Il trentunesimo giorno

Il trentunesimo giorno, un racconto inedito di Thomas Tono per Sugarpulp

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Ore 12,41/SS 309/Rosolina/Ristorante-Pizzeria Dal Nane

Oggi è il trentesimo giorno. E oramai non si parla d’altro. Giornali, radio, TV, siti Web.
Click.
La piccola Mara.
Foto, interviste, lunghi ed estenuanti reportage. Così alla fine sembra saperne di più di tutta questa faccenda la casalinga media italiana che tutti noi in centrale messi assieme. Con chi ha parlato l’ultima volta. Chi ha visto. Gli ultimi sms. Anche i minimi particolari sono alla mercé della pubblica piazza: il suo video game preferito, il colore dell’elastico per i capelli e la felpa nera di Hello Kitty che indossava l’ultima volta uscita di casa. E molti altri dettagli.
Gli avvistamenti crescono. E con loro anche la speranza di un suo allontanamento volontario.
E intanto non si parla d’altro.
Come per la maggioranza dei miei colleghi penso che oramai ci siano veramente poche speranze di un suo ritorno a casa volontario. D’altronde le statistiche parlano chiaro. Una bischerata a quell’età si conclude di norma con un ritorno all’ovile dopo 20, massimo 25 giorni dalla fuga. Che il disperso torni sulle proprie gambe dopo trenta giorni è un’eccezione rarissima. E tale rimane.
Ma le ricerche devono continuare. I genitori hanno il sacrosanto diritto di sapere, così dicono pacatamente i giornalisti.
E allora: click.
Intanto, mentre aspettiamo seduti al tavolo, cercando di distrarmi dai miei soliti pensieri da vecchio poliziotto, Camilla mi dice che la sua amica è una tipa interessante.
Bene dico io, e chissà che si riesca a parlare di qualcos’altro oltre che della piccola Mara. Penso, magari riesco anche a rilassarmi un paio di ore. Fiorella, pare abbia detto che si chiami. O Antonella forse. Ma intanto noi aspettiamo.
Quando arriva al locale io ho già trangugiato un paio di scodelle di patatine e due spritz al Campari. E’ un donnino semplice. Vestita in maniera semplice. Faccia semplice. Insomma tutto ciò che incanala la semplicità lei ce l’ha. Ci presentiamo, ed esordisce dicendo che ha una fame terribile. E se vogliamo possiamo anche ordinare subito.
Bene, anche noi abbiamo una fame terribile. Ordiniamo. Quindi, cerco con lo sguardo il cameriere. Intanto Camilla ci tiene a farmi sapere che la sua amica è da molti anni attiva nel volontariato.
Bene, rispondo. E tra le tante associazioni Onlus di cui fa attivamente parte ne ha fondata una tutta sua in difesa dei cani e dei loro diritti.
Bene ripeto io, e con lo sguardo continuo a cercare il cameriere. Lo vedo. E’ un ometto pingue con un parrucchino scuro appoggiato sulla testa, un tovagliolo sull’avambraccio sinistro e un sorriso demente sulla bocca. Lo becco e con passo deciso viene al nostro tavolo. Sorride. Ordiniamo.
Paralisi Facciale se ne va, continuando a sorridere. Camilla mi guarda soppesandomi con severità.
Che ho fatto adesso? gli chiedo alzando le sopracciglia e mostrandomi sorpreso.
Hai capito cosa ti ho detto riguardo all’Associazione per i cani e i loro diritti? Mi chiede con una voce tantino scocciata.
Sì che ho capito, e ho anche detto: bene. Cosa avrei dovuto risponderti?
Pure lei non sembra soddisfatta dalla risposta e continua a guardarmi con la stessa severità.
Deve avermi presentato all’amica con le stesse premesse fatte a me nei suoi riguardi. Ti presento il mio uomo, vedrai è un tipo interessante, deve averle raccontato. Quindi si aspettano che io sia un tipo interessante. Per me diventa sempre più dura comprendere la vastità dei rapporti umani e pacatamente dico all’amica di Camilla che credo che il cane sia un animale un tantino sopravvalutato; non è poi così tanto intelligente, simpatico sì, ma come tante altre bestie.
Guardo Camilla e gli chiedo con lo sguardo se così va bene. Trattenendo a fatica la rabbia, lei si accende in volto e rabbiosa mi risponde allargando le narici. Pure l’amica si fa tutta rossa in faccia e lancia un’occhiataccia scandalizzata a Camilla. Ora siamo tutti e due a guardarla. Lei se ne accorge, rilassa i muscoli facciali, si guarda in giro fintamente distratta da qualcosa e con mestiere si tira fuori dalla conversazione.
