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Il comunista che mangiava i bambini, la recensione

Il comunista che mangiava i bambini, di David Grieco, la recensione di Fulvio Luna Romero per Sugarpulp MAGAZINE

il comunista che mangiava i bambini recensioneTitolo: Il comunista che mangiava i bambini
Autore: David Grieco
Editore: Elle U Multimedia
PP: 334
Prezzo: euro 14,50

Un giorno, tempo fa, quando ancora il mio rapporto con la televisione non era ancora una “relazione complicata”, stavo guardando una puntata di Blu notte condotta da Carlo Lucarelli. Parlava della strage di Ustica.

Raccontando il collegamento di questo “incidente” con quello delle frecce tricolori a Ramstein, sentenziava: “spesso la realtà supera la fantasia”.

Ecco, in questo romanzo è proprio così. Perché la crudeltà che racconta David Grieco non è frutto della sua fantasia malata, ma è una cronaca romanzata di fatti realmente accaduti.

Evilenko, il protagonista del romanzo, in realtà è Andrej Romanovič Čikatilo. Un uomo dell’ex Unione Sovietica che, nel corso della sua prospera carriera di serial killer ha ucciso un numero imprecisato di persone, si dice attorno alle 50 ma certezza in questo senso non c’è.

E non si limitava ad ucciderle: il più delle volte commetteva, su quei poveri corpi, atti sessuali o di cannibalismo. Da qui il titolo del libro che racconta la storia del Mostro di Rostov.

Il romanzo: per cominciare a raccontarlo è necessario focalizzare il contesto. Perché siamo in Unione Sovietica sul finire degli anni ’70, in pieno sogno comunista. Comprendere la realtà oggi, leggere quei fatti in quel mondo ed in quel momento, per noi gggggiovani di questi anni è un compito che comporta un grande sforzo mentale.

Evilenko è un insegnante presso una scuola di provincia, un uomo legato al partito, fortemente indottrinato dal credo del suo paese. Un giorno affronta una ragazzina, un’alunna, con l’intenzione di molestarla. Causa impotenza non vi riesce, lei lo deride. E da qui scatta qualcosa nella mente di quell’uomo all’apparenza così mite, con gli occhi bianchi ed un carisma incredibile.

La polizia affida l’indagine al commissario Lesiev, neo sposo e padre di una bambina. Pare l’unico in grado di ragionare con schemi nuovi rispetto a quanto fanno gli investigatori di quel tempo. Ed è l’unico a cominciare a considerare il termine “malattia mentale” nell’analisi della vicenda.

Ed è questo il punto più interessante del romanzo, perché in quegli anni il malato mentale era considerato chiunque si opponesse al sistema. Portare un magistrato a pensarla diversamente, per Lesiev, è un compito arduo.

Intanto la strage continua con efferatezza, i morti continuano ad accumularsi, il sangue a scorrere sullo sfondo di un paese che sta crollando su se stesso.

Un romanzo scritto bene che fa in modo (compito difficilissimo) di schivare lo splatter. Molte scene sono descritte con freddezza e distacco che rendono ancora più agghiacciante il racconto. Le pagine si divorano e si corre rapidi verso la fine.

Qui la situazione, però, un po’ sfugge di mano all’autore. Nel senso che il finale si trascina un po’ troppo a lungo e pare più un esercizio di stile che un passaggio finalizzato alla completezza della narrazione.

Un romanzo, comunque, che suggerisco e che va letto per almeno due motivi: in primo luogo aiuta a capire fino a dove possa arrivare la follia di un uomo lucido (ok, magari non scopriamo niente di nuovo). Ma in seconda battuta permette di cogliere, sullo sfondo, il crollo del sogno U.R.S.S. raccontato da chi l’ha vissuto sulla propria pelle.

3 barbabietole su 5

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