Il suono del grande Babù (Pt. 02)

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Torno a casa e non so come, ma questo è normale: è raro che mi ricordi qualcosa dopo che esco da una disco se la serata va bene. L’ultima scena che ho in testa è che sto dicendo qualcosa alla Vale e lei ride e poi buio con qualche frammento di disco. Colori, luci, gente. Adesso son sveglio qui nel mio letto, da solo. Non ho attuato il mio piano, credo. Poi mi viene un dubbio da ubriaco.

“Vale!” Chiamo.

Non risponde nessuno, il mio scannatoio è vuoto. La testa mi fa un male cane ed è meglio che corra subito al bagno ma non ho tanta voglia di muovermi. Aspetto che il mio intestino smetta di rompere le scatole e che mi torni un po’ di sonno. Sono appena le nove di mattina.

Le nove di mattina di domenica. Da quanto non le vedo! Bé, non è vero, a Ibiza le ho viste spesso ma era perché mi facevo gli after.

Qui dove vivo io, invece, le nove di mattina sono un concetto strano. Rumore folle per tutta la settimana e poi, il settimo giorno, silenzio. Si sentono ancora le tortore che fanno uh-uhhh. L’estate se ne frega proprio che sta arrivando l’orario di chiusura.
L’intestino si calma. Dopo ti svuoto, gli dico, tanto quella che hai dentro non è cacca normale.

Si sente il trillo di un campanello da bicicletta. Qualcuno va ancora a messa, dopotutto. Una volta l’avrei visto come un brutto segno ma oggi mi sta bene così. E’ giusto credere in qualcosa ogni tanto. Io credo che voglio rivedere la Vale.

Prendo l’Iphone. Le voglio mandare un messaggio ma scopro che lei me l’ha mandato prima. Alle 5 di notte. O si dice 5 di mattina? Quello che è.
Grazie x la serta Dani, 6 un grande proprio! Drty!” Dice l’sms.

E’ la classica scrittura da ubriachi. Il T9 non ti aiuta in questi casi. Non mi ricordo nemmeno di averglielo dato il mio numero. Decido di aspettare prima di rispondere. Meglio sempre aspettare, in ogni caso. Così fa l’uomo, anche se gli manca il respiro da quanto vorrebbe stare con te.
Riprendo sonno. A parte testa e intestino mi sento bene, mi pare che le cose vadano bene. Ma anche questo è un pensiero da ubriachi. Ma forse anche no.

Mi risveglio verso le quattro di pomeriggio. La testa non mi fa più male. Decido di passare la domenica a letto. Mi porto il portatile e le cuffie e sto su Facebook un po’, la Vale mi ha già chiesto l’amicizia. Forse è ora che le mandi un messaggio. Va bene aspettare ma non troppo sennò magari pensa che non me ne frega niente. Quasi quasi la chiamo, anzi. Sto con l’Iphone in mano per un po’ a decidere il da farsi. Sul portatile mi si apre la finestra della chat di FB. E’ il Rusca che mi chiede se ieri ho messo a bagno il pesce. Mi metto come assente.

Appoggio il cell e guardo le lame di luce che passano attraverso le persiane. Non so perché ma mi viene da pensare alla cella in cui mi avevano messo a Santa Maria Maggiore. Ricordi così li darei via subito. Sento che il mio stomaco si stringe ancora.

Ho voglia di alzarmi? No, non ancora. E poi dovrei spostare portatile e tutto. Sono stanco e vorrei dormire ancora ma siccome ho dormito abbastanza non credo che riuscirei ad addormentarmi. Penso a sabato sera e mi salta alla memoria un fatto che la mia testa stava cancellando senza passare dal cestino.

E’ stato dopo il ritorno dalla mia macchina, quando la serata ha cominciato ad accelerare come dio comanda. Ero appena andato al cesso quando, all’uscita, mi trovo davanti la cavallona, l’amica della Vale. E’ un bel pezzo di figliola ma non fa per me, a me le ragazze piacciono quando posso sollevarle senza far fatica, anche per scopare è meglio. La cavallona mi guarda seria con le braccia conserte.

