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Il Salone del Libro di Francoforte e lo stato agonizzante dell’editoria italiana

Il Salone del Libro di Francoforte e lo stato agonizzante dell'editoria italiana

Il Salone del Libro di Francoforte (i fighi scrivono Buchmesse) è l’appuntamento più importante per l’editoria mondiale, per lo meno per quella occidentale.

Rispetto a tutte le altre fiere di settore Francoforte è rivolta principalmente agli addetti ai lavori: è un momento di business importantissimo ma è anche l’occasione per fare il punto sulla situazione dei vari mercati editoriali.

E proprio a Francoforte l’AIE (Associazione Italiana Editori), ha presentato i dati relativi al 2012 e ai primi 8 mesi del 2013. Siete curiosi di sapere qual è lo stato di salute dell’editoria italiana? Ve lo dico subito: coma farmacologico, ancora un po’ e saremo al coma irreversibile. Diciamo che il mondo del libro italiano è un po’ come quei tizi che portavano su una barella al pronto soccorso di ER con George Clooney che urlava lo stiamo perdendo, lo stiamo perdendo!.

In poche parole qua sta andando tutto a puttane. Ma diamo un’occhiata ai numeri: dal 2011 a oggi il fatturato è calato del 14%. Nel 2012 il mercato del libro ha segnato un -6% rispetto al 2011, e i primi mesi del 2013 si registra un ulteriore -5%. Sì, per carità, cresce il mercato del digitale, ma i numeri sono ancora troppo piccoli per salvare la baracca. Anche perché, parliamoci chiaro, i colossi editoriali italiani di fatto stanno boicottando in maniera attiva il digitale in tutti i modi, quindi di cosa stiamo parlando?

Ecco allora che si invocano subito aiuti di stato e non meglio precisate politiche per incentivare la lettura e salvare gli editori (Paolo Peluffo sul Sole 24 ore addirittura delira di “Difesa di quei patrioti degli editori”, ma tutto quello che volevo scrivere a proposito l’ha già scritto meglio di me Ciccio Rigoli sul suo blog).

Ora io mi domando una cosa: mi sapete dire un’azienda o un settore che sia stato salvato dagli aiuti di stato o dalle politiche dei governi? In Italia eh, non in Francia o negli USA. Provo ad andare a memoria: lo splendido salvataggio di Alitalia, i finanziamenti al Cinema (che hanno completamente distrutto un mercato che era tra i primi al mondo), la FIAT, Telecom, l’ILVA di Taranto… e la lista potrebbe non finire mai.

Polillo nel suo discorso di presentazione del rapporto ha parlato di problemi come la pirateria digitale che miete vittime, le banche che non danno il denaro. Beh, se questi sono i problemi dell’editoria italiana allora possiamo tranquillamente chiudere baracca e burattini. I problemi non sono forse politiche distributive folli? Dirigenti strapagati nonostante abbiano causato buchi atomici? Anticipi pazzeschi dati ad autori che poi si rivelano pozzi senza fondo? Costi di struttura assurdi legati ad un’età dell’oro che ormai è morta e sepolta? Scelte editoriali puramente politiche e prive di qualsiasi redditività? Un’intero settore che si basa esclusivamente sulla logica dell’uovo oggi continuando a rifiutare la gallina domani?

Ma, sopratutto, finché il mondo del libro si ostinerà a guardare il mercato dall’alto in basso, disprezzando in maniera spocchiosa tutto ciò che vende e che fa soldi, allora il futuro è già segnato: morte certa. Se disprezzate tanto il mercato uscite dal mercato e basta, smettetela di farvi le pippe. E questo lo dico anche a tanti autori e lettori che sono sempre lì a menarsela che gli editori pubblicano solo cagate, che la roba bella non si vende, ecc ecc, discorsi che si riassumono con lo splendido commento fatto da Giulio Mozzi nel blog di Massimo Mantellini:

[…] Trovo bizzarro prendersela con le case editrici. Se “Di bestia in bestia” di Michele Mari non è primo in classifica, è perché i lettori non se lo comprano.

Visti i precedenti lancio un’idea rivoluzionaria: perché non provare per una volta a stare davvero sul mercato e non sulle nuvole? Potrebbe essere un tentativo per sopravvivere, oppure come sempre in Italia pensiamo che sia utile reiterare schemi vecchi e fallimentari finché non si raschia definitivamente il fondo del barile? Unico dato positivo il numero italiani che hanno letto almeno un libro in un anno, che aumenta leggermente e raggiunge il 46% della popolazione (cifra ancora molto lontana dalla media europea).

Poi, per carità, gli italiani hanno meno soldi in tasca e il risultato non poteva essere che questo, ma i segnali c’erano già tutti (vi invito a leggere la splendida analisi fatta dal Duca sul rapporto sull’editoria italiana nel 2012) e cascare dal pero in questo modo è semplicemente ridicolo. Bisogna cambiare, mandare in pensione vecchi dirigenti e tagliare i dirigenti che sono giovani soltanto anagraficamente ma che in realtà sono vecchi dentro (come la maggior parte dei professionisti del mondo editoriale italiano). O si cambia o si muore, non ci sono cazzi.

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