull’asfalto.
Martin, d’istinto, mise mano alla pistola, lanciò uno sguardo ad Alfonso Zaccardo, suo zio, suo capo, suo mentore, suo parente sconosciuto, diavolo obeso senza baffi.

Il siciliano frenò e rallentò l’auto, osservò per qualche istante quei due e disse:

“Guarda come stanno messi quei due… Non c’è bisogno che li conciamo! Sono già serviti. Sicuro che a casa non ci torna, quella schifezza ambulante.”
“Ma?” La pistola in mano, Martin era deciso.
“Andiamo, dai! Facciamo finamente questa cosa e poi torniamocene in Sicilia.”
Mentre l’auto riprese il suo moto scivolando lentamente verso villa Medoro, il Rettile e Zappa continuarono a barcollare senza meta.
Due figure sbilenche. Passi, pesanti, inchiodati al suolo, come se stessero camminando su di una distesa di Bostik.
“R… re… tt.. i… le… è bu… bu… o… nnnnn… a!” disse Zappa.
Rettile, così apostrofato dagli abitanti del paese a causa della sua incontenibile passione per iguane, serpenti e lucertole, lo osservò perplesso. Si pulì un filetto di bava che gli colava dalla bocca e dopo qualche minuto sentenziò un deciso: “S… iii… i”. Poi cercò di ridere ma non ci riuscì, non si sentiva le gambe, aveva la continua sensazione di dover cadere da un istante all’altro. In bilico, sul ciglio di un pericoloso burrone sintetico, riuscì a deglutire. Una scia amarognola, gli parve di avere una lumaca in gola. Mille pensieri ripresero a frullargli per la testa, mille immagini distorte che prendevano forma, mille interminabili dubbi. Mix angosciante di allucinazioni e intime riflessioni che solo la chetamina è in grado di regalare.

Guardò la luna, era grande, enorme, immensa, gli sembrò che coprisse il cielo, il suo cielo.

Diede un fendente e disse: “ mmm… iii.. o”.
Poi come d’incanto, si ricordò un particolare: un puntino nero che galleggia nel  bianco, due occhi, due occhi enormi che pulsano.
Si girò verso casa sua e bestemmiò al rallentatore.
Disse all’amico che dovevano tornare a casa, che c’era un problema. L’amico non capì, ma sorrise. Dopo qualche minuto d’improbabili balbettii, si girarono e ripresero la strada verso villa Medoro.
Alfonso intanto parcheggiò in un luogo appartato. Attraversarono a piedi un boschetto rado e arrivarono davanti alla villa. C’era una moto nascosta dietro ad un albero. Martin guardò le telecamere. Le osservò con attenzione e disse: “Sono disattivate”.
“Che minchia dici?”
“Sono disattivate!”
“Si è dimenticato di inserire il sistema? E ci credo, ubriaco come stava. Beh meglio va’, così ti risparmi la fatica.”
Martin annuì, poi riguardò la moto che era lì vicino. Sicuramente era di Zappa, ma perché l’aveva lasciata là?
Non ebbe il tempo di riflettere, Alfonso gli fece cenno di entrare. Si misero il passamontagna, impugnarono le pistole.
Tutto iniziò così.
Anche la porta di casa era aperta.
Un corridoio lungo.
Sulla sinistra e sulla destra due porte semichiuse e all’interno, il buio. La tenue luce lunare scoprì due camere piene di mobili. C’erano tavoli, sedie, armadietti, uno scrittoio, alcuni bauli. Le pareti erano adorne di quadri. Si inoltrarono nel corridoio che era illuminato da una luce di cortesia, percorsero una decina di metri e si trovarono in una sala più grande della precedente.
Alfonso fece segno di salire.

La donna era in camera da letto. Lei se ne stava sempre nella sua enorme stanza. Lo sapevano tutti, la bella mogliettina del gioielliere viveva nei piani alti, scendeva solo per mangiare o per andare in giardino. Il siciliano ebbe un brivido al pensiero della bella sorpresa che le stavano per fare. Era eccitato, Martin lo percepiva. Deglutì, il sapore di quell’intruglio merdoso gusto prugna lo soffocò per un istante. Fece di tutto per non tossire. Ci riuscì.

Insieme avanzarono nella semioscurità del salone.
Poi udirono un rumore, come un respiro.
Si girarono di scatto. Quello che accadde, fu rapido.
Un puntino nero, due occhi, due occhi enormi che pulsavano nel buio. Sally, l’iguana preferita del rettile, era riuscita, a fatica, ad arrampicarsi su di un comodino del soggiorno. Adesso si trovava davanti ad un vaso rosso. L’iguana guardò Alfonso indispettita.
Alfonso, impaurito da quel rumore inaspettato, puntò la pistola verso il buio.
Il respiro aumentò.
Due figure smussate comparvero.
Martin indietreggiò, picchiò con la schiena su di una parete. Sentì la consistenza dell’interruttore. Una luce fievole illuminò la stanza.
Due tipi con il viso coperto si materializzarono davanti a loro.
I due alzarono le armi d’istinto.
Ci fu un momento di totale smarrimento. Erano incappucciati, indossavano delle tute all’ultima  moda, le scarpe sporche di fango, uno aveva delle calze rosse e verdi. I quattro si studiarono attentamente.
Cairo Franco, noto, picchiatore, pappone, criminale tutto fare di Vibo Valentia parlò per primo. Era la sua specialità. In calabrese strettissimo urlò: ”Mettete giù le pistole, zingari di merda”.
Martin e Alfonso non capirono nulla. Si lanciarono uno sguardo. In che lingua stava parlando quel tipo? Che cosa aveva detto?

