Il Mistero di Lovecraft: Road To L.

Il Mistero di Lovecraft: Road To L. è un mockumentary con il grande pregio di sollevare interrogativi, proprio perché realtà e finzione si mescolano perfettamente

Il Mistero di Lovecraft: Road To L.

Estate 2002: in una bancarella di Montecatini viene trovato un manoscritto in inglese (un diario di viaggio) attribuibile a Howard Phillips Lovecraft; porta la firma “Granpa Theo”, uno dei molti pseudonimi dello scrittore statunitense. Se il contenuto fosse originale, Lovecraft potrebbe aver visitato l’Italia nel 1926, fermandosi in Polesine.

Nel manoscritto si riscontrano molti riferimenti alle leggende della tradizione polesana e vengono citati i “Racconti del Filò”. I registi Roberto Leggio, che ha scoperto casualmente il diario, e Federico Greco decidono di verificarne l’autenticità: è avvenuto realmente questo viaggio o si tratta di pura immaginazione? Aiutati da una troupe di colleghi, partono alla volta del Polesine per effettuare delle ricerche e delle riprese sul posto.

Nei “Racconti del Filò” si narra dell’esistenza di esseri ibridi, per metà umani e per metà anfibi: anche Lovecraft parla di uomini-pesce e il celebre Il richiamo di Cthulhu è proprio del 1926.

E se lo scrittore di Providence si fosse ispirato alle leggende nate lungo il Po per dar vita alla sua creatura mostruosa?

Road to L. è il prodotto di questa avventura, un film girato tra acque, case abbandonate con le finestre sbarrate, paesi isolati: è un mockumentary, cioè un falso documentario, e ha il grande pregio di sollevare interrogativi, proprio perché realtà e finzione si mescolano e non si riesce più a cogliere la sottile linea di demarcazione tra vero e inventato.

L. è Loreo, paese nominato nel manoscritto, e da qui la troupe inizia il suo lavoro di ricerca: deve affrontare la reticenza della gente della zona (soprattutto quando la domanda cade sulla confraternita dei Fradei de Loreo), scopre che uno studente universitario di tradizioni popolari è scomparso nel nulla, registra ninne nanne provenienti da casolari vuoti, si imbatte in un pescatore che ha visto un uomo-anfibio…

Un viaggio allucinante che terminerà a Santa Maria in Punta, dove il fiume Po si divide e sembra formare la bocca di un serpente. Innsmouth: in its mouth, appunto.

Perché abbiamo bisogno di credere all’esistenza di mostri, demoni, spiriti e compagnia bella? In tutte le culture, sono presenti narrazioni di creature terrificanti, spietate e vendicative, testimoni delle paure dell’essere umano nei confronti degli elementi della natura, dell’oscurità, dell’ignoto, del diverso (e dei diversi). Leggende nate per esorcizzare quel che non si riesce a comprendere.

Dunque, poco importa che Lovecraft abbia soggiornato o meno in Polesine: Cthulhu vive nelle acque del Po come, pure, in tutti i fiumi, i laghi e i mari di questo triste mondo (infatti, uomini di diverse latitudini condividono ossessioni simili). Lovecraft stesso era profondamente razzista e nei suoi racconti incontriamo creature orrende, direi schifose, come se lo scrivere fosse appunto un metodo per liberarsi dalle fobie che lo perseguitavano.

In Road to L., i locali sono diffidenti verso i foresti e si capisce subito che l’incomunicabilità non deriva dal fatto che alcuni dei protagonisti parlano solo in inglese, e i residenti in dialetto. C’è un muro invisibile, che non si può abbattere, perché un mostro può assumere anche sembianze umane.

Inoltre, questa mentalità chiusa, l’attaccamento alla terra, la strenua difesa della proprietà e il senso di appartenenza (che esclude, ancora una volta, chi vien da fora) – tutti elementi figli della cultura contadina – hanno consentito lo sfruttamento spregiudicato del nostro territorio: atteggiamento giustificato perché considerato quasi un diritto inalienabile; acquisito per il puro e semplice fatto che calpestiamo questo suolo. Ma la natura (e in questo è estremamente democratica) si rivolta e si vendica come e dove meglio crede.

Paradossalmente, una società sospettosa, che tende a chiudersi, ad isolarsi, per impedire l’arrivo di esseri immondi provenienti dall’esterno, ne genera di nuovi, e ben più pericolosi, al suo interno.

E quindi, sì… ci credo anch’io ai mostri e mi aspetto, un giorno, di vederli emergere dalle acque di fronte a Porto Marghera, dalla laguna putrida o dai fossi ostruiti da colate di cemento. E, questa volta, non saranno il prodotto fantastico delle nostre paure.

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