Il Ratto

Il Ratto, un racconto inedito di Armando Autieri per Sugarpulp

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«Dunque signori, come potete ben immaginare vi ho invitati qui perché è successo un grosso casino ed esigo spiegazioni da voi».

Il tono del Sapiente era calmo. Lo chiamavano così perché aveva una villa piena di libri, e li aveva letti tutti. Riempiva le orecchie dei suoi scagnozzi con citazioni colte, ma loro non riuscivano a coglierle mai, e condiva le sue frasi di termini stranieri. Nessuno glielo faceva notare però.

Il Sapiente era un furbo figlio di puttana spietato, a capo di una gang specializzata in rapine a banche e uffici postali in tutto il nord Italia escluso il Veneto, la sua area di provenienza. Non operava lì solo perché poteva avere casini. Ma la settimana prima cambiò modus operandi e organizzò un grosso colpo in una banca in centro a Treviso. Neanche a dirlo, la rapina finì male, quasi che a sfidare la sorte dovesse per forza sortirne un effetto negativo.
«Nessuno parla, eh?», soffiò spazientito il boss. «Va bene, forse non c’è l’atmosfera adatta. Alì, porta una bottiglia di whisky e vediamo di rendere questa serata un po’ più piacevole per i nostri invitati».

Il grosso guardaspalle albanese sparì dietro una tenda, mentre il Sapiente, seduto con i suoi quattro ospiti, tamburellava nervoso con le dita sul tavolaccio di legno scadente che occupava quasi per intero lo scantinato umido e freddo dove si svolgeva la riunione.

Li fissò uno per uno. Antonella doveva farsi aprire l’uscita di sicurezza della banca da un impiegato: aveva una carrozzina e non poteva passare dalle porte allarmate, troppo strette. Da lì si sarebbero intrufolati i suoi complici armati. Al posto del bambino, però, trasportava un grosso fucile a canne mozze; il Rosso, l’autista, che li aspettava nella Fiat Multipla rubata a Campobasso; Marek, lo slovacco che avrebbe dovuto tenere sotto tiro eventuali clienti con velleità da Bruce Willis e infine lo Sceicco, quello che doveva farsi consegnare i soldi – la banda avrebbe potuto tenerli tutti – e la cassetta numero 13, il cui contenuto era stato il motivo per il quale il Sapiente aveva organizzato la rapina in un luogo così vicino a casa sua. A lui interessava solo quella.

«Sceicco, noi ci conosciamo da tanti anni e hai lavorato molto bene con me – riprese il Sapiente – sei stato tu a consigliarmi queste teste calde e ora mi ritrovo in mezzo al disastro. Dico mi ritrovo perché io non ho mai avuto problemi con la legge, mentre invece voi siete una banda di thugs. Ora, io so bene che sei un uomo riservato e di poche parole, ma ti giuro che se non mi dici esattamente come sono andate le cose», e qui la voce pacata dell’uomo s’incrinò, «ti riterrò unico responsabile di tutto».

Lo Sceicco si era guadagnato il nomignolo perché aveva la pelle scurissima e si vestiva sempre con abiti chiari. Era un criminale con tanto di pedigree, e durante gli anni di piombo si era specializzato in furti e rapine per conto di organizzazioni extraparlamentari, che fossero nere o rosse. C’era chi lo sospettava addirittura di essere un ratto, una spia, visti i suoi abituali salti di banda, ma i pochi che glielo dissero in faccia si ritrovarono con qualche buco aggiuntivo nell’addome o in testa.

Dopo pochi minuti Alì riapparve nella stanza con un vassoio. C’erano una bottiglia di Glen Grant, una bottiglia d’acqua e cinque tumbler bassi, già pieni di ghiaccio. La robusta ex guardia di sicurezza di qualche dittatore balcanico riempì di liquore i bicchieri degli ospiti del suo boss. A lui servì solo acqua: il Sapiente non beveva, mai, quella sua lucidità conservata fino in fondo lo rendeva migliore dei delinquenti che lavoravano per lui. Tutti quanti bevvero un sorso. Lo Sceicco, con il bruciore dell’acqua di fuoco che gli ustionava la trachea assieme al nervosismo, iniziò a raccontare la storia.