Sally era stata abbandonata dal suo padrone, era stata lasciata sola soletta e sperduta, aveva faticato per trovare un giaciglio comodo. Così, smarrita, decise di darsi pace e di sistemarsi. Solo che, nel girarsi per trovare la posizione giusta, diede una scodata al vaso che cadde. Nello stesso istante Martin ebbe un raptus e gridò “Rumeni bastardi!”.

Il rumore del vaso in frantumi spaventò tutti. Un sussulto condiviso. Otto occhi che si fissarono per l’ultimo istante. Cairo sbrocco e sparò ad Alfonso.
La casa tremò.
Maria Chiara Santin stava guardando un film d’amore. Il fragore degli scoppi scosse improvvisamente la sua calma.
L’immagine di Teodoro che baciava Elena in un cortile della Sicilia meridionale si trasformò in una amara sorpresa. Spense la televisione, andò nella camera del marito e prese il fucile.
Era terrorizzata. Le gambe le tremavano, non sapeva che fare. Si fece coraggio e decise di scendere, quella era la sua casa e lei doveva difenderla, difendersi.
Fucile ben saldo, occhi sgranati, affrontò il suo destino. Camminava come non aveva mai fatto, ladra in casa sua, tutta gobba e guardinga.
Scese le scale cercando di non fare rumore.
Quando entrò in sala, vide quattro corpi a terra.
Quattro uomini distesi sul suo prezioso tappeto.
Uno aveva il cranio aperto in due. C’erano schizzi di sangue ovunque.
Il suo quadro preferito, uno scorcio della campagna veneta realizzato dalla cugina Franca, era imbrattato di rosso. Un rosso intenso che macchiava quella monocromatica tela verde.
Un ciccione era crollato dentro al suo prezioso tavolo di vetro frantumandolo in mille pezzi. Notò che in un angolo, ce n’era uno che si muoveva ancora.
Si avvicinò, il fucile spianato. Il tipo aveva ancora il passamontagna sul volto. Si dimenava, faceva dei larghi gesti con le braccia. Bofonchiava, sbiascicava parole.
“No, no”.
Martin riuscì a togliersi il passamontagna. La donna traccheggiò, quel ragazzo poteva avere l’età di suo figlio.

Si guardò intorno, vide Sally. Si fissarono per qualche secondo, riuscì a specchiarsi in quegli occhi enormi. L’iguana mosse la testa verso il ragazzo agonizzante.

Anche Maria Chiara Santin fissò Martin che ancora si contorceva dal dolore, la gamba insanguinata, l’espressione di terrore.
Attimi fugaci, il respiro affannato, bolle di saliva agli angoli della bocca.
Poi capì, capì tutto. Razionalizzò e prese una decisione.
Appoggiò, con grazia, il fucile sul divano. Indietreggio di qualche passo, estrasse dalla tasca un fazzoletto di seta.
Si mise di fianco al corpo inerme di Cairo. Guardò il giovane siciliano con occhi languidi, prese la pistola del calabrese e la puntò diritta su Martin.
“Non sono rumeno, sono siciliano” disse, mentre la pozza di sangue che lo avvolgeva si stava allargando.
Lei lo fissò, l’indice sul grilletto, il fazzoletto di seta che impediva di lasciare le sue impronta.
Poteva farlo, tanto erano in casa sua, erano armati, erano venuti per derubarla, per toglierle quello che era suo, della sua famiglia, e disse:
“Muori, terrone!”.
Anche il tonfo secco di quello sparo rimbalzò sino al paese. Nella piazza decine di pettorine verdi si erano radunate e stavano per avviarsi verso la villa Medoro.
Una volante a sirene spiegate sorpassò il Rettile e Zappa che ancora arrancavano nei pressi del ponte degli alpini.
Chiara Santin rimise la pistola nella mano del Cairo. Nessuno avrebbe capito.
Prese Sally e tornò nella sua stanza.
Posò il fucile sul letto, prese il cellulare e chiamò suo marito.
Poi si mise a letto e spense la luce.
Due occhi, due occhi enormi.
All’indomani, tutto sarebbe tornato al proprio posto.
Si sarebbe svegliata e sarebbe andata a cercare il punto più diretto al sole, dove rimanere tranquilla a sollazzarsi per ore.

 

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