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Il Signore delle Mosche

Il Signore delle Mosche, un racconto inedito di Carlo Callegari per Sugarpulp

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“Visto l’articolo 449, l’articolo 2621 e l’articolo 2622 del codice penale, questa corte dichiara l’imputato Mosole Mosè colpevole di disastro ambientale colposo, crimine ambientale, falso in bilancio, frode all’erario e falsificazione di registri legali.
Considerate le attenuanti generiche ed il fatto che il Mosole risultasse in precedenza incensurato, questa corte condanna l’imputato ad una pena di anni cinque, da scontare presso la casa di detenzione “Due palazzi” di Padova ed un’ammenda di euro 75,000.
Visto l’articolo 449 del codice penale e l’articolo 186 del codice della strada, questa corte dichiara l’imputato Lazzarato Romeo colpevole di disastro ambientale colposo, crimine ambientale e guida in stato di ebbrezza.
Considerate le attenuanti generiche, il fatto che il Lazzarato risultasse in precedenza incensurato e la semi infermità mentale accordata, questa corte condanna l’imputato ad una pena di anni tre, da scontare  presso la casa di detenzione “due palazzi” di Padova ed un’ammenda di euro 25,000.
La corte si ritira”

«Che Dio te possa fulminare, Romeo. Che fulmini te, i to morti cani, il Fernet, e quella testa piena di merda che ti ritrovi! Cinque anni di galera per colpa tua, brutto ebete».

Il Lazzarato tenne la testa bassa e gli occhi incollati al pavimento del cellulare blu, che proprio in quel momento li stava trasportando verso il carcere. Così seduto, sembrava il pupazzo di peluche del WWF.

«A me hanno dato l’infermità mentale» mormorò tenendo sempre lo sguardo basso.
«Cosa hai detto? L’infermità mentale? E hanno fatto bene, perché sei un deficiente completo. Guarda Romeo, lasciamo stare, perché adesso non è momento. Sono troppo nervoso. Ad ogni modo mi sei debitore ed io ho già un incarico da affidarti per quando sarai fuori».

Romeo alzò la testa.

«Tutto quello che vuole signor Mosole. Se posso rimediare…»
«Certo che puoi, anzi devi. Dovete rimediare un po’ tutti, casso. Tu devi rimediare, quell’ubriacona di mia moglie deve rimediare, mio figlio con le sue puttane e la coca deve rimediare, mia figlia che si fa mettere a quattro zampe sulla mia scrivania ed il figlio del fornaio che la incula deve rimediare. Rimedierete tutti ed i Mosole torneranno ed essere quelli di un tempo, casso!»
«Sarò a sua completa disposizione. Ha già un’idea?»
«Certo che ho un’idea e tu ne fai parte. Ho l’incarico che fa giusto al caso tuo».

Mosè gli sorrise, poi il sorriso si trasformò in un ghigno. Il Lazzarato gonfiò il petto.

«E di cosa si tratta?»
«Non preoccuparti, quando sarà il momento ti spiegherò tutto. Comunque è una posizione ritagliata proprio per le tue capacità. Lavorerai nel ramo della merda. Tanta merda da esserne praticamente  sommerso».

Romeo sgranò gli occhi.

Due anni più tardi…

Romeo Lazzarato fu rilasciato alle ore 14.00 dell’undici agosto 2008. Uscì dal carcere Due Palazzi sotto ad un sole che sembrava volesse bruciare l’intera città di Padova e rimase in attesa di Suellen, la figlia di Mosè, per più di un’ora.
Quando la vecchia Fiat Panda della ragazza arrivò nel piazzale di fronte al carcere, il Lazzarato era ormai prossimo al collasso. Entrò in macchina barcollando e zuppo di sudore. Il suo amore nascosto per la figlia del Mosole, che durante gli anni di galera era rimasto ancora vivo, fu l’unico motivo che gli impedì di bestemmiare tutti i santi del paradiso una volta salito su quella specie di barattolo con quattro ruote.