La mattina del colpo era lunedì, pioveva e faceva un freddo bastardo nonostante fosse maggio inoltrato. Colpa di un vulcano in nord Europa, si diceva. I quattro erano nella piazza della città, arrivati tutti per conto loro tranne Marek e lo Sceicco, che andarono assieme. Il Rosso aveva parcheggiato la Multipla davanti alla banca già da un pezzo e Antonella era a pochi metri da lui, con la carrozzina.

Appena vide i due avvicinarsi, suonò il campanello dell’istituto di credito per farsi aprire la porta di sicurezza. In una manciata di secondi un cassiere gli aprì, e lo slovacco e l’ex terrorista entrarono in banca. Appena furono dentro gridarono all’unisono: «Tutti a terra e state calmi! Questa è una rapina!», tirando fuori due pistole a testa e puntandole nel mucchio.

Marek andò da un ragazzo troppo lento a mettersi con il ventre sul pavimento. «Mi senti quando ti parlo, stronzo? A terra ho detto!», e gli rifilò un calcione nelle costole. Rantolò e obbedì all’ordine.

Intanto lo Sceicco era andato alla cassa contrassegnata dal numero 1. «Stammi a sentire – disse secco alla cassiera – metti più soldi che puoi in questa sacca, veloce, puttana, hai capito?», e si rivolse a un’altra cassiera: «Tu, prendi la cassetta numero 13 nella cassaforte che tenete qua o vi apro la testa a tutti! Hai capito? Svelta o inizio a sparare!».

La donna, pallida come un cencio, girò la schiena e digitò la combinazione. Lo Sceicco si sentiva eccitato, e fissava le due donne impegnate a obbedirlo. Appena la cassaforte sibilò l’allarme di apertura, cinque carabinieri entrarono in banca dall’uscita posteriore, mentre il rumore delle sirene scivolò velenoso nei timpani dei due rapinatori. Quando il primo carabiniere gli fu a tiro, Marek premette il grilletto.

«E poi?», disse il Sapiente. Già conosceva il resto della storia. Voleva sentirla da loro, perché si sentiva preso per il culo. «Poi ho sparato anche io – riprese lo Sceicco dopo un altro generoso sorso di whisky – e il secondo carabiniere è caduto a terra… c’è stata una sequenza di colpi, io e Marek abbiamo sparato, ho preso la borsa con i soldi dopo che ho fatto scoppiare la testa alla cassiera…»

Il capo lo interruppe. «Sì, certo, hai preso un sacco con dentro settemila euro, un pezzo di cranio e brandelli di cervello di un’impiegata di banca. Bell’affare per una rapina. Nice try», e così dicendo fissava l’uomo con odio crescente. «Pardonnez-moi, ho interrotto il tuo racconto, Sceicco. Prosegui pure», disse con falsa cortesia, accompagnando le parole con un morbido gesto delle mani.

Bevendo l’ultimo sorso di Glen Grant, il rapinatore riprese a parlare. Marek sparò ai carabinieri, ferendone uno. Lo Sceicco gli urlò di uscire da quel posto alla svelta, e scansando i proiettili che gli piovevano addosso, guadagnarono la porta di sicurezza, aprendo il maniglione antipanico. Altri allarmi si misero a trillare: sembrava di essere in un luna park impazzito.

Lo slovacco si girò. Vide il ragazzo che non si era voluto buttare a terra: si era rialzato e ghignava, sentendosi al sicuro. Gli mostrava addirittura il medio, quel pezzo di merda. Marek sparò un’ultima volta, centrando la mano sinistra che lo mandava a farsi fottere. Il proiettile trapassò il dito, staccandolo di netto, e si andò a piantare nel cuore di quel coglione. «Hai avuto quello che volevi, stronzo!», urlò nella sua lingua, e fu l’ultimo dei quattro a entrare nella Multipla con il motore già acceso.

Le sirene erano sempre più minacciose, in un paio di minuti il posto sarebbe stato brulicante di sbirri. La sonnacchiosa, bella Treviso aveva avuto il peggiore dei risvegli, quella mattina.

«Un carabiniere morto, due civili massacrati e cinque feriti. Un sacco pieno di soldi lerci di sangue, vale a dire inutilizzabili, e la cassetta di sicurezza, la cosa più importante che avreste dovuto prendere, non me l’avete portata… sto rischiando grosso per colpa vostra. Fuckin’ dickheads!».