L’amica, dopo una pausa sofferta riprende: i cani sono animali molto intelligenti, anche più di certi uomini di mia conoscenza, e anche se non lo fossero non darebbe comunque il diritto a nessuno di maltrattarli.
Certo, rispondo io, però andiamo dài, un calcio in culo non ha mai fatto male a nessuno.
Le birre e le pizze arrivano. Sorridendo, Paralisi Facciale ci augura buon appetito e se ne va. Sorridendo.
A quel punto l’amica di Camilla si alza, ringrazia per la serata e si scusa, è stata una giornataccia per lei, ha la testa che le scoppia e non se la sente proprio di buttare giù nulla. E se la fila lasciando la pizza fumante sulla tovaglia. Camilla la insegue e dopo circa dieci minuti rientra.
Io ho già mangiato mezza pizza e scolato tutta la mia birra. Riprende a guardarmi con la stessa severità di prima ma con un accenno di disprezzo in più. Infila le sue cose nella borsa e senza dirmi nulla esce.
Nel locale c’è una grande vetrata decorata che guarda il parcheggio adiacente alla Statale 309. Passa una Fiat Multipla color cielo metallizzato. BN 506 GH.
Giocherello con le lettere e i numeri della targa per memorizzarli. Sono oramai anni che lavoro in ufficio e non faccio più pattuglia stradale, ma certe abitudini sono difficili da estirpare.
Sconsolate, dentro all’auto ci sono Camilla e la sua amica che scuotono la testa all’unisono e a tempo. Devo avere deluso parecchio entrambe. Eppure non mi danno più di tanto, comunque vada Camilla finirà la serata con una tipa interessante.
Finisco la pizza e mi getto su quella di Camilla. Penso che tutto sommato non sia stato un pranzo così negativo. Almeno non si è parlato della piccola Mara.
Finita tutta la birra a disposizione mi sento il ventre scoppiare, chiamo Paralisi Facciale, chiedo il conto e mi faccio mettere in un cartone la pizza avanzata dall’amica di Camilla.
Vado alla cassa e dietro al registratore, arpionata allo sgabello come un avvoltoio ricurvo trovo una donna: capelli arruffati, pelle giallastra e il camice grigio chiazzato di salsa al pomodoro. Ha gli occhi spiritati come la luce che esce dal monitor del televisore sistemato al lato del registratore. Sembra dialogare mentalmente con il telecronista. Riesco solo a sentire: la piccola Mara. Ma mi basta, e seccato batto con la mia carta sopra al lettore per il bancomat. Finalmente, anche solo per un istante mi vede, schiaccia i tasti sul lettore avvolta dalla luce glauca del monitor e senza mai staccare gli occhi da sopra mi ringrazia e mi augura una buona giornata.
Sempre più disgustato da questa faccenda, pago ed esco.
Mentre cerco l’auto, Paralisi Facciale continua a guardare e a sorridermi attraverso la vetrata del locale. Lo ignoro. Salgo sulla Punto, sistemo il cartone sul sedile del passeggero e mi reinserisco nel bordello metallico della 309.

Ore 14.36/Via dei covi neri, 6/Taglio di Po

La piccola Mara sono le ultime parole che sento prima di spegnere la radio. Click.
Rientro a casa, appoggio il cartone sul tavolo della cucina e non faccio in tempo a girarmi che Ernesto mi salta addosso e ruzzoliamo insieme a terra. Mi lecca la faccia, il collo, le orecchie. Io mi rialzo di scatto, almeno ci provo e gli do un calcio in culo. Ingobbito torna dentro la sua cesta.
Entro in bagno e finalmente mi libero. Suona il telefono, lo faccio squillare. Mi pulisco e tiro lo sciacquone. Apro il frigo e mi scolo mezzo litro di birra fresca sdraiato sul divano. Ernesto mi guarda con quel cazzo di occhi da cane. Il telefono smette di squillare.