“Te guarda che devi stare attento te”. Mi dice. Anche lei ha la voce da disco, quella che si sente anche se sta battendo sulle casse il demonio in persona.
“E di cosa?”
“Che non provi a fare male alla Vale”. Dice lei e sembra che dicendolo gli salga ancora di più l’incazzatura. “Perché guarda che ne ho visti tanti come te che fanno i fighi superdotati e poi la mollano appena vedono un’altra figa.” La lingua della cavallona non è di certo simile al suo aspetto.
Ha una “ere” veneziana che farebbe spavento a un margherotto.
“Te non sai niente di me.” Le ho detto io, o qualcosa di genere.
E meno male, penso adesso. Meno male che la Vale non sa niente di me. Del carcere, del fatto che son stato bocciato due volte, della tizia che ubriacato solo perché volevo metterglielo nel culo, della bamba che mi tiro alle fiere per parlare coi clienti.
Senza pensarci, automaticamente, prendo il cell e chiamo la Vale. Non è un buon affare pensare alle brutte cose. Mai.

Lunedì passo presto in banca e tiro fuori i quattromila euro che mi deve Carraro, passo in amministrazione e dico alla Bertola che mi hanno pagato sull’unghia. La vecchia strega bionda si mette anche a contare i soldi e mi dice che la prossima volta meglio bonifico o assegno perché coi soldi così è un casino. Io dico che non so niente di amministrazione e che se non va bene me li porto via. Lei mi guarda male ma mette tutto in un cassettino della scrivania. Missione compiuta direi. Altro che videocamere e youporn. Non mi ci son mai visto a fare una cosa del genere.
E poi, vabbé, dai dillo Dani, un po’ ci sei rimasto sotto con la Vale. Succede a tutti, a te no? Cosa sei fatto di marmo? Direi proprio di no. Dopo le due ore di telefonata di domenica poi… te che al massimo mandi alle donne messaggini di due o tre parole abbreviate.

Non ho troppo tempo per pensarci: la settimana di lavoro inizia e devo fare bancone. Ogni tanto passa mio fratello e mi dice qualcosa. Mi spiega che coi clienti bisogna fare così e cosà. In genere sono insofferente allo stronzo ma stavolta un po’ lo cago e quasi lui è stupito. Difatti rompe meno del solito e poi dice: “Vabbè, dai, vado avanti. Mi posso fidare”. Sarà strano ma non mi ricordo che mi abbia mai detto una cosa così bella.

I giorni che seguono si dividono fra lavoro e telefonate alla Vale. Lei sembra aver sempre qualcosa da raccontarmi. Mi parla dei vestiti che sta facendo adesso: ha detto che vuole proporre una linea di bikini tigrati come quelli di Lamù, visto che adesso va tanto di moda il “fattore nostalgico”. Dice proprio così: ‘fattore nostalgico’. Vuole che le parli dei miei tempi… che mi accorgo essere sempre più lontani. Mi chiede della musica. Io le parlo di quando Sven Vath suonava Electrica Salsa e c’erano ancora le disco in pineta. Dovrei fare l’uomo e stare sulle mie ma le dico sempre che non vedo l’ora che venga sabato. Lei ride e mi chiede se quel dj francese “amico mio” metterà la canzone del grande babù. Rido anch’io.

Poi, giovedì, verso sera tardi, la Vale mi chiama e sta piangendo.
“Ohi Dani…”
“Ohi Vale, che cosa c’è?”
“E’ mio papà. Ha scoperto che ci vediamo”.
“Non piangere bella che mi fai stare male. Che cosa ha scoperto?”
“Che ci vediamo sabato”.
“E allora? Mica è un segreto…”
“Ma tu non sai com’è mio papà. Ce l’ha su con te! Ha fatto un casino a cena e si è messo a dire che non vuole perdere un’altra figlia!”
“E’ fuori…”
“Sì”.

Non mi viene niente da dire e da pensare. Non riesco neanche a capire che cavolo c’entri Carraro in tutto questo. Quasi mi ero dimenticato che la Vale fosse sua figlia. Mi sento così male che la Vale stia piangendo che neanche mi incazzo. Sto col telefono in mano a guardare un punto sul muro.

“Ma è per quella storia delle scrivanie?”
“Non lo so. Ha detto che sei un delinquente e che…”
“Che cosa?”
“Che sei stato anche in galera. Dani, era proprio fuori oggi”.

Taccio un secondo. Non lascio che le parole è stato in anche in galera entrino nella mia testa. Le butto fuori subito. Di nuovo, cerco qualcosa di tranquillizzante da dirle ma non ci riesco, così me ne esco con un “senti, non pensarci, ok? Te cosa vuoi fare?”