«Ti vedo bene» disse la giovane grattando la prima e partendo a saltelli.

Romeo la osservò per un lungo momento, non riuscendo a capire se lo stesse prendendo per il culo o cosa. Due Giorni più tardi, dalle gloriose ceneri della Freccia Padana, nacque dinanzi ad un notaio della repubblica italiana, la ditta denominata “Il signore delle Mosche”. Socio unico Mosole Suellen ed unico dipendente Lazzarato Romeo.
Settore operativo dell’azienda, spurgo pozzi neri…
Mosè non scherzava, due anni prima nel cellulare della polizia penitenziaria. Sarebbe stato veramente un lavoro di merda.

L’inizio attività avvenne ufficialmente il mese successivo, quando il Lazzarato si recò presso una carrozzeria del basso Polesine, per ritirare una vecchia autobotte dismessa ma riverniciata a nuovo e recante le scritte oro su sfondo nero della nuova società.

«Sembra un carro funebre pieno di merda» pensò Romeo, che in segno scaramantico, si diede per prudenza una bella toccata alle palle.
«Un maledetto carro funebre formato famiglia. Potremmo tirare su merda durante la settimana e fare funerali il sabato e la domenica».

Alla fine, dopo l’ennesima toccata ai gingilli, si convinse a salire e partì con destinazione Agna. Recuperato anche il camion, adesso toccava alla parte commerciale ed a questo punto entrò in gioco Mosè, direttamente dalla sua cella due per due e, per l’occasione, trasformata in ufficio. Preparò una lettera che consegnò alla figlia, la quale, in gran segreto la consegnò ad un assessore di un comune vicino. La stessa cosa fece una settimana più tardi con il sindaco di un paese del Polesine. Perfino un prete ricevette in gran segreto la lettera del Mosole.
Ad ogni modo la cosa servì, visto che nel giro di quindici giorni si era aggiudicato la merda delle scuole di due comuni e pure quella di un’intera parrocchia.

Mosè, per via che era stupido, aveva usato parte degli introiti illeciti della Freccia Padana, per foraggiare sottobanco la campagna elettorale del sindaco e dell’assessore. Per quanto riguardava il prete se l’era cavata sponsorizzando la squadra di calcio dei pulcini della parrocchia.
Romeo, dopo aver fatto pratica con le pompe dell’autobotte nel letamaio di un amico,  cominciò ad evadere le prime richieste di lavoro.
Il mese successivo i schei cominciarono ad entrare in cassa e Suellen si recò in visita al Due Palazzi per riferire al padre.

«Quindicimila, papi, questo mese».
«Bene, casso, bene. E in black? Quanti?»
«Tremila, del prete».
«Ottimo. La settimana prossima il mio amico Selmin dovrebbe portarti delle fatture furbe per altri cinquemila euro. Figureranno come pagamento, quindi togli i cinquemila testoni dalla cassa e mettili assieme a quelli del prete sul tuo conto privato. Adesso dimmi, come sta Romeo?»

Suellen sorrise.

«E’ immerso nella merda da mattina a sera. Con la scusa che abbiamo un solo camion lavora quindici ore al giorno e puzza come una carogna».
«Ottimo, così non ha tempo di andare in bar e scolarsi tutto il banco dei liquori. Tienilo d’occhio ed ogni tanto ricordati di fargli gli occhi dolci».
«Ma papi!»
«Non ti ho mica chiesto di fargli una sega! E poi non venirmi a fare la morale proprio te. Non farmi nemmeno ricordare cosa ti ho visto fare sulla mia scrivania. Ad ogni modo ho convinto Romeo a mettere i soldi per comprare il camion con la promessa che glieli avrei restituiti un po’ alla volta. Quindi più farai la cretina con lui e meno ci romperà i coglioni. Sto provando a ridare una casso di vita dignitosa a tutti noi, quindi devi darmi una mano, o usare la tua mano con Romeo, se fosse necessario».
«Uffa… va bene. Ci penso io».
«Brava filia mia. Stai prendendo tutto dal tuo papi. E ricordati sempre che la merda fa schei».