Appoggio la bottiglia vuota sul tavolino indiano di fronte. E’ Camilla quella che diventa matta per queste cose etniche. Scanso il portacenere peruviano e afferro la fondina da spalla adagiata sopra il tavolino. Estraggo fuori la .357 Magnum S&W. L’ultimo regalino che mi sono fatto. Un vero gioiellino. Leggera come una piuma ma potente da stendere un toro. Pallettoni .38 Special. Apro l’incastellatura tra il cane e la canna e faccio rullare il tamburo per un po’ a vuoto. Gira come una giostra luccicante. È un piacere per gli occhi. Il telefono riprende a squillarmi sotto il naso. Richiudo il revolver appoggiandolo di nuovo sul tavolino e tiro su la cornetta.
Domani passo a prendere le mie cose, mi dice la voce di Camilla.
Tutto questo per un calcio in culo ad un stupido cane, rispondo io, è assurdo.
Non è solo per i calci in culo che dai a quella povera bestiola, ma per tutto il resto. Tu prendi a calci in culo tutti, la mia amica, i miei amici, i tuoi colleghi, i tuoi superiori, mia madre, me, tu prendi a calci in culo il mondo intero e non te ne rendi neppure più conto. Se te ne sei mai reso conto poi.
Io non rispondo, non so cosa dire.
Sono esasperata, i nervi non mi reggono più.
Pausa.
Domani pomeriggio non farti trovare a casa, ti lascio le chiavi sotto lo zerbino.
Un’altra pausa.
Basta è finita, addio.
E riattacca.
Riaggancio anch’io.
Non ricordo di avere uno zerbino.
Ernesto seduto nella sua cesta continua a guardarmi con quel cazzo di occhi da cane. Afferro il revolver dal tavolino e faccio scattare il grilletto. Glielo punto in mezzo a quei cazzi di occhi da cane. Lui sbadiglia mostrandomi tutta l’arcata superiore della bocca, annusa la canna per un po’ e gli dà una leccatina prima di arrotolarsi di nuovo dentro la cesta. E poi l’amica di Camilla dice che non è un animale sopravvalutato. Richiudo il grilletto e appoggio l’arma sulla gamba.
Mi piacerebbe tornare al ristornate e infilare per intero la canna dei Signori Smith & Wesson su per il culo di Paralisi Facciale e fare click. Un bello spettacolo pirotecnico di viscere e merda. Forse lo farò. Più tardi. Magari dopo il pisolino ed avere digerito le due pizze. Già.
Rifodero nella fondina il revolver e i miei pseudo impulsi vendicativi. Con fatica mi tiro su dal divano ed Ernesto mi segue come solo i luridi sciacalli della sua specie sanno come e quando farlo. Prendo dal tavolo della cucina il cartone. Attraverso di nuovo il corridoio e ritorno in salotto. Si siede davanti a me. Sbadiglia di nuovo. Mi guarda.
Infilo la mano dentro il cartone e getto la pizza nella cesta e lui la segue tuffandosi, ci ruzzola dentro, addenta, digrigna i denti e in pochi secondi ne fa una poltiglia. Proprio come fanno le bestie.

0re 16,15/SS 309

La piccola Mara, sono le prime parole che sento riaccendendo la radio. Decido di spegnerla subito. Click.
Tronfio per l’abbuffata del pranzo mi lascio cullare dal ronzio monotono degli pneumatici sull’asfalto. S’incomincia già ad assaporare la primavera e si intravedono i suoi primi segni. Manca oramai veramente poco. E con il sole il Polesine sembra quasi un bel posto dove vivere.
Mi è bastato visualizzare il colore della Multipla per ricordarne la targa, una telefonata in centrale e il gioco è fatto. Antonella, così si chiama l’amica di Camilla. Nativa di Padova ma residente a Loreo. Insegna lettere alle scuole secondarie di Chioggia. L’indirizzo è scritto su di un post-it rosa appiccicato al cruscotto.
L’appartamento è poco distante dal locale dove abbiamo pranzato tutti assieme. Camilla deve essere per forza lì da lei, a consolarsi a vicenda. E io devo parlarle, prima che tutto precipiti ancora di più nel casino.
E’ solo un grosso malinteso.
Tutto si risolverà come al solito con una bella scopata.
Credo.
Comunque, nell’eventualità che non si arrivi a nulla ho portato con me la .357. Nonostante lavori da parecchi anni in ufficio, quando sono di servizio ho sempre con me la Beretta d’ordinanza. Nel tempo libero invece mi porto appresso il mio ferro personale.
Ho provato ad infilarmi la fondina da spalla ma non c’è stato verso. Troppa pizza, troppa birra, troppa roba. Allora ho sistemato solo il ferro nel cassetto portaoggetti. Non ho nessuna intenzione di usarlo. Ma muoio dalla voglia di vedere il panico negli occhi dell’amica di Camilla mentre gli sventolo sotto il naso la canna del revolver. Così, giusto per togliermi uno sfizio.
