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Il Petroliere

Il Petroliere

Film pluripremiato, instant classic da vedere e rivedere. Il Petroliere, opera epica quasi perfetta.

Dal romanzo “Oil!” di Upton Sinclair, Paul Thomas Anderson, regista complesso e autoriale, dalla non nutrita, ma interessante filmografia – Boogie Nights e Magnolia, o il recente The master – , trae con magistrale sicurezza uno dei suoi film più potenti, completi e riusciti.

Questo There will be blood (in originale), da lui scritto e diretto, sontuoso e crudele, interpretato da un magnifico Daniel Day Lewis nei panni del magnate del petrolio del titolo, è un lavoro che trasuda la sfrontata grandeur dei capolavori epici del passato, pienamente consapevole della purissima qualità e della profondità dei contenuti di cui è intriso ogni singolo fotogramma.

Il Petroliere

Messa da parte la superficiale, effimera magniloquenza industriale cui Hollywood ci ha spesso abituato, qui si è di fronte ad un masterpiece di tutto rispetto, ad un’opera che sfiora la perfezione così da vicino come raramente è dato vedere.

Fin dai primi quindici minuti, lenti e privi di dialogo, intervallati solo da trivellazioni e detonazioni, dal rumore del duro lavoro, faticoso e solitario – tanto ricco di promesse e rischi, quanto avaro di soddisfazioni e certezze – , si capisce che l’architettura filmica imbastita dal regista è sì solida e imponente, ma è soprattutto costruita per sostenere un qualcosa di memorabile.

Col passare degli anni ed il conseguente crescere delle fortune di Daniel Plainview (Lewis), aumenta esponenzialmente anche il numero di coloro i quali si aspettano di trarne a loro volta un qualche profitto; nonché degli avversari, sempre presenti e pronti a stroncare, o quantomeno arginare, un signor nessuno arricchitosi troppo e troppo in fretta.

Daniel ha l’ingombrante grandezza di certi indimenticabili personaggi del cinema del passato, mescolata alla violenta crudeltà di quello attuale: semplificando con l’accetta, si potrebbe dire che il Citizen Kane di Orson Welles incontra l’Unforgiven di Clint Eastwood, e il paragone non sarebbe forse poi così azzardato. L’incrollabile volontà di potenza che lo anima lo porta a spazzare via ogni ostacolo incontrato sul proprio cammino, senza dover mai conoscere né l’onta della sconfitta, né l’amaro sapore del compromesso.

Il Petroliere

Come in ogni dramma – umano, prima che cinematografico – che si rispetti, il destino, con il suo carico di lutto e tragedia sempre in agguato, cala però inesorabile quando la parabola del nostro è ormai giunta al culmine (termine?). La furia insaziabile, che aveva costruito la fortuna di Daniel, gli si rivolta contro come il più disumano dei mostri, decretando l’ineluttabile fine di un mito che probabilmente doveva terminare solo autodistruggendosi.

Daniel Day Lewis, a cui l’Oscar come miglior attore protagonista non poteva davvero sfuggire, è autore di un’interpretazione da leggenda nel tratteggiare, con purissima maestria, un’anima dannata da sé stessa e dalla propria delirante ambizione. Un’anima la cui grandiosità, straripante e decisamente “larger than life” – se non altro rispetto agli omuncoli che di volta in volta girano intorno al protagonista, collaboratori, rivali o presunti parenti che siano – , è speculare allo squassante vuoto morale e alla delirante solitudine interiore del nostro. Sua forza e sua condanna allo stesso tempo.

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