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Il museo dell’inferno

Il museo dell’inferno è un romanzo che adombra non poco il lettore, ponendolo di fronte a un crescendo di inquietanti quesiti

Titolo: Il museo dell’inferno
Autore: Raymond Derek
Editore: Meridiano Zero (collana Meridianonero)
PP: 221
Prezzo: 11,90

Pubblicato nel 1993, un anno prima della scomparsa di Derek Raymond, Il museo dell’inferno rappresenta il quinto episodio della  Factory Series.

Meridiano Zero ripropone, dopo una prima edizione del 2002, quello che è considerato un capitolo minore della produzione di Raymond ma che forse è solo desueto nella forma, rispetto ad altri suoi lavori.

La trama è  infatti composta da due fasi consecutive temporalmente ma distanti per ritmo e temi. La prima parte è scansionata da capitoli in terza persona e dalla  voce narrante  del sergente senza nome, che, giunto a un punto dell’esistenza in cui quasi ogni giorno rappresenta ormai l’anniversario di qualcosa, si ritrova senza nessuno al fianco con cui festeggiare. Ma l’intraprendenza e la tenacia lo corroborano ancora, nell’infinita lotta contro il male.

Gli orrori che hanno infestato i suoi incubi e animato la sua carriera minacciano di non avere mai fine; Ronald Jidney, l’insolito assassino a cui dà la caccia questa volta, è una persona di una certa età che mantiene un profilo bassissimo, una caratteristica che rende quasi impossibile la sua identificazione.

L’apparire normale gli riesce benissimo ma in egual misura lo tormenta. La seconda parte, un buon terzo del libro, è costituita da una sorta di “intervista col serial killer” nella quale l’autore astrae la sua visione del male e del distacco da esso.

L’astrazione cui procede Raymond nella sua prosa ha un corrispettivo pittorico, palesemente richiamato in alcune scene del libro: Francis Bacon. In questa lunga e dettagliata confessione, emerge quanto la concezione disturbata dell’omicida abbia origini ancestrali e quanto sia destinata a perpetuarsi nel tempo.

Il passato che continua a ripetersi ha in questa sede una valenza quasi metafisica non nuova agli schemi di Raymond. Le efferatezze, uno dei segni distintivi della sua produzione, sono non meno presenti che nei precedenti episodi della serie e anche se non si può certo considerare uno dei suoi lavori migliori, anche Il museo dell’inferno adombra non poco il lettore, ponendolo di fronte a un crescendo di inquietanti quesiti.

Jidney sostiene a un certo punto della sua confessione che l’unico modo per scampare all’inferno è diventarlo, arrivando a dichiarare che il suo istinto deviato non è dissimile da quello di chi è impegnato a braccarlo.

Non ci sono stati lavori minori di Derek Raymond, né sono esistiti autori noir europei in grado si scandagliare come lui il lato oscuro della psiche umana.

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