“Io voglio vederti, cosa credi!”
“Anch’io.”

Sembra che si calmi. Smette di piangere e assume un tono molto più simile a quello che ho cominciato a conoscere. Mi dice che s’inventerà qualcosa ma che adesso deve mettere giù che non si sa mai.

“Senti Vale…”
“Cosa?”
“Mi sa che mi hai preso”.
“Cosa ti ho preso?”
“Te lo dico sabato, ok?”
“Ok”.
“’notte. Cerca di dormire”.
“Buonanotte Dani”.

Appena mette giù, tutte le parole che non mi sono venute mi vengono. Ed è un bene che lei non stia ad ascoltarle perché sono tutte bestemmie. Metto giù l’Iphone, con calma stavolta, e poi tiro un calcio al divano. Dopo averlo calciato mi ci siedo.
Carraro. Carraro ce l’ha con me. E’ in debito e ce l’ha con me. L’ho coperto coi soldi e ce l’ha con me. Gli ho portato su le scrivanie e ce l’ha con me. La verità è che credo che ce l’avrebbe con me comunque. E’ così Dani. Mi dico. Mettitela via. Ci saranno sempre persone che pensano male di te. Che sei un drogato, uno che è stato in galera, uno che senza il papà non sarebbe un cazzo. E magari è vero ma io non mi sento mica così. Diciamo che oggi non mi sento così. Perché ho capito che quando cominci a provare quella cosa che gli uomini non devono mai dire allora le cose un po’ ti cambiano. E allora vaffanculo Carraro. La porto via io la Vale da quel catarroso del cazzo. Cavolo, persino mio fratello ha detto che si fida. Potrei anche cominciare a lavorare bene. Potrei smetterla con certe cose che fanno solo male.
Oddio lo stomaco. Ecco che ricomincia a stringersi. Vado in bagno e cago quel filo di merda liquida che mi ricorda ancora che bevo troppi spritz. E’ per te Carraro, penso, mangiatela te questa brutta merda di drogato.

Spero che si risolva tutto, spero di vedere la Vale sabato e di ballare ancora con lei. E spero che mettano su il suono del grande Babù come quando ero giovane e anche se le cose non andavano bene mica avevo il tempo e la testa di pensarci.

Arriva Sabato. Con la Vale ci siamo sentiti solo per messaggi ma suo papà non le ha più rotto le scatole. Magari è stato solo uno schizzo sporadico. Magari la storia di sua figlia grande che si sposa col negro lo ha fatto sbarellare di brutto e adesso non sa con chi prendersela. La Vale, per sicurezza, ha detto ai suoi che faceva tardi al lavoro e poi andava a dormire dalla Giorgia, la sua socia.

Invece stasera viene a dormire da me.

Mi ha chiesto se avrei fatto il bravo. No, non l’avrei fatto, le ho detto e lei si è messa a ridere. A pensare di toccarla e di baciarla Danielino si risveglia dal sonno e sembra più arzillo di quando mi portavo le tedesche in tenda al camping international.

Alle nove e mezza in punto sono davanti al nuovo bagigiaro che hanno costruito in zona commerciale vicino all’Area. Ha cominciato a far freddo, non troppo, ma quanto basta per mettersi il giubbino di pelle. Se penso che sta arrivando l’inverno mi viene male.
Volevo quasi quasi comprare una rosa per la Vale ma poi ho pensato che era un po’ da sfigato. Casomai se passa un bangla a caso gliela compro dentro.

Basto io come regalo mi sarei detto una volta. Invece credo che il regalo me lo stia facendo lei. Eccola che arriva: la sta portando la sua amica Giorgia su una Punto non troppo ben messa. Mi vede subito e mi saluta. Io sorrido come uno scemo e alzo la manina. Eccola. Guardala bene, guardala bene perché la felicità non dura mai tanto da queste parti.
Basta un semplice controllo a rovinarla. Che pensiero del cazzo, Dani.
La Vale scende e fa una faccia strana.

