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Il Sangue dei Baroni, la recensione

Il Sangue dei Baroni di Matteo Strukul, la recensione di Daniele Cutali

Il Sangue dei Baroni di Matteo Strukul ci presenta il mondo corrotto e insanguinato degli atenei italiana in salsa Sugarpulp.

Il Sangue dei Baroni, la recensione di Daniele CutaliTitolo: Il sangue dei baroni
Autore: Matteo Strukul
Editore: Fanucci Editore
Pagine: 270
Prezzo: 14,90 €

La recensione

Il maestro Matteo Strukul è un folle totale. No, lui non si ritaglia una fetta di mercato. No, lui non diventa la bandiera di un genere ben preciso, incarnandone l’artista visionario e faro-guida.

Matteo Strukul affonda la sua penna in più generi, divertendosi a cucinarli e a darli in pasto ai suoi lettori come fossero commensali di un lauto banchetto di leccornie letterarie.

Lui è uno chef a tre stelle della letteratura pop moderna. La sua follia sta proprio nel saltare tra ambientazioni, personaggi e storie totalmente differenti tra loro, senza creare continuità e rischiando a volte di spiazzare tutto e tutti. Ma cosa gliene può fregare a Matteo Strukul? Lui, il signor romanziere senza confini, il mercato lo prende per le palle stritolandole.

Strukul è una macchina da guerra ben oliata, infaticabile narratore da due romanzi all’anno senza rallentare il ritmo. A distanza di cinque-solo-cinque mesi dal low fantasy de I Cavalieri del Nord per Multiplayer Edizioni, approda alla spiaggia di Fanucci Editore il cui titolare Sergio ha da poco esordito anche lui come romanziere con il thriller Codice Scorsese per la Rizzoli (eliminando così il conflitto d’interesse che sarebbe nato utilizzando la propria casa editrice), e arriva in libreria con Il sangue dei baroni.

Constatazione molto personale che esula da Strukul: ricordo con molto affetto e nostalgia Sergio Fanucci e la sua casa editrice fin dai tempi in cui aveva in mano i diritti dei romanzi di Star Trek. Ne ho uno scaffale pieno, da buon appassionato, e nessuno potrà togliere alla Fanucci il merito di aver pubblicato tra tutti una perla come Imzadi di Peter David, oltre all’intera bibliografia di Philip K. Dick. Bando alle ciance.

La trama è un intreccio di vite corrotte e corruttibili, fatti scandalosi e violenti che nella società borghese patavina serpeggiano come un male incurabile. Infatti, Mastro Strukul ci racconta sempre la sua Padova e il suo Nordest, a parte la parentesi de I Cavalieri del Nord.

Anzi, Il Sangue dei Baroni ci racconta il marcio più schifoso di quella società che molto spesso è più vomitevole delle storie che si sviluppano nel degrado delle periferie proletarie, proprio perché sono sotterrate da tonnellate di perbenismo benpensante e acculturato.

Gli eventi accadono ad alcuni professori, ricercatori precari e ai famigerati baroni, docenti che sono vere e proprie eminenze grigie, della Libera Università di Padova, ateneo inventato di sana pianta.

La riforma universitaria ha trasformato i ricercatori in merce da sfruttare, se non lo erano già, con un ricambio continuo dopo tre anni di contratto a tempo determinato, più altri tre se si riesce a finire nella maniche di qualche potente barone, appunto.

Daniele Capovilla, una mente brillante, non riesce nemmeno a superare la fase concorsuale per arrivare a rimanere un ricercatore precario. Viene “scavalcato” in maniera poco pulita da Carola De Marchi, figlia di Carlo Alberto De Marchi, Preside della facoltà di giurisprudenza con forti aspirazioni da Rettore.

Capovilla architetta quindi una vendetta esemplare e si mette d’accordo con il professor Enrico Zaramella. La vita privata di entrambi sta per sprofondare in un baratro, nel caso di Capovilla anche quella professionale mentre Zaramella viene tenuto in pugno, anzi per le palle, da Anna Carocci, ricercatrice avvenente e ninfomane con la quale tradisce la moglie da tempo.

Il rapimento improvviso della figlia di De Marchi, un misterioso serial killer che si fa chiamare il Cacciatore di Scalpi e un convegno con il quale l’intransigente e morigerata Rettore Maria Luisa Rognoni vuole mettere nel sacco sia De Marchi che Zaramella, fanno sì che vengano coinvolte la massoneria più occulta e alcuni balordi dalle armi facili.

Un ambiente borghese da sempre fascistoide, incline al tradimento, con un sacco di soldi e un tenore di vita altissimo: il marcio, l’assenza di morale, la violenza e la stupidità.  Scene di sesso passionale e botte da orbi, uccisioni di una facilità estrema, come se la vita degli esseri umani non valesse meno di niente. E situazioni al limite del grottesco.

È vera la classificazione sui generis de Il Sangue dei Baroni: una commedia nera, come ci ha insegnato la miglior letteratura americana di Elmore Leonard e il cinema dei fratelli Coen. Strukul scrive sempre meglio, ogni suo nuovo romanzo è una nuova scoperta di stile affilato come un rasoio e diretto come un pugno nello stomaco. Descrive un omicidio con la facilità di un respiro, come se nulla fosse accaduto. E invece, pezzi di umanità sono esplosi e spappolati in giro. Grande Maestro. Continua così, e voi/noi lettori: fate vostro questo libro.

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