Sulla sinistra intravedo la zona artigianale vicino al ristorante – una delle tante zone artigianali trasformate dalla crisi in un luogo post-apocalittico. E dopo poco intravedo il cartello: Dal Nane. Il parcheggio si è svuotato. L’unica auto rimasta sta facendo manovra per inserirsi sulla statale. E’ una vecchia Ritmo rossa, e dal fumo dovrebbe essere un diesel. Rallento per farla passare e il guidatore alzando una mano per ringraziarmi fa scivolare la macchina nella carreggiata davanti a me.
RO 3404.
La targa è vecchia quanto l’auto. Quindi, con molta probabilità ha avuto un solo proprietario, e che con le stesse probabilità è lo stesso che è ora alla guida.
Il quale sembra quasi sentire le mie elucubrazioni mentali e aggiustando il retrovisore con una mano mi guarda attraverso lo specchietto. E sorride.
Paralisi Facciale.
Incredibile.
Quel figlio di puttana sembrava quasi stesse lì ad aspettarmi.
Gli sono dietro. Costante nell’andatura. Il limite è di 70 km orari, lui viaggia ai 65. Al centro della carreggiata. Fari accesi di giorno. Cintura allacciata e con entrambe le mani sul volante. Eretto e vigile che sembra un pulcino appena uscito da una lezione di Scuola Guida. Basterebbe anche solo una P di principiante sul tergilunotto posteriore per rendere il tutto meno grottesco. Ma non c’è.
Un piccolo ingranaggio si sblocca azionando altri piccoli ingranaggi creando un frastuono infernale nella mia testa. Troppo diligente per i miei gusti. E troppo sorridente per non procurargli un po’ di strizza.
Mi giro e afferro il lampeggiante buttato sui sedili posteriori. Lo appoggio sul cruscotto. Armeggio un po’ con la spina e l’attacco dell’accendisigaro, e quando rialzo lo sguardo la Ritmo non c’è più.
D’istinto butto l’occhio sul retrovisore e vedo una macchia rossa infilarsi al lato in una strada. Il figlio di puttana non ha segnalato prima di svoltare. E con un certo tempismo ha trovato anche il momento giusto per farlo. Un caso? Infilo la presa nella spina azionando il lampeggiante blu. Trovo uno sbocco in un’area di un supermarket, giro l’auto e mi rimetto nella carreggiata nel verso opposto.
Camilla e la sua amica dovranno pazientare ancora un po’.
Vedo la strada e la imbocco lasciando due strisce di gomma sull’asfalto. E’ un lungo rettilineo che passa in mezzo ad ettari ed ettari di terra suddivisa in lunghe strisce: fresate di fino, scure e lisce che sembrano enormi piste da bowling. Ogni tanto a interrompere la monotonia visiva si intravede un casolare in lontananza. Ma non incrocio anima viva. Neppure auto.
La Ritmo sembra svanita nel nulla.
Quel figlio di puttana pensa di avermela fatta, e allora infilo la mano in tasca e cerco il telefonino. Con il numero di targa in centrale sapranno dirmi in quale buco del culo vive il nanerottolo. E quando sto per comporre il numero passo accanto ad una stradina sterrata che porta ad un casolare. Sollevata nell’aria si intravede ancora un leggero pulviscolo di sabbia. Rimetto il telefonino in tasca e accosto l’auto salendo su un terrapieno. Spengo il motore e voltandomi osservo.
Rimango in silenzio a guardare per alcuni minuti.
Ma non si vede nulla. Nessun tipo di movimento. Decido di scendere a dare un’occhiata comunque.
E deve essere uno di quei meccanismi sgangherati che hanno ripreso a macinarmi in testa a dirmi di portarmelo dietro. Prima di uscire infilo la mano nel cassettino portaoggetti e prendo il revolver. Ed esco.
La terra si rivela scura perché da poco concimata con lo sterco. Ettari e ettari senza fine di sterco. E come se, anziché pioggia fosse caduta merda dal cielo. L’odore è osceno. Decido comunque di tagliare per i campi per non essere visto. Infilo il revolver nella cintura dietro la schiena e parto.
