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Il detenuto, la recensione

Il detenuto è una delle più belle sorprese del 2019, una serie capace di  unire il drama latinoamericano con il miglior spirito B movie made in USA.

Il detenuto è una delle migliori serie attualmente disponibili su Netflix e nessuno, in Italia, se la caga. In un epoca di complottisti verrebbe da chiedersi il perché. Cosa c’è sotto? C’entra forse Soros?

Oppure, semplicemente, non è stata “pompata” a dovere a differenza di certe schifezze che grazie a campagne marketing asfissianti ci vogliono fare passare come capolavori?

Essendo una persona piuttosto razionale opto per la seconda ipotesi e vi faccio l’enorme favore di darvi due dritte su questo bel drama carcerario, prodotto da Telemundo (USA) come adattamento della serie argentina El marginal, anch’essa disponibile nel catalogo della piattaforma di Los Gatos.

TELEMUNDO

Anzitutto è doveroso fare due parole sulla casa produttrice di questo show: Telemundo è una rete televisiva statunitense, tra i principali produttori mondiali di contenuti in lingua spagnola.

Se nel passato si era concentrata principalmente su soap operas e telenovelas con Il detenuto firma il suo progetto più originale ed ambizioso: una serie “ristretta” nella durata che guarda al modello americano, vendibile all’estero e sul mercato on demand con un budget ed un team senza precedenti.  Per ora non si hanno conferme su di una nuova stagione ma questa prima parte, composta da 13 episodi, è di fatto autoconclusiva.

Lo sforzo profuso ha dato i suoi frutti: Il detenuto ha sfondato in America Latina ed in Spagna e, anche nel resto di Europa e negli States non ha fatto sfaceli, possiamo tranquillamente dire che il successo commerciale che ci si augurava è puntualmente arrivato, grazie anche al coinvolgimento di professionisti di altissimo livello, tra tutti la scenografa Brigitte Broch  (The Reader, Biutiful, 21 grammi, Babel) ed il direttore della fotografia Jaime Reynoso (Elysium, Bloodline, Shooter, The air I breathe).

LA SERIE

Il detenuto ricalca fondamentalmente la trama de El marginal con la sostanziale differenza che i fatti narrati non si svolgono in Argentina ma tra il Messico e gli Stati Uniti.

Il protagonista, Lazaro Mendoza, è un ex marine americano che entra sotto falsa identità nel carcere messicano La Rotunda sotto lo pseudonimo di Dante Pardo, per cercare di rintracciare la figlia del giudice americano John Morris, che si sospetta essere stata rapita e nascosta nella prigione. Una volta all’interno del carcere il nostro Lazaro/Dante dovrà costruirsi la fama di “duro” e scalare le gerarchie interne al penitenziario per poter avvicinare coloro che ritiene potrebbero essere i responsabili del sequestro…

La serie funziona prima di tutto grazie ad una serie di personaggi forti ben tratteggiati: il protagonista è interpretato dall’argentino Ignacio Serricchio (Lost in Space, The Mule) classico duro “inespressivo” che mi ha ricordato l’Antony Starr del mitico Banshee; accanto a Serricchio una serie di co-protagonisti di assoluto livello, su tutti Santito nei cui panni troviamo un altro argentino, David Chocarro, detenuto psicotico e sfacciato, sempre strafatto e sopra le righe, stella assoluta dello show.

Ottime inoltre le performance di quattro attori messicani: Luis Felipe Tover che interpreta il villain Mariano Tavares, boss del carcere e padrino di Santito, Flavio Medina nelle vesti del corrottissimo ed egocentrico direttore Peniche, Gustavo Sanchez Parra nei panni di “Cuauhtémoc”, leader della temibile gang “La Unión” e Ana Claudia Talancón (Fast Food Nation, L’amore ai tempi del colera) nella parte della psicologa Frida Villareal che rappresenta l’unica voce razionale e compassionevole nell’inferno de La Rotunda. 

Il detenuto può inoltre vantare una messa in scena sempre convincente ed una scenografia curatissima che si divide principalmente tra l’interno del carcere dove si muovono Tavares ed i suoi ed una parte esterna che più che una prigione ricorda una baraccopoli o uno slum di una grande città metropolitana, dove a dettare legge è la banda de La Unión in contrapposizione ad un altrettanto pericolosa gang neonazista. 

La serie convince anche dal punto del vista del ritmo: come dicevo sopra siamo di fronte ad un drama carcerario ma l’approccio attraverso il quale ci viene raccontato è quello di un buon thriller, dove la tensione è sempre altissima ed i colpi di scena si susseguono puntata dopo puntata portandoci nella seconda metà anche al di fuori delle mura del penitenziario.

Il detenuto è uno show ad alto tasso di testosterone, violento, pulp, intenso, a tratti ironico ma anche coraggioso nel descrivere la corruzione all’interno delle carceri e della politica messicana, capace di unire il tipico drama latinoamericano con il miglior spirito B movie made in USA in un mix assolutamente vincente. 

Che cosa aspettate per dargli un’occasione?  

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Made with love by Andrea Andreetta

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