“Cosa c’è?” Mi chiede.
“Ciao!” Le dico io.
“Ciao. Hai una faccia strana.”
Sì, perché sto pensando a cose del cazzo. Cose che non c’entrano niente con questa serata.” Lascia andare tutto, Dani. Buttalo via giù per il cesso come la merda liquida. Tira l’acqua. Pensa che è sabato finalmente. Abbraccio la Vale e la stringo.
“Mi sei mancata.” Mi lascio sfuggire.
“Eh, anche tu”. Fa lei, sembra un po’ sorpresa ma poi si mette a ridere. “Vuoi stare qui tutta la sera?”
“No, no, scherzi. Andiamo!”
“’peta che saluto Giorgia.” Mentre si scambiano due baci noto che pure la Giorgia non è proprio da buttare via, anzi. Anche lei look un po’ dark e occhiali. Bé, pensa Danielino, se ti va bene con il giro della Vale ci sistemi tutta la compagnia, Dio sa quanto hanno fame. E poi, qui da queste parti, nei mesi freddi o c’hai la morosa o vai a tardone all’Odissea o ti accontenti di menartelo con youporn. Le belle straniere facili te le scordi, a meno di non andare a fare un putantùr nel selvaggio est.

Dentro al bagigiaro c’è un casino infernale. Vicino all’entrata c’è un palchetto su cui un’orchestrina anni ’70 sta suonando I will surive. Sono anche bravi, direi.

“Oh guarda che fighi che erano i pantazampa anni ’70”. Dice la Vale.
“Ma tanto tornano, sai. Ne ho già visti due o tre in disco coi jeans a zampa”.

Per culo riusciamo a trovare un posto per due lontano dalla musica che sarà pure bella ma se ti va di fare due chiacchiere proprio non puoi. Io sono un po’ indeciso su cosa ordinare. La prima bibita della serata è quella che ti imposta la direzione da seguire. Certo, prima coi ragazzi mi son fatto due spritz al Campari ma quelli non contano: era solo per aprire lo stomaco. E poi c’ho mangiato sopra il kebab.

“Che fai tu, mangi?” Chiede la Vale sfogliando il menù.
“No, ho mangiato. Stavo decidendo cosa bere”.
“Io devo mangiare ancora”.
“Se me lo dicevi mangiavamo qualcosa assieme!”
“Eh, ho dovuto tirare sù la Giorgia. Sapessi i casini che ha col suo tipo nuovo”.
“Anche lei!” Dico e lei si fa una risata. Assumo una posa da gay consumato: “Guarda, i maschi di adesso sono tutti degli stronzi”.
Lei ride ancora: “Smettila!” Dice.
Le brilla qualcosa negli occhi. Si accorge che la sto fissando.
“Che c’è?” Sussurra maliziosa. Sa che mi ha preso. Son fortunato che me ne sono accorto anch’io per tempo. Non si sa mai fino a che punto potrebbe cagarti una donna. Il giorno prima magari ti guarda come se fossi l’unico uomo al mondo e il giorno dopo ha già un impegno, poi comincia a tirare pacchi e poi la vedi in piazza Mirano sottobraccio ad un fighetto di venticinque anni senza arte né parte.

Arriva la cameriera. Io prendo una birra media e uno shot di tequila senza sale e limone. Lei un club sandwich vegetariano e una Leffe piccola. Arrivata l’ordinazione io mi sparo lo shot e lo butto giù con un po’ di birra.

La tequila non è una bevanda: è un po’ di lucidità che se ne va. Se esageri potrebbe andarsene via qualcosa di più, per questo bisogna trattarla con rispetto. Finito il club la Vale mi fa il verso. Birra media e shot, solo che lei lo prende con sale e limone.

“Perché tu non l’hai preso con sale e limone?” Mi chiede.
“Perché quello che m’interessa è la tequila. Non sono mica qui per giocare!”
Lei ride, si lecca l’incavo fra pollice e indice e ci sparge il sale. Poi compie l’operazione velocemente. Prima le tequila, d’un fiato, poi sale e limone.
“Un altro?” Chiedo io.
Lei annuisce, pulendosi la bocca con un fazzoletto. “Eh, non siamo mica qui a giocare Dani!”
Io sorrido e cerco con gli occhi una cameriera. Nel girarmi sul busto sento che la musica si è un po’ alzata. No, sono io che mi sono alzato. Bene così, penso. Forse con altri due sparini e un’altra birra sono già a posto.