Il capo si era alzato, minaccioso. Alì gli si avvicinò, anche lui fissava il quartetto. I rapinatori falliti, prima solo nervosi, ora avevano una paura fottuta. «Rosso – disse il Sapiente – secondo te c’era bisogno di fare quella carneficina?».

Il Rosso balbettò: «Ma non c’ero, ma non ho sparato…». Non finì la frase: il capo lo fece cadere rumorosamente a terra con un calcio al petto, facendo schizzare il poco whisky che rimaneva nel suo bicchiere sul bavero della camicia dell’autista.

La paura nei quattro montò come panna per una torta nuziale. Divenne terrore. Il Sapiente dalla rabbia strinse i pugni, ferendosi profondamente da solo i palmi delle mani con le unghie. Sgorgava sangue dalle sue ferite. Non era mai stato così infuriato in vita sua.

«Ve la dico io una cosa, pezzenti – parlò con un ringhio basso – tra di voi c’è un ratto. Uno di voi mi ha tradito. Oppure voi deficienti rane dalla bocca larga avete parlato del colpo per fare i gradassi, ecco perché c’erano gli sbirri lì ad aspettarvi!».

Fissò lo Sceicco: «E’ così, vero mon ami?» Quest’ultimo, terrorizzato, biascicò «Ma capo, io ho sparato agli sbirri e ne ho fatto secco uno! Come potrei essere io l’infame?», «Ah, davvero? E allora chi cazzo è stato?», tornò a urlare. Poi li guardò di nuovo.

Con un tono molto più calmo, recuperando il suo aplomb, disse: «Nel whisky che vi ho dato da bere c’è del veleno. Agirà tra pochi minuti. E’ un veleno particolare e rarissimo, viene dal Laos – guardò i suoi scagnozzi con dileggio – prima che voi letterati me lo chiediate, è un paese asiatico vicino al Vietnam. Questo veleno è estratto dalle ghiandole salivari di un rospo che vive solo lì».

Antonella spaventatissima rantolò «No, ti prego…», e il Sapiente, dopo averle rivolto uno sguardo schifato proseguì: «Tra brevissimo vi sentirete male. Gli effetti di questo veleno sono simili a quelli del virus Ebola. Vale a dire che cagherete sangue, e lo sputerete, e lo piangerete dagli occhi. Lo stomaco vi sembrerà in fiamme e vi mancherà il respiro. E’ una brutta fine. Ci metterete alcuni minuti prima di restarci secchi ma vi sembrerà molto lunga».

Tirò fuori una boccetta dalle tasche. «Questo è l’antidoto. Ditemi chi è il ratto. Lo ammazzerò lo stesso come un cane, ma con la pietà di una revolverata in testa. Gli altri saranno salvi, anche se dovranno sparire dalla mia vista per sempre. Avete la mia parola, I swear to god».

Marek, Antonella, il Rosso e lo Sceicco si alzarono in piedi inorriditi. Quasi simultaneamente ebbero i primi sintomi di avvelenamento. Proprio come aveva detto il loro aguzzino, lo stomaco iniziò a bruciare, mentre il respiro si faceva sempre più difficoltoso.

«No… Sapiente, per favore…» disse con fatica lo Sceicco, «Lo sai che io sono sempre stato uno dei tuoi uomini più fidati… ti prego, risparmiami la vita…», poi crollò a terra. Marek tentò di prendere la pistola, che solitamente teneva nella cintura, tra la camicia e i jeans, ma non la trovò: solo in quel momento ricordò che Alì li aveva disarmati quando era andati a prenderli nella baracca in campagna per portarli a quell’ultimo appuntamento.

«Parlate, allora?», sospirò il capo. «Non abbiamo fatto niente… non abbiamo fatto niente!», diceva Antonella. Stesi a terra, al Sapiente sembravano dei vermi. La lancetta dei secondi del Daytona del boss fece un giro completo, e il silenzio della stanza era interrotto dai gemiti di dolore degli avvelenati.

