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Il suono del grande Babù (Pt. 03)

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(Per leggere la seconda parte clicca qui)

Dopo la felicità, il buio. Non mi ricordo come siamo tornati a casa mia, non mi ricordo di aver pagato, di aver guidato, né che siamo saliti su in casa. Però adesso siamo in camera mia e sto baciando la Vale. Le tiro via la maglietta nera, le bacio il collo, la pancia. Lei ride e poi si aggrappa a me e mi spoglia. Non so se siamo più fatti o più ubriachi.

Va bene così.

Torniamo a baciarci e lei ride ancora, nella mia bocca. La faccio stendere sul letto, ma sarebbe meglio dire che ce la getto. Lei si slaccia la cintura, tira giù la zip e con una mossa veloce io le levo jeans e perizoma. La sua fighetta è ben curata e io mi ci affondo con tutta la bocca, la bacio, la mangio. Lei emette un grido e mi prende la testa.

“Dani, devo lavarmi!” Mi dice ma non ha nessun intenzione che io smetta. Anzi si mette nuovamente a ridere.

Io alzo il capo e la guardo. Sembra che ci rendiamo conto ora della situazione e ci rimettiamo a ridere contemporaneamente. Lei diventa tutta rossa dalle risate e rovescia la testa indietro.

“Vale, fai la seria, no?” Le dico io ma mi trattengo a malapena. Lei se ne accorge e si dà in un’altra scarica di risate. Io sbuffo e appoggio la testa sulla sua vagina. “Alzati, alzati.” Fa lei. “Proviamo così.”

Io eseguo. Lei si siede sul letto e comincia a slacciarmi i pantaloni. Mi tira fuori Danielino ma le sue mani sono un po’ fredde e di scatto mi ritraggo un po’. Il mio amico laggiù è un po’ stordito purtroppo ma ci sono buone speranze che si riprenda. La Vale si strofina le mani per scaldarsele e poi lo riprende e se lo caccia in bocca tutto intero. Mentre comincia a succhiarmelo mi guarda. La guardo anch’io ma fa una faccia talmente strana che stavolta tocca a me trattenermi dal ridere.

Lei smette e dice: “Stai ridendo.”
“No, non sto ridendo.”
“Sì che stai ridendo!”

Lei tira fuori la lingua e fa una pernacchia rumorosa a Danielino. Stavolta non mi trattengo più e le salto addosso fra le risate. Comincio a farle il solletico dappertutto mentre cerco di strapparle via il reggiseno coi denti senza troppo successo. Torniamo a baciarci. E poi, stanchi senza neppure aver fatto nulla restiamo abbracciati sul letto a guardarci.

“Oh, Dani.”
“Eh?”
“Siamo troppo fuori per scopare.”
“Eh. Ma te a che ora devi tornare a casa?”
“Ma posso fare anche dopo cena. Basta che mio papà mi vede.”
“E allora c’è tempo. Aspettiamo che ci passi un po’ il boresso magari.”
“Sai cosa sarebbe da fare?”
“Eh?”
“Tipo andare in un posto a fare colazione.”
“Ah, pensavo volessi andare a messa.”

Lei ride, ma con meno energia. Siamo tutti e due parecchio stanchi. Lei prende Danielino con una mano e lo masturba un poco. Lui risponde all’appello stavolta. Io raggiungo con la mano la sua fighetta e con un dito le massaggio il clitoride. Da fuori si sente un suono sordo. Come se qualcuno stesse battendo su una lamiera.

“Oh Dani.” Dice lei, il suo tono è più basso ora.
“Eh?”
“Ma senti, se ti dico una cosa, prometti che non ti spaventi?”
“Eri un uomo?” Chiedo io.
“No, fai il serio.”
“Va bene.”
“Metti che cominciamo a vederci.”
“Eh.”
Lei fa una pausa. Di nuovo, da fuori, si sente venire quel tonfo metallico.
“Hai sentito?”
“Cosa?”
“Quel rumore fuori.”

Appena lo dice subito si sente un nuovo tonfo e poi un altro. Malvolentieri mi alzo del letto e mi avvicino alle persiane. I tonfi si moltiplicano. C’è un batterista pazzo là fuori, penso, che sta sfogando la sua rabbia su una macchina. Per fortuna che ho messo il bolide in garage….
No, cazzo. Quello era ieri. Stasera mi par proprio di ricordare che…
No, invece, non mi ricordo un cazzo.