“Ma è vero che sei stato in galera?” Mi chiede la Vale, così d’un tratto.
Io smetto di cercare la cameriera e la guardo. La sua espressione è serena, il tono in cui me l’ha domandato casuale, come se mi chiedesse in quale palestra vado.
“Sì”. Rispondo io. E non saprei cosa aggiungere. Conosco già la prossima domanda, perché quando dici di essere stato dentro la prossima domanda è sempre perché. Invece la Vale non indaga, prende la birra media e se ne scola quasi la metà. Poi mi guarda con quegli occhi che qualsiasi uomo, anche il più sfigato, sa che ti stanno comunicando che qualcosa di te più prima che poi potrebbe finire dentro di lei. Potrebbe è la parola magica qui.

“Sai che una volta l’ho fatto con Giorgia?” Mi dice.
Cerco di rimanere impassibile ma mi sa che i miei occhi aumentano di qualche millimetro di diametro e Danielino, là sotto, ben coperto dai miei boxer D&G, ha un sussulto.
“Cosa hai fatto?” Chiedo. L’ho capito naturalmente, ma vuoi mettere sentirlo dire da lei?
“Secondo te cosa?”
“Un puzzle”. Rispondo io ma la battuta è fiacca.

Lei si volta e in tempo zero trova una cameriera. Noto di nuovo la cosa che forse più mi è piaciuta in lei: la sicurezza. Certo, la tequila le ha dato una mano ma se non c’è qualcosa di base la tequila resta solo nello stomaco a trasformare tutto in cacca molle.
Ordiniamo un bis, anzi un quadris anche se non son sicuro che si dica così. Insomma, ordiniamo quattro sparini. Per me anche un’altra birra media… l’ultima che sennò poi mi si gonfia lo stomaco.

“E’ passato qualche anno, facevamo ancora il liceo. Siamo sempre state migliori amiche. Non so se hai visto ma ci vestiamo quasi uguali”.
Io annuisco e finisco la mia birra d’un sorso.
“Insomma, eravamo a casa mia e stavamo guardando una roba tipo Burda, sai quel giornale dove ci sono i cartamodelli”.
Io non so cosa sia un cartamodello ma annuisco di nuovo.
“E poi è successo”. Dice con tono conclusivo.
Io mi metto a ridere. “Brava. Non mi hai raccontato la cosa più importante”.
Lei alza gli occhi al cielo, come a dire uomini, tutti uguali siete. Ma non lo dice e torna a guardarmi con quegli occhi che penso abbiano trasformato più di un ragazzino in Onan il barbaro.
Lei piega il busto in avanti e fa cenno di avvicinarmi.
“Eravamo sul letto tutt’e due e ci siamo baciate”.
“Dì che l’hai baciata tu”. Faccio io. Casualmente, ma neppure tanto, la mia mano sfiora la sua e là resta. Lei non l’ha respinge. Il gioco è fatto, è vero, ma non capisco se sia stato il mio o il suo.
“Mah… no… è stata una cosa di comune accordo”.

La cameriera arriva con le munizioni. Ci secchiamo i primi due sparini e io mi butto giù un altro po’ di birra. Sento che arriva finalmente lo sballo. Un professionista come me lo riconosce subito e gli apre tutte le porte. I tizi anni ’70 ora stanno cantando la canzone di Rocky… mi pare si chiami ‘The eye of the tiger’ o una roba così.

“E poi cos’è successo?” So che non dovrei chiederlo e fare un po’ il superiore del tipo eh ma sai quante ne ho viste io ma Danielino, da lì sotto vuole sentire e quando s’inizia uno sballo è lui che comanda quasi tutto. Passaggio di consegne in cabina di pilotaggio.

“Eh, poi te lo immagini.” Fa lei sorridendo sarcastica.
“Ah, non le sai mica raccontare le storie te”. Rido io. “Comunque se la prossima volta vi serve una mano…”
“See, see… povera Giorgia. Non dirle che te l’ho detto: è un segreto! Lei si vergogna un sacco di ‘sta roba”.
“E tu?”
“Io me ne frego. Voglio dire, se una cosa ti fa stare bene falla no?”

Io annuisco ma non sono del tutto convinto. Ho visto tanta gente che ragionava così fottersi la testa in tre mesi e finire al Sert senza passare dal via.