«Non avete molto tempo. Tra poco sputerete sangue e sarà troppo tardi. Parlate». Poi, girandosi verso il gigante albanese gli chiese: «Che dici, Alì? Sono troppo stupidi per parlare, ed erano troppo stupidi per portare a termine l’incarico, vero? Forse sono stato stupido anch’io a fidarmi di questi imbecilli». La risposta fu un vago sorriso sulla faccia da cinghiale dell’uomo.

In quel momento, il Rosso alzò le mani, e con la voce strozzata disse: «Sono stato io… io…». In realtà non era stato lui. Antonella, la sua donna, aveva avvisato i carabinieri. Voleva uscire da quella vita di rapine e aveva negoziato con loro un trattamento di favore se gli avesse consegnato Marek e lo Sceicco e se avesse trovato le prove per incastrare il Sapiente. Le prove erano nella cassetta numero 13 depositata in banca da un avvocato qualche giorno prima. Il Rosso l’amava. Si sarebbe sacrificato per lei. «Bene!», fu l’esclamazione del Sapiente, «Here’s our rat!».

Fece un ghigno e guardò tutti e quattro i rapinatori. «Vi devo confessare una cosa, mina vänner. Non vi darò l’antidoto. Voglio vedervi cagare intestini sciolti. Morirete tutti perché sì, lui è un traidor e una spia, ma voi avete giocato al tirassegno in quella banca. Mi avete dimostrato di essere degli idioti e meritate di morire come questo sacco di letame».

Antonella trovò il fiato per dire: «Ci hai dato la tua parola!», ma lui rispose: «Anche voi mi avevate assicurato di portarmi quello che vi avevo chiesto. Si tratta di do ut des, mein fraulein».

Prese la fialetta con l’antidoto, la scosse brevemente di fronte agli agonizzanti e l’appoggiò sul tavolaccio. Si avventò sull’autista. «Bastardo! Pezzodimmerda!», schiumò di rabbia afferrandolo per il colletto. Il bavero della camicia del Rosso era intriso di whisky che gli impregnò le mani. Continuava ad abbaiare insulti contro l’uomo che stava morendo, scuotendolo con forza come se fosse un sacco di stracci. Dopo poco un suono simile a un rutto gli uscì dalla gola.

Il Rosso spirò vomitando una schiuma sanguinolenta. Il boss lo lasciò, sibilando altre bestemmie contro madre, nonne, zie, cugine e sorelle del morto. Gli altri tre lo raggiunsero in una manciata di secondi. Da quando bevvero il primo sorso di veleno erano passati poco più di dieci minuti.

«Cosa dobbiamo fare di questi, capo?», grugnì il guardaspalle. «Chiamiamo gli altri ragazzi, poi li portiamo alla fornace e li bruciamo. Con un po’ di fortuna, penseranno che se ne sono andati affanculo in Croazia con quella miseria di bottino e non li cercheranno più. Spero di non essere collegato alla rapina o dovremo sparire anche noi per un po’… e auguriamoci che non facciano troppe indagini su quella maledetta cassetta di sicurezza», sospirò e aggiunse «Du-te şi încredere cretini! Chiama Giordano e digli di portare un paio dei suoi per un lavoro di pulitura, lui capirà. Aspettami qui, vado al cesso a lavarmi le mani».

Uscì dallo scantinato per andare nel piccolo bagno distante una ventina di metri da lì, nel cortile della casa colonica dove si trovavano. Aprì il rubinetto e si guardò nello specchio. «Mala tempora currunt atque peiora premunt», parlò al suo riflesso.

In quell’istante sentì un forte bruciore allo stomaco. Preso dal panico cadde per terra, il suo respiro era diventato pesante. Allora gli venne in mente: si era avvelenato prendendo l’autista per il bavero della camicia, intrisa di whisky e estratto di ghiandole salivari di rospo. Il veleno gli era entrato in circolo tramite le ferite alle mani che si era procurato da solo a unghiate. Cercò di chiamare Alì per farsi portare l’antidoto che aveva appoggiato sul tavolo, ma dalla sua bocca uscivano solo rantoli udibili a mala pena da lui.

Poco prima di morire, steso sul pavimento sporco del bagno, mentre il sangue gli usciva a rivoli da bocca, naso e orecchi, vide un grosso ratto di fogna uscire dal water. Sembrava che gli stesse ridendo in faccia beffardo.

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  • ma non è proprio possibile lavare sangue e cervella via dai soldi? che spreco…

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