A seguito di quel positivo colloquio, Mosè decise che era arrivato il momento di cominciare la seconda parte del suo piano. A questo punto gli tornarono utili un paio di vecchie e dubbie amicizie.
Silvano Martin, proprietario di una grossa officina in quel di Deserto d’Este, che si era reso più volte disponibile a fare affari sotto banco con Mosè e Melchiorre Testa, imprenditore fai da te e paronsin di una micro azienda specializzata nel confezionamento e vendita di pallets.
Romeo Lazzarato avrebbe fatto da train d’union fra queste due realtà, con la funerea autobotte del Signore delle Mosche.
Secondo i piani di Mosè ci sarebbero stati grassi guadagni per tutti.

Martin avrebbe risparmiato il cinquanta percento  sullo smaltimento degli oli esausti, caricandoli ogni sabato mattina nel camion di Romeo. Testa sarebbe stato pagato per miscelare l’olio con i pellets e Mosè, pagato Testa, si sarebbe tenuto in tasca la metà dei soldi incassati da Martin. Tutti felici come pasque ed ovviamente tutto in black, come si dice da queste parti.

Per evitare ogni sospetto, Mosè, dal suo ufficio blindato, incaricò la figlia di spiegare a tutti il piano.
Il “si” all’unanimità  arrivò durante una cena di pesce in un noto ristorante del conselvano, dove Suellen Mosole si presentò con una vertiginosa minigonna bianca, tacchi da quindici e trucco da battona anni settanta.
Il tutto venne suggellato da una bottiglia di grappa e da varie palpate al culo della giovane.
Un mese più tardi la ragazza tornò a riferire al padre.

«Venticinquemila, questo mese».
«E in black?» fece Mosè strofinandosi le mani.
«Diecimila. Cinque del prete e cinque per la storia dell’olio».
«Vacca boia. I parrocchiani hanno aumentato la loro produzione questo mese. Ma cosa ci mette Don Guglielmo nelle particole? Un lassativo forse?»

Suellen sorrise maliziosa.

«No, mi sono permessa io di aumentare la tariffa, tanto per fare conto tondo. Comunque ho promesso al prete che da qui al prossimo anno non ci saranno ulteriori aumenti».
«E Selmin? – la incalzò lui  – Continua a farti le fatture furbe?»
«Certo, settemila anche questo mese. Così, in totale, ho depositato altri diciassettemila nel mio conto privato».
«Casso, che ben… che ben! Nessun problema insomma!»
«Romeo mi ha chiesto quando cominciamo a saldare l’acquisto del camion».
«E tu cosa gli hai risposto?»
«L’ho invitato a cena questa sera».
«Brava, vacca boia, brava! Tienilo buono fino a quando non sarò uscito da questa fogna, dopodiché, a lui, ci penserò io».
«Va bene Papi. Poi volevo parlarti di Rossano…»
«Rossano chi? Sarà mica il figlio del fornaio? L’inculatore?»
«Si papi…»
«No, ti prego, non mi dire niente. Non rovinarmi questa giornata di gioia. A meno che non abbia inculato anche tua madre, non voglio più sentire il suo nome per un bel po’ di tempo. Adesso vai, che è finito l’orario delle visite».
«Ma…»
«Vai, ti ho detto. Mi dirai la prossima volta».

Venne sera ed arrivò, puntuale come la morte, anche il momento della cena fissata con Romeo. L’uomo si presentò all’appuntamento con un completo grigio chiaro di almeno due taglie più piccolo, una sottile cravatta in pelle nera e mocassini bianchi.
I pantaloni ad acqua alta, lasciavano in bella mostra un paio di calzini in spugna bianca griffati “Sergio Tacchini”.
La minigonna della giovane, invece, sembrava rubata ad una ragazza nana. Le calze a rete ad una mignotta e la camicetta scollata in raso bianco ad una delle alle anzianotte che frequentano i numerosi locali di liscio del Polesine. Romeo quando la vide rimase senza fiato.