“Posso?” Chiede la Vale allungando una mano verso la mia birra. Senza aspettare il mio consenso la prende e ne beve qualche sorso. Io rido. Qualcosa del dna Carraro ce l’ha. Non dico che è viziata ma c’ha quella sicurezza che hanno le persone che non sono abituate a chiedere una cosa troppe volte.

“Cosa ridi?” Mi chiede.
M’invento una balla e le stringo la mano.
“Rido perché sei bella”.
Una cosa così detta al punto giusto fa sempre piacere ad una ragazza. Difatti anche lei è compiaciuta, di più: sembra quasi imbarazzata.
“Grazie”, dice sottovoce.
Alzo il mio shottino di tequila e dico: “L’ultimo e andiamo?”
Lei alza il suo. “Ma voglio fare come te, senza sale e limone”. Dice e allora le passo la birra: “Allora è meglio che ti tieni questa”.
“Pronti?” Mi chiede.
“Via!” Rispondo.
E via che si va.

Non è l’ultimo shottino dato che ce ne offrono un altro al banco. Io mi dico che per stasera sono a posto. Magari un gin lemon dentro ma più di così poi comincio ad accusare il colpo e visto che stasera Danielino va in scena non vorrei prendere una stecca alla prima che non è mai un buon biglietto da visita.

All’uscita io e la Vale siamo parecchio fuori. Io tengo botta ovviamente anche se sono sull’andante con brio. La Vale si vede che si tiene per non barcollare. Quando però incrociamo un ciccione con un moncler rosa non ce la fa più e si mette a ridere come una pazza. Si appoggia a me e soffoca le risate sul mio petto. La sua risata mi contagia e sono costretto a fermarmi.

“Direttamente dagli anni ’80!” Dico io, con la voce di un annunciatore di film di fantascienza.
Lei quasi non ce la fa più dalle risate. “Basta, basta!” Dice, quasi con le lacrime agli occhi. Io guardo i suoi capelli neri e la sento vicina in un modo nuovo. Così, senza pensarci, le alzo la testa e la bacio. Lei ci sta: di più, mi prende e quasi mi spinge contro il muro. Si sente che ha voglia ma ha voglia di qualcosa di più. D’altronde la tequila ha tolto parecchi fermi anche alla mia decenza e senza pensarci le infilo la mano nei jeans dalla parte del sedere, stringendole la chiappa. Lei non dà segno che questo la disturbi.
Quando sento che qualcuno fischia alla nostra performance improvvisata allontano la mia bocca dalla sua.

“E dai che c’è tempo”, dico io.
“Hai dei chupa chups?” mi chiede lei.
“Passiamo un attimo in macchina che ti faccio anche un caffè.”
Lei mi guarda con espressione interrogativa.

Qualche minuto dopo sta fissando la mia macchinetta del caffè portatile nel baule del mio bolide. L’ho presa in settimana in previsione di situazioni come questa. Me la son fatta fissare da un amico che lavora al Bep’s.

“Te sei fuori!” Mi dice la Vale, ridendo.
“Eh ma guarda che ti può capitare che sei in giro per lavoro e ti devi bere un caffè”, mi giustifico io.
“See… ma dai. L’hai messa perché sei fuori, dì la verità…” Mi fa lei e mi punzecchia il petto.
“E va bene!” Le faccio, con due occhi da matto così: “Sono fuori! Ahhhh….” di scatto la prendo e la alzo. Ringrazio il cielo per quanto magra è. E per tutto il resto. E’ la mia regina svalvolata di questa notte e io sono il suo re. E anche il suo servo, chissenefrega.

Appena la metto giù ci baciamo ancora ma stavolta non più affannosamente come prima. C’è qualcosa di più nel bacio che ci diamo adesso. Conoscenza, vicinanza. Magari affetto, sì. E magari quell’altra cosa che non si dovrebbe mai dire se abitate da queste parti. Perché quella cosa lì non porta soldi, casomai te li fa perdere.

Finito il bacio lei mi abbraccia, come aveva fatto la prima volta davanti allo Showroom. C’è qualcosa di strano perché diventa improvvisamente triste.

“Te come pensi che va a finire?” Mi chiede. So che sta pensando a suo papà ma mi viene in mente anche il discorso della cavallona sui fighi superdotati che la mollano appena vedono un’altra figa. Io non so proprio cosa dire anche perché sta cosa è venuta fuori così tanto velocemente che mi ha preso alla sprovvista.
Di donne ne ho, potrei averne. Mi basta fare una chiamata e ce ne sono certe che si farebbero anche un centinaio di chilometri per me. Ma nessuna di loro mi abbraccia. Sono donne belle ma pazze e fanno e dicono cose strane. Vengono per la bamba, per la macchina, qualcuna anche per Danielino. Non so quante vengano per me. Nessuna, credo.