“Vale, dove ho messo la macchina quando siamo tornati?”
“Eh…” Fa lei. E’ pallida in volto. Ancora più pallida voglio dire e si è rimessa gli occhiali.
“Guarda che mi sa che l’hai lasciata fuori sai.”

Sussurro una bestemmia smozzicata e alzo le persiane. Son pallido anch’io adesso.
Nel frattempo si ode il rumore di un vetro che va in frantumi. Esco sul terrazzino e guardo giù, nel parcheggio comune.
Merda.

“Dani, che c’è?” Mi chiede la Vale ma io non rispondo.
Fuori è ancora notte. Ancora per poco, immagino. E… e c’è il vecchio Carraro.
C’è Carraro con una mazza da baseball laggiù. E mi sta sfasciando la Z4.

Lo stomaco, il mio stramaledetto stomaco, mi si stringe alle dimensioni di un oliva da spritz. Quasi mi piego in due dal dolore. Poi cerco di dire qualcosa ma la voce non mi esce, come in uno di quei brutti sogni in cui vuoi urlare ma non puoi.

“Ohi Dani…che c’è?” Mi chiede di nuovo la Vale.
“Ohi piccola, meglio che non vieni qua fuori.” Le dico e dopo averlo detto scatto.

Nella mia testa c’è poco o niente. So solo che devo fermare il merdoso. In tempo zero sto armeggiando con la serratura della porta di casa. Le mani mi tremano e nella mia pancia c’è qualcosa che ribolle più di un cesso chimico ad un rave.

“Dani, ‘ara che sei ancora in mutande.” Mi dice la Vale. La guardo: sta indossando la mia camicia.
“Non uscire! Stai qui!” La rimprovero ma cerco di dirlo in maniera dolce, anche se mi esce un cazzo di tono da bambino lamentoso.

Riesco ad aprire la porta e corro giù per le scale quasi rischiando di ammazzarmi. Appena esco dalla palazzina mi accorgo di essere in mutande perché fa un freddo cane. Non è il freddo, comunque, che mi fa tremare e non so neanch’io cos’è. Rabbia o paura o un misto delle due.

“Carraro!” Grido. “Che cazzo fai?”

Il vecchio è preso male. C’ha due borse sotto gli occhi che sembrano due canyon. La sua faccia è quella di un cane rabbioso. Respira pesantemente e stringe la sua mazza. Nella luce fredda dei lampioni sembra una specie di zombie.

“Figlio di puttana.” Mi dice fra gli ansimi.
“Che cazzo…?” Cerco di ripetere ma non finisco la frase perché Carraro mi carica. Oddio, non è che carica proprio, diciamo che si trascina verso di me agitando la mazza. Io arretro e do un occhio al mio bolide. Il cofano è bello che andato così come il parabrezza, un finestrino e uno specchietto retrovisore.
Ho la brutta idea di dire: “Guarda che la paghi tutta te, Carraro!”

Il vecchio ruggisce e di nuovo si mette ad avanzare verso di me oscillando quella mazza del cazzo. E’ logico che non mi può prendere. Anche se sono ancora mezzo ubriaco lui è proprio andato. Fisicamente e mentalmente partito.

“Che cazzo vuoi che ti paghi, Vassoler?” Mi grida…ma neanche il suo grido è un grido vero. E’ una specie di rantolo roco e cattivo. “Mi hai fottuto l’ultima cosa che avevo, figlio di puttana.” Accusa.
“Ohi, ma guarda che io alla Vale le voglio bene! Che cazzo pensi? Guarda che…” Dico, ma è come parlare veramente ad un bulldog incazzato e zoppo. Di nuovo non riesco a finire la frase perché lui si mette ad arrancare verso di me. A me basta fare qualche passo indietro per mantenere la distanza di sicurezza.

Penso che devo farlo ragionare in qualche modo.

“Oh Carraro ma guarda che non è successo niente.” Gli dico.
“Mi avete portato via tutto, bastardi figli di puttana!” Ruggisce e sembra che ci sia qualcosa che luccica nei suoi occhi. Passo dalla rabbia alla pena.
“Che cazzo volete di più?” Oscilla ancora la mazza e dalla foga quasi cade ma si mantiene miracolosamente in piedi. Torna ad ansimare più velocemente. Tira un lungo respiro e sputa tutto d’un fiato: “Ho lavorato per tutta la mia vita e adesso mi portate via tutto. Io ti ho detto che ho tutto investito che non posso tirare fuori i soldi. Io non ce li ho più i soldi, lo vuoi capire? Qua gli ordini non arrivano più. I tedeschi vanno in Cina adesso, io cosa ci devo fare?”