Ora dovrei essere già a casa dell’amica di Camilla a cercare di farla ragionare, a cercare di sistemare le cose. E sprofondando le scarpe fino alle caviglie nella merda mi chiedo se non stia in realtà aggiungendo l’ennesimo casino al casino generale. Forse dovrei tornare indietro, pulirmi le scarpe e trovare le parole giuste da usare con Camilla. Ma sento nella testa gli ingranaggi che viaggiano orami ben oliati e mi dicono di proseguire.
Mi appoggio con la schiena su di una parete in ombra nel retro del casolare. Rimango in silenzio. Sento un suono sordo e regolare che viene da qualche parte non molto distante. Aspetto. Non vedo nessuno e nessuno sembra avermi visto. Acquattato percorro il perimetro dell’abitazione e dopo essermi assicurato che non ci sia nessuno esco guardingo nella corte sterrata.
Accostato al casolare c’è un vecchio ricovero attrezzi in assi di legno con due ampi battenti. Nella parete centrale del caseggiato c’è solo una porta chiusa con un lucchetto e una finestra oscurata con dei fogli di giornale. Comunque per sicurezza mi acquatto, passo sotto la finestra e rialzandomi guardo attraverso le assi di legno del ricovero. Sacchi, pale, un piccolo trattore e bingo. La Ritmo rossa. Schiocco le labbra per la contentezza. Poi mi guardo ancora intorno, quel rumore asciutto continua nella sua ritmica e sembra venire proprio dietro la struttura di legno. Svolto l’angolo è do una sbirciatina facendo attenzione a non essere visto.
E’ Paralisi Facciale che ci sta dando dentro con una scure e dei ceppi d’albero. Ha la faccia tutta livida e paonazza, da sotto il parrucchino scendono giù densi rivoli di sudore. Non sorride ma è lui.
Tick tack. I meccanismi girano e prima di fargli visita decido di dare un’occhiata al casolare.
Il lucchetto sulla porta non è chiuso, ma solamente agganciato ai due anelli metallici. Paralisi Facciale deve esserci passato prima per prendere su qualcosa. Lo sfilo lentamente e delicatamente spingo la porta proiettando un fascio di luce all’interno. Infilo la testa ma è ancora troppo buio, apro di più e faccio un passo dentro. Il pavimento è in terra battuta, si sente odore di urina ed escrementi ma il mio naso si è abituato a ben altro nelle ultime ore. Su un angolo sono accatastati dei sacchi di tela, una tavola di legno con dei rimasugli di un pasto frugale, su l’angolo opposto c’è un pagliericcio schiacciato e smosso, dove sembra che c’abbia soggiornato da poco un animale. E solo ora la vedo.
E’ attaccata con un collare ad una catena da muro lunga circa un paio di metri, china su di una ciotola sta divorando dei pezzi di pizza, il pomodoro e la mozzarella le colano dalla bocca e quando si accorge della mia presenza tira su la testa. Mentre ci guardiamo so che quegl’occhi mi accompagneranno per il resto della mia vita. L’elastico per i capelli. La felpa nera di Hello Kitty. Non mi serve riconoscere gli indumenti. Mi bastano gli occhi.
Mara.
E non è dentro chissà a quale bunker sotterraneo. Neppure su di un’astronave aliena. O in una dimensione parallela. E lì, a pochi passi da tutto. Dal Ristorante. Dalla Caserma. Dalla 309.
La bambina sembra spaventata dalla mia presenza, e con uno scatto ritorna raggomitolandosi nel suo giaciglio di pagliericcio. E nasconde il volto sotto la felpa.
Gli ingranaggi nella mia testa si arrestano di botto. In pochi secondi la ruggine li corrode, li divora e si polverizzano al contatto con ciò che sta strisciando velenoso da una parte buia della mia testa. Faccio alcuni passi indietro, sento il suo respiro, il suo odore. Non posso permettermi di pensare oltre. Cosa abbia visto e cosa abbia passato negli ultimi giorni quella bambina è una cosa a cui avrò tempo di pensare per il resto della vita. Ora non ho tempo. Non posso permettermi di sbagliare.
Esco e richiudo la porta. Serro il lucchetto facendolo scattare. Per quanto assurdo possa sembrare quello è l’unico posto al sicuro dove possa stare in questo momento. E comunque so dove trovare le chiavi del lucchetto. Afferro il revolver dalla cinta e faccio scattare il cane.