«Te si beìssima» le disse già imperlato di sudore.
«Anche tu sei molto elegante» rispose lei trattenendo a stento una risata.

Insieme, facevano la coppia più  disadattata di tutto il ristorante. Romeo, colto da un attacco di galanteria, spostò la sedia di Suellen e la indicò con la mano.

«Prego madàm, sentè vù»

Dopo quella penosa frase in franco-polesano, azzardò anche un mezzo inchino. A metà della piega, i pantaloni, già messi a dura prova dal grasso dell’uomo, cedettero di schianto strappandosi proprio al centro del culo. Ci fu un craack ed una pesante bestemmia mal soffocata. La sua compagna, viola in volto, fece finta di nulla.

«Che galante che sei. Dai, siediti anche tu».

Così, con un lembo di camicia bianca che usciva dallo squarcio dei pantaloni, Romeo prese finalmente posto a tavola. Conversarono tranquillamente tutta sera, fino a quando, davanti ad un caffè e ad un Fernet, Romeo arrivò a trattare l’argomento del rimborso dell’autobotte.

«Sai» disse «avevo solo quei soldi in banca e lo stipendio non mi basta per pagare tutte le spese che ho. Pensa che sto ancora pagando l’avvocato. Ad ogni modo se il signor Mosole potesse anticiparmi almeno duemila euro…»

Non riuscì a finire la frase che le parole gli morirono in gola con un gorgoglio. Il piede di Suellen, dopo essersi infilato in mezzo alle sue gambe, si mosse lentamente ad accarezzare la patta dei pantaloni.
Romeo, in evidente imbarazzo, allargò  la cravatta e sbottonò il colletto della camicia. Stava sudando come un maiale.

«E se ne parlassimo un’altra volta?» fece lei passandosi languidamente la lingua fra le labbra.
«Io… io… va bene… si…»

Il piede della giovane si spinse talmente in fondo, da riuscire ad entrare attraverso lo squarcio dei pantaloni del povero Romeo.

«Paghiamo?» Disse ammiccando. «Ho voglia di fare un giro in macchina».

Lui, in viaggio ormai verso Sodoma, ci mise qualche istante a realizzare le parole della ragazza. Schioccò le dita per chiamare il cameriere.

«Garson, la quenta per favor!»

Tornò poi a guardare Suellen.

«Ovviamente sei ospite mia…» balbettò con la lingua ormai ingarbugliata.

Come da tradizione, assieme al conto, venne portata anche una bottiglia di limoncello. Dopo averne scolata più di metà, Romeo provò ad alzarsi. Lei, ritraendo il piede ormai entrato del tutto dentro ai pantaloni, contribuì non poco ad allargare lo squarcio che ormai partiva da appena sotto la cerniera per finire all’altezza del passante posteriore della cintura.
Dopo un breve giro in auto, Suellen riaccompagnò a casa Romeo e, davanti al cancello dell’uomo, decise che era arrivato il momento di dare quella famosa mano al padre. In realtà gliene diede due, quando scoprì che il Lazzarato nelle parti bassi era più simile ad un toro che ad un umano.
Scese dall’auto considerando che infondo non le sarebbe poi dispiaciuto più di tanto conoscere quello che aveva già ribattezzato il fratello duro di Romeo.

«Beh, magari la prossima volta. Per il momento anche questo problema è risolto».

E così, fra false fatture, appalti truccati, pallets impregnati di olio venduti in mezzo Polesine e lavoretti di mano (ma ne gli ultimi tempi anche qualcuno di bocca) al buon Romeo, passarono i mesi. Per la precisione undici mesi, ricchi di entrate occulte e di soddisfazioni.