“Carraro, meglio se ti calmi dai…ti ho coperto io coi soldi, non c’è problema.” Gli dico io, anche se capisco che non sta mica parlando dei miei quattromila euro. Cerco di avvicinarmi e allungo anche una mano come per dire che va tutto bene. Mi ha distrutto la macchina ma va bene, almeno per adesso.

Niente da fare, il vecchio torna a scacciarmi con la mazza. Fa un passo in avanti e stavolta mi sa che cade proprio ma non cade.

“Che cosa volete da me?” Mi dice guardandomi, ma non guarda me in realtà. Son sicuro che sta piangendo ma senza lacrime, se è possibile. La sua voce è diventata una specie di ruggito di catrame. “Che cosa volete da me?” Ripete e torna ad avanzare.

Io arretro ancora e ho l’occasione di dare un’occhiata alla mia palazzina e a quelle attorno. Sembra che nessun vicino sia uscito a vedere cosa stia succedendo. Una debole luce si sta spandendo tutto attorno e purtroppo l’alba sta arrivando. Non ho proprio voglia che qualcuno mi veda in mutande mentre cerco ragionare con questo vecchio pazzo.

Non me la sono mica chiamata io questa merda.

Ed è anche tempo di finirla perché ho freddo e la forza della balla è quasi finita e tutte quelle belle stelline luminose che mi facevano risplendere adesso mi stanno scoppiando dentro.

Cerco di assumere un tono deciso e dico: “Dai, Carraro, posa quella mazza, cazzo.” Di nuovo allungo la mano verso di lui, in segno di pace. “Si parla da gente civile, ok?” Carraro sembra non aspettare altro, mi tira uno swing con la mazza e mi prende la mano, il dolore è come quando ti prendi le dita nella porta. Subito mi ritraggo portandomi la mano sotto l’ascella. Il freddo amplifica il dolore di un buon duecento percento e mi esce dalla bocca un urletto da frocio.

Guardo Carraro ma Carraro non c’è più. Ora che c’è un po’ più di luce vedo bene cos’ha preso il suo posto: una cosa fatta di rughe che indossa una tuta dell’Adidas più corta di due misure.

Altro che bulldog, questo qui è proprio sciolto. Sembra che qualcuno gli abbia tirato via lo scheletro dal culo. In questa carcassa di uomo però ci sono due occhi di morte che hanno dentro un dolore e una rabbia che non sapevo potessero esistere. Il fiato mi si fa corto e istantanea mi sale su la para che magari il vecchio mi ammazza veramente se non sto attento.

Altro che ragionare: gli devo tirare un pugno e stenderlo.

Di nuovo Carraro si muove, torna a caricarmi. Perché è più veloce, adesso? E’ perché sono più lento io o cosa? Non importa, mi metto a correre… non ha più senso evitare gli attacchi. Questo non ci sta più con niente. Dovrei quasi tornare a casa e chiudermi la porta dietro ma ho paura che Carraro me la spacchi per entrare e allora sì che i vicini si sveglierebbero. E allora sarebbero cazzi perché per quanto Carraro sia partito rimango io il drogato del cazzo e tutto quello che succede è colpa mia. Anche se un meteorite colpisse la casa sarebbe colpa mia.

Lo devo portare lontano, penso. Ma è un pensiero stupido. Chissà quanti altri modi ci sarebbero per risolvere la cosa.

Corro via, col mostro di Carraro dietro di me. Sembra stia gridando ma non sembra neppure un grido ‘sta cosa che sento alle mie spalle. E’ come lo stridere di ingranaggi rugginosi che cerca di imitare la voce umana.

Attraverso via Miranese e, merda, se ci vedesse adesso qualcuno vedrebbe un coglione coi boxer inseguito da una torta d’uomo con una mazza. Ne ho vissute tante di strane ma questa le batte tutte.

Mi faccio coraggio e penso che magari la cosa si risolve e fra un poco ci riderò sopra con gli amici o magari anche con la Vale. La mia povera Vale. Penso che le voglio bene. Veramente bene. Penso che mi metto a posto e la sposo. Penso dio dio oh grande Babù fammi andare le cose bene almeno questa volta. Poi ti prometto che sto buono. Vendo tutte le scrivanie che vuoi ma fammi andare bene questa.