Paralisi Facciale non mi sente arrivare, e solo dopo avergli intimato di alzare le mani si volta. Mi guarda un po’ spaesato, il volto livido dallo sforzo. E mi sorride. Gli intimo di appoggiare la scure a terra se non vuole un foro sulla fronte, lui senza pensarci più di tanto me la scaglia contro. Non faccio in tempo a scansarmi che questa mi si infilza poco più in alto del gomito, sul braccio destro, il revolver cade a terra e un colpo parte perdendosi nei campi. Mi piego su di un ginocchio, il dolore è lancinante. Afferro la scure per il manico, ma desisto subito dal toglierla, rischierei di dissanguarmi più velocemente. Per ora anche questa è meglio che rimanga lì dov’è.
Afferro da terra il revolver con la mano sinistra trattenendo un urlo disperato di dolore e mi rialzo. Vedo il piccolo culo pingue del nanerottolo inoltrarsi nei campi. E allora corro. Corro anch’io con la lama che ad ogni sussulto mi lascia senza fiato. Ma corro. Il sole si è affievolito e una leggera bruma sale dalla terra intrisa di sterco da far sembrare d’esser entrati nella marcescente, latrinosa profondità dell’inferno.
Il fiato si accorcia sempre di più. Troppi anni fuori dal giro. Troppo ufficio. Troppe pizze. Il nanerottolo saltella via come una lepre in fuga da un bracconiere. Perdo terreno. Pesto un grumo di capelli. La lepre deve avere perso il parrucchino per la strada.
Ma ancora un po’ e sarò io a perdere lui. Per sempre.
Mi fermo, affondo i piedi nello sterco. Prendo la mira tirando su il braccio sinistro e sparo. Il colpo sparisce nei campi appresso all’eco. E senza far danni. E la lepre continua a saltellare via. Ma è ancora sotto tiro. Guardo la scure infilzata nel braccio. Fanculo. Infilo il revolver nella cinta e facendomi forza strappo via dalla carne la lama. Un fiotto di sangue fuoriesce inondando la camicia. Respingo il dolore con un grugnito e getto via la scure. Afferro il revolver con entrambe le mani e cercando di dominare il dolore prendo la mira con la punta della canna che mi trema sotto gli occhi. Trattengo il respiro, non penso a nulla. E sparo.
E la fortuna mi assiste. Vedo il nanerottolo alzare le braccia verso il cielo e accasciarsi a terra seguito da un urlo smorzato.
Lo raggiungo. Lui si dimena a terra. Ruzzola nella merda. Con le mani fa pressione sul polpaccio della gamba destra senza emettere suoni. Ruzzola come farebbe una qualsiasi bestia nella sua stessa situazione.
Vorrei dirgli tante cose, ma non ho fiato per farlo. Gli punto la canna della pistola dritto negli occhi e lui si calma. Mi guarda. E mi sorride.
Bravo mi hai preso, dice con una voce che non esprime nulla, ora chiama in centrale che ho bisogno di cure. Lui il fiato ce l’ha.
Cerco il cellulare nelle tasche ma non lo trovo, deve essermi scivolato fuori correndo. Mi guardo indietro.
Lo informo che devo tornare in dietro a cercare il telefonino, ma non ho le manette per bloccarlo qui. E non ho nessuna intenzione di trascinarti via con me con questo braccio malandato. Come facciamo? Riesco a dire il tutto con abbastanza disinvoltura.
Lui sorride.
Ah, che stupido… ho trovato, dico. Appoggio la canna del revolver sulla sua gamba sinistra e premo il grilletto. Bang.
Ecco, così sono più tranquillo.
Torno sui miei passi. Lui intanto urla e si dimena. Ma in mezzo a tutta quella distesa di merda è un’impresa impossibile trovare il cellulare. E intanto che cerco, penso ai genitori della piccola Mara. Ai giornalisti che pacatamente dicono che hanno il diritto di sapere. Che tutti noi abbiamo il diritto di sapere. E che finita tutta questa sudicia storia comunque dovrò precipitarmi da Camilla. Per farmi perdonare, per parlare. Ed è allora che lo sento.
E’ un suono simile ad un ghigno. Ad una risata. Mi giro di scatto. Ma lui è lì, che mi guarda serio. Inespressivo. Non urla, non si dimena più.
Torno indietro. La testa è liscia e tonda, allora lo afferro con forza per un orecchio. Gli incisivi si spezzano sotto la pressione della canna del revolver, un rivolo di sangue scende giù fino al mento. Paralisi Facciale mi guarda con gli occhi sbarrati. E quello che vi leggo dentro mi piace. Faccio click e mi godo lo spettacolo.

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