Quella tranquilla routine venne interrotta la mattina del dieci luglio 2009, quando Mosè Mosole, leggendo il Mattino di Padova, per poco non perdette i sensi. In prima pagine campeggiava un articolo che suonava come una marcia funebre.

Sette famiglie intossicate dalle stufe a pallets. Dalle prime analisi sembra che i pallets usati come combustibile, fossero gravemente contaminati da oli esausti. Le forze dell’ordine indagano“.

«Ostrega. Stavolta a ghemo in culo».

Mai parole furono così azzeccate. Bastarono infatti solo due giorni di indagini per scoprire l’ingegnoso piano del Mosole, dopodiché, scattarono le perquisizioni, il congelamento dei beni ed infine gli arresti.
Tutti i personaggi, nel tentativo di discolparsi, finirono per accusarsi l’un l’altro, facendo così  il gioco degli investigatori ed aggravando di non poco le loro già  precarie posizioni. Alla fine della fiera, la popolazione carceraria del Due Palazzi, aumentò di tre unità.

Per Romeo fu come tornare a casa. Per Suellen, additata da tutti come la diabolica mente del piano, si spalancarono invece le porte del carcere femminile di Venezia.

Mosè pensò che alla fine, nonostante l’ennesima disfatta, gli rimanevano più di centomila euro nel conto della figlia e solo undici mesi di carcere da scontare. Tutto sommato aveva di che essere felice.

Due giorni più tardi ricevette una lettera di Suellen.

«Caro papà, l’avvocato dice che ci sono buone possibilità che mi concedano i domiciliari entro breve tempo. Ci conto molto, perché questo posto è veramente brutto.
Oltre a questa notizia c’è  un’altra cosa che devi sapere.
Ti ricordi di Rossano? Il figlio del fornaio? Bene, durante questi tuoi mesi di assenza noi siamo stati sempre assieme, praticamente fidanzati. Non ho mai avuto il coraggio di dirtelo ed infondo, tu mai voglia di ascoltarmi. Ad ogni modo avevamo preso la decisione di raccontarti tutto,
non appena tu fossi tornato a casa dalla galera. Il punto è proprio questo.
Il giorno in cui i carabinieri si sono presentati dal signor Testa ho avuto paura e, sapendo che sarebbero arrivati anche a me ed al mio conto privato, ho chiesto a Rossano se potevo momentaneamente trasferire tutto sul suo. Lui ha acconsentito con vero entusiasmo, dopodiché abbiamo fatto l’operazione
».

Mosè cominciò a sudare…

«Da quel momento è sparito. La mamma è andata a cercarlo a casa sua, ma il padre dice che è partito senza lasciare detto nulla. Mi dispiace tanto papi, spero potrai perdonarmi. In totale erano più  di centotrentamila euro.
Tua figlia Suellen
».
Mosè rimase impietrito.

Rilesse la lettera due, tre, quattro volte, senza che il testo però cambiasse di una sola virgola.
Alla fine, bestemmiando e piangendo, distrusse la cella. I secondini, per fermare la sua furia, furono costretti prima a pestarlo e poi a portarlo in infermeria. Lì, il dottore del carcere, gli iniettò una dose di Valium in grado di stendere persino King Kong.

Così, con le membra che si rilassano ed il sonno comincia a cullarlo, Mosè ha il tempo per un ultimo pensiero.

«Maledetto filio del fornaro! Questa è già la seconda inculata… e decisamente brucia più della prima!»

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2 Comments

Comments are closed.

  1. Massimetto 8 anni ago

    “Lavorerai nel ramo della merda. Tanta merda da esserne praticamente sommerso”

    Bentornato Mosè! ci mancavi…

    (e bravo Carlo!)

  2. Renato 8 anni ago

    E-C-C-E-Z-I-O-N-A-L-E.
    Carlo sei un genio. Adesso aspettiamo il seguito.

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