Ripiego in una via laterale e dopo qualche secondo non sento più il grido inumano di Carraro. E’ venuto il fiatone anche a me. Sono proprio spompato. Mi giro.

Carraro è laggiù, in mezzo a via Miranese. Ha mollato la mazza e si sta tenendo il braccio sinistro con la mano. Gli sta pigliando veramente l’infarto, cazzo. Questo mi muore qui.

Mi sta ancora guardando e anche se son distante quasi una decina di metri riesco a sentire tutto l’odio che prova quasi con la pelle. Carraro irradia odio. E dolore. Mi riavvicino a lui, che altro posso fare? Almeno ha mollato la mazza.

“Carraro, non morirmi qua!” Gli dico. E poi esco con la cosa più stupida che abbia mai detto: “Dai che andiamo a fare colazione insie…”

E poi tutto bianco. Una cosa grande bianca prende il posto di Carraro. E Carraro non c’è più. Ma adesso non è un modo di dire. Adesso al posto di Carraro c’è una roba bianca e rettangolare con sotto delle ruote. E mi sa proprio che quella roba è un camion perché sento lo stridio di una frenata tardiva che mi penetra nelle orecchie.

Hanno preso sotto il vecchio.

E l’alba arriva, cazzo. Sta arrivando. Quasi l’aria è più calda ma non è l’aria: sono io. Il mio corpo non sa neppure più cosa sentire. Caldo, freddo, dolore, rabbia, paura, odio.

Il mio intestino lo sa benissimo invece perché mi butta fuori dal culo tutto quello che ho sparato dentro lo stomaco la notte prima. Sento dei rivoli freddi che mi corrono lungo le gambe ma neanche me ne accorgo. Hanno preso sotto il vecchio. Il papà della Vale.

Sento un grido disumano e dei colpi. Provengono dall’autista del camion, immagino. Dall’assassino. No, magari non è detto che sia un assassino. Magari non l’ha preso proprio così in pieno. Magari ho visto male. Magari sono ancora a letto con la Vale e questo è solo un sogno da ubriaco che mi dimenticherò al risveglio.

Cammino lentamente verso via Miranese. Non voglio vedere ma devo. Mica posso rimanere qui. Mi muovo piano, un passo alla volta, con la merda fredda che mi scende lungo le gambe e tutto che comincia a illuminarsi. La mia faccia manda vampate di calore.

Vedo tutti i particolari come se fossi sotto acido.

Là c’è la cabina dell’enel. Qui la cancellata verde di una casa. Le inferriate fanno un disegno strano e sembrano una figa. C’è un banano oltre la cancellata e una cuccia con un cane che dorme, un vecchio cane nero. Delle crepe da cui escono ciuffi d’erba corrono sull’asfalto ai miei piedi. Lì c’è una grossa lumaca che sta entrando in un tombino. Un uccello si mette a fare uh-uuuh.

Sento che qualcuno sta ripetendo: “No, no, no, no…” Mancano pochissimi passi.

Arrivo all’angolo con via Miranese e vedo l’autista. E’ lui che sta ripetendo no, come se questo gli bastasse a cancellare tutto. Penso che oggi è domenica e lui non dovrebbe essere in giro. E’ un tipo smilzo con un cappellino da baseball rosso. Neanche mi vede e meno male: immagino di non essere una visione tanto confortante.

Sta guardando qualcosa di fronte al suo camion e tiene le mani premute contro le guance come quel quadro che adesso non mi ricordo. Dice no no no. Sta guardando quello che è rimasto di Carraro.

Io non riesco a vedere il vecchio dalla mia posizione ma scorgo degli schizzi di sangue sull’asfalto. Un altro grido. Questa volta da più lontano.

La Vale, dall’altro lato della strada. Ha la mia camicia addosso, proprio quella di D&G. Lei sì che può vedere suo papà, purtroppo per lei. La vedo che si appoggia ad un cancello, ma no, non si appoggia, si accascia e dalla sua bocca esce un getto giallastro.

Proprio sulla mia camicia… ma che pensiero stupido. Cosa me ne frega della camicia adesso?

