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Il canto del sangue, recensione

Il canto del sangue è un debutto di ottima qualità per un autore che è approdato ai grandi editori dopo il successo da selfpublisher

il-canto-del-sangue-recensione-sugarpulpTitolo: Il Canto del Sangue
Autore: Anthony Ryan
Editore: Fanucci Editore
PP: 768
Prezzo: cartaceo 11,99 euro | ebook 2,99 ebook

Il Canto del Sangue di Anthony Ryan è un romanzo dalla storia particolare. Ryan scrive il romanzo e, come molti aspiranti scrittori, lo propone a diverse case editrici, venendo sistematicamente rifiutato.

In un impeto di disperazione ed amarezza (parole sue) l’autore decide quindi di optare per l’autopubblicazione. Tanto ormai il lavoro è fatto, immagino abbia pensato, vale la pena di farlo uscire in qualche modo, mal che vada non lo compra nessuno… e invece il libro riscuote un certo consenso, tanto almeno da destare la curiosità della Penguin Books, che propone ad Anthony un contratto per tre libri.

Nasce così la trilogia L’Ombra del Corvo, di cui Il Canto del Sangue è il primo volume, seguito da Il Signore della Torre (di cui torneremo a parlare) e che si concluderà con Queen Of Fire previsto per questo 2015 nel mercato anglosassone.

Un po’ buffo che in Italia si trovi sempre più spesso evidenziata l’origine self di molti romanzi stranieri, mentre gli autopubblicati italiani vengono considerati, per la maggior parte e non sempre a torto, come degli wannabe, immeritevoli di qualsivoglia attenzione e incapaci di qualunque qualità.

Fortunatamente, bisogna ammetterlo, pare comunque che questa tendenza a vedere l’erba più verde nel giardino del vicino e la gramigna nella propria stia lentamente cambiando e che le case editrici si stiano rendendo conto che il self publishing è un bacino interessante da cui attingere (se poi le scelte editoriali porteranno anche a pubblicazioni di una certa qualità ci vorrà un po’ di tempo per stabilirlo).

Che sia per esterofilia o per avere l’occhio lungo, Fanucci ha scelto di proporre Il Canto del Sangue anche sul nostro mercato e c’è da essergliene grati.

Muovendosi dichiaratamente sulle impronte di David Gemmell della Saga dei Drenai, Anthony Ryan intesse la storia attorno ad una singola figura emblematica: Vaelin Al Sorna.

Costretto a soli 11 anni e dopo la morte della madre ad entrare nel Sesto Ordine, una specie di ordine monastico-guerriero al servizio del culto dei defunti chiamato semplicemente la Fede, Vaelin si forma attraverso un addestramento duro che lo forgia trasformandolo dal ragazzino timoroso e impacciato che viene lasciato ai cancelli d’entrata della casa dell’Ordine, ad un guerriero letale e ad un leader temuto e rispettato, se non proprio carismatico.

La prima metà de Il Canto del Sangue infatti si caratterizza come romanzo di formazione, ma molto lontano dai classici del genere, quanto dalle recenti rivisitazioni più taglienti come Il Mezzo Re di Joe Abercrombie.

La figura di Vaelin Al Sorna cambia nel corso del romanzo in maniera radicale, ma mantiene per tutto il romanzo una inquietudine di fondo rispetto a ciò che sta diventando, in bilico tra il ragazzo idealista che era e il brutale assassino che potrebbe diventare.

Nella seconda parte del romanzo invece si passa in territori di guerra, riprendendo un tema caro all’epic Fantasy degli anni ’90.

Tra la prima e la seconda parte de Il Canto del Sangue, come detto, Vaelin diventa un leader, prima dei suoi compagni all’interno dell’ordine e poi di un reggimento, che prende il nome di Lupi Corridori, scopre lati oscuri di sé e lati altrettanto oscuri e misteriosi dell’Ordine che serve, nonché dell’autorità regia.

Come accade in molti romanzi della fantasy attuale l’elemento puramente fantastico (sortilegi, magie, creature sovrannaturali) è piuttosto limitato, ma la presenza dell’irrazionale rimane sotto traccia per tutto il romanzo, affiorando prepotentemente in certi punti.

Non posso non notare come, anche in questo romanzo, l’elemento religioso abbia una sua centralità, come in Il Trono della Luna Crescente di Saladin Ahmed o I Mille Nomi di Dexter Wexler.

La cosa mi ha colpito perché nel fantasy di alcuni anni fa la dimensione religiosa era praticamente assente e anche dove c’era, penso al fantasy di derivazione AD&D, era conflittuale solo in maniera manichea, ossia il conflitto era tra i servitori di delle divinità benigne e maligne, ma non tra fedi diverse. In questo ci trovo un involontario specchio dei tempi.

Il Canto del Sangue è in bilico tra il fantasy epico e la sword and sorcery, con buone dosi di violenza, vissuta però in modo critico dal protagonista.

La scelta di un eroe singolo, anche se non solitario, si scosta dalla tendenza attuale post-Martin del romanzo corale a tutti i costi.

Se da una parte questa scelta mantiene l’attenzione focalizzata per tutte le oltre settecento pagine del romanzo, dall’altra attenua l’empatia con gli altri personaggi e comporta alcune evidenti implicazioni nelle possibilità di sviluppo della trama.

Questo, insieme allo sviluppo un po’ supereroistico di un Vaelin sempre più imbattibile, smorza un po’ di tensione, che però viene ravvivata da una indiscutibile bravura narrativa di Anthony Ryan che con Il Canto del Sangue ha firmato un debutto di ottima qualità.

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