Io però mi ricordo delle serate a Jesolo quando ero giovane e c’era il tramonto ed ero già un po’ brillo e guardavo il sole che faceva diventare rosso il mare. Ricordo che mi sentivo grande e dentro di me c’era tutta la forza del suono del grande Babù, che io mi son sempre immaginato come un gigante rosso che ci guarda dall’alto. Una forza grande che va oltre le scrivanie di mio papà e le donne dalle tette grosse e Chirignago alle 9 di mattina e la piazza di Mirano e gli spritz e le disco. Una cosa forte che magari è la vita e che tutti qua cercano di nascondere. Però io la sento questa cosa, anche quando ero giù nella celletta di Santa Maria Maggiore e guardavo il cielo.

E mi verrebbe da dire queste cose alla Vale, cose che mi sono venute in mente per colpa della tequila. Però so che non saprei nemmeno come cominciare a dirle. Così la stringo forte forte.

E davvero, dico proprio davvero: mi viene quasi da piangere. L’ultima volta è stato nel bagno della questura dopo che mi avevano beccato e poi ce n’è stata un’altra, tanto tempo prima, quando ho capito che mia mamma dall’America non sarebbe più tornata. Perché l’America non esiste, almeno quella che diceva mio papà.

“Voglio raccontarti delle cose”, dico alla Vale. Questo non risponde alla sua domanda ma sembra che si calmi. Alza il capo e mi guarda. Di nuovo vedo quelle luci nei suoi occhi, al di là degli occhiali leggeri. Anche lei ha qualcosa da raccontarmi, capisco.
La Vale annuisce e le viene un mezzo sorriso.
“Comunque hai visto?” le sussurro. “Oltre i pantazampa stanno tornando anche i Moncler rosa!”
Si rimette a ridere di gusto. “Stronzo!” Mi dice. “Così mi si rovina tutto il trucco!”
“E quella cos’è?” Chiede poi, guardando il mio bagagliaio.
“Vodka alla fragola.” Rispondo. “Ti va?”
“Un poca sì”.
“Guarda di non starmi male dopo”.
“Sei fuori? Io reggo sai”.

E reggiamo tutti e due. Reggiamo bene. Arriviamo davanti alla fila per entrare in disco e facciamo luce. Mano nella mano. Splendidi, direbbe un mio amico. Per la prima volta da tanto tempo, dalle estati a Jesolo mi sento esattamente dove vorrei essere. Già da fuori si sente il furore del quattro quarti delle casse. Ora è solo ovattato ma fra un po’ sarà tutto il nostro mondo. Chiamo fuori un PR ed entriamo con la vip card, saltiamo tutta la coda.

L’Area è piena, ovviamente, ma tutto quello che abbiamo bevuto e la forza che creiamo tenendoci la mano ci aiuta a trovare la Strada. E la Strada non ci porta davanti al bancone, stavolta: ci porta proprio in mezzo alla gente, nella luce e nella musica. Siamo speciali e si vede. Qualcuno che conosco ma di cui non ricordo il nome mi dà un cinque. La Vale si è tolta gli occhiali e ora si scioglie i capelli. L’unico pensiero lucido che ho è che voglio che sia la mia donna per sempre. E mi sa che glielo dico anche ma non so, magari lo penso solamente.
So che balliamo e sento che la vita è grande. Anch’io faccio le stelle quando mi muovo.
E poi lo sento. Lo riconosco già dalle prime battute del mix. Anche La Vale lo sente perché mi stringe la mano e mi guarda incredula. Leggo le sue labbra:

“Senti.” Dice.
E’ il suono, il suono del grande Babù.
Un suono grande come tutta la disco e molto di più. Neppure riesco a ballare e rimaniamo fermi così, come due tizi che stanno guardando quando è nato l’universo. Stupefatti da una felicità che non pensavamo potesse esistere. Senza colpa, senza morale, senza parenti e amici, solo noi persi in un magma di luce e suono.

Oggi, adesso, qui, noi.

Continua…

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