Sì ma è costata un bel po’ di soldi. L’ho presa a Venezia. La commessa era proprio carina. No Dani, no. Non puoi scappare. Non hai voluto questa merda ma te la devi mangiare tu. Devi entrare qui dentro. Entraci.

Sento che qualcosa si spacca ed è una sensazione spiacevole, come quando ti ficchi il cotton fioc troppo a fondo nell’orecchio. Male, rottura, pensieri.

Pensieri brutti che mi vengono tutti d’un tratto. Il poliziotto che mi dice ‘semplice controllo’. Il cane con una zecca grossa come una moneta sulla testa che ho visto da bambino. Il mio compagno di cella che aveva una macchia bianca nell’occhio. L’odore di frutta marcia quel giorno che mi ero perso al mare. Lo sguardo di mio padre e dell’avvocato. La Natasha che piange perché non voleva prenderlo lì. Le mattine che mi sono svegliato con la faccia nel mio vomito.

E poi mi viene in mente un altro giorno brutto, un giorno che non mi veniva più in mente da tanto.

Mi ricordo di me e mio fratello, di quando abitavamo ancora nell’appartamentino a Spinea. Stiamo giocando coi Masters e lui è He-Man e io Skeletor. A me tocca sempre prendere Skeletor. Mio fratello è cattivo, prende il mio Skeletor in mano e cerca di staccargli una gamba. Io corro da mio papà che è in cucina ma lui non mi caga perché sta guardando delle carte. Gli chiedo quando sarebbe tornata la mamma dall’America. Mio papà mi guarda, non risponde e fa una faccia strana. Quando torno in salotto mio fratello mi fa una specie di sorriso.

“Guarda che la mamma non torna più.” Dice. “E’ morta.”

E allora vedo mio papà che arriva veloce da dietro di me e tira uno schiaffo a mio fratello. Io resto fermo e vedo che le cose cominciano come a sfasarsi. Il divano arancione. I masters. Mio fratello che piange, mio papà che lo strattona.

Quel giorno ho perso una cosa. Una cosa che avevo dentro.

Ora guardo il camionista che piange, il sangue di Carraro, la Vale semisvenuta e la chiazza di vomito sulla mia camicia e sento che qualcuno mi ha rimesso quella cosa che avevo perso.

E non è un bell’affare proprio. No.

Perché quella è una cosa che ti fa stare male.

Stai qui Dani.

Sì ma qui non c’è il suono. Non c’è il martellare delle casse e il grido del synth. Non ci sono rullate e ripartenze. C’è solo il silenzio di una mattina di fine settembre che si è accorta all’improvviso che è arrivato l’autunno.

Il suono del grande Babù è sparito. Il suono che mi ha accompagnato per tutti questi anni non si sente più da nessuna parte.

C’è solo silenzio adesso.

Poi appare una cosa rossa rossa nel cielo oltre i palazzoni, laggiù, verso San Giuliano. Spero che sia la testa del grande Babù venuto a rimettere a posto le cose ma no: è il sole. Il sole che comincia a guardare questo angolo di mondo anonimo tra Padova e Venezia in cui un tizio con le mutande smerdate sta fermo accanto ad un camion che ha preso sotto un vecchio in tuta.

Il camionista è fermo anche lui, ancora con le mani premute sulle guance. Poco lontano, la figlia dell’uomo morto è accasciata su una cancellata. Non ha nemmeno la forza di piangere e la sua camicia, che in realtà è la camicia dell’uomo con le mutande smerdate, ha una macchia di vomito giallastro.

E’ strano ma vedo tutte queste cose dall’alto e, grazie alla luce improvvisa di quel globo rosso, vedo anche qualcos’altro oltre a noi.

Vedo loro.

Sono usciti lentamente dalle loro case. Indossano vestaglie, canottiere e pigiami. Hanno dei cellulari in mano. Si affacciano lungo i vialetti. Si allungano dai terrazzini. Alcuni parlottano ma per la maggior parte stanno in silenzio. Hanno occhi morti come quelli dei pesci nella rete.

“C’è bisogno di aiuto?” Mi chiede uno di loro. E’ affacciato da un terrazzino che dà su via Miranese. Ha una faccia che non capisco e sta coi gomiti poggiati sul parapetto della terrazza.

Non fa niente e mi guarda.

Io taccio.

Una lacrima solitaria mi scende dall’occhio destro.

Più tardi, quando il sole è alto nel cielo, questa storia non esiste più.

 

Fine

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