In Limine, un racconto di Luca P. Trombetta

In Limine, un racconto inedito di Luca P. Trombetta per Sugarpulp

C’è un vicolo nel cuore pulsante di Napoli, un vicolo che sa d’acqua di mare e tufo riscaldato dal Sole: Il Vico ‘o Furno. Sempre caldo, di notte come di giorno, d’inverno come d’estate, un forno dove centinaia d’anime cuociono le proprie vite, dove tra panni stesi ad asciugare e seggiole lasciate alle entemperie filtra sempre qualche raggio di Sole. Rapido nel divorare la morte, lento nell’evocare la vita.

Donnassunta nel Vico ‘o Furno c’ha passato quarant’anni, quarant’anni fatti di panni da lavare, mobili da lucidare e acqua da mettere a bollire. Quando passeggiava per quella casa, ora vuota e gelida come la lama di un vecchio coltello, sentiva ancora l’odore di aglio e pomodorini fatti soffriggere nell’olio.

Pensava alle mani di Nino, la buonanima di suo marito, che con tanta pazienza rincasava da lavoro con in mano una rezza piena di vongole ed in tasca la fatica di una vita fatta di legno bagnato e reti da tirare. 
Donnassunta era la moglie di un piscatore, umile serva di quell’imperatore dalle mani consumate dal sale, regina e governante di quel regno di due stanze striminzite che affacciava in quel vicolo sempre caldo.

Ma mo’ quel regno gli pareva un mare, un oceano sconfinato, dove ogni cosa aveva perso forma ed importanza. Lei, regina senza re, condannata a guardare l’orizzonte e ad affogare la speranza in quel deserto ora sbiadito, ora azzurro vivo.

Mo’ però era inverno, e nel Vico ‘o Furno si stava bene assai.

Il tufo tratteneva il calore di un’intera giornata di Sole, questo Donnassunta lo sapeva, Nino glielo aveva spiegato tante volte, glielo ripeteva ogni inverno: Come ste mura buttano calore ‘a vierno è ‘na cosa incredibile! Fosse ‘a Madonna se putesse fare uscire ‘nu poco di fresco d’estate. Sai che pacchia!

Come era intelligente Nino! La vita della signora gli aveva fatto fare! Mai una malaparola, mai una mano addosso, che vita dignitosa che avevano vissuto insieme! E mo’? Mo’ Donnassunta non teneva più a Nino, ma lo sentiva camminare per la casa, tanto che di notte se ne stava con la testa sotto le coperte e le orecchie appizzate. Bastava qualche minuto e gli pareva di sentire le pantofole che strusciavano sul pavimento freddo.

Po’ ci stava un momento, proprio quando stava là là per sprofondare nel nero, dove sentiva il respiro di Ninuccio dalla sala da pranzo. Le mani che frugavano sotto al mobile, il bicchiere di limoncello prima di andare a dormire, quello fatto in casa, dalla regina di casa. La sedia che guaiva lasciando righe e righe sul pavimento. Poi il silenzio.

Ninuccio tornava a non esserci proprio un secondo prima che Assuntina sprofondasse nel nero. Perciò poi si girava di qua e di la, smucinava le coperte e si lasciava pervadere dall’angoscia cominciando a recitare l’Ave Maria a labbra strette. Aspettando che il sonno tornasse insieme a Ninuccio, alle pantofole, al limoncello e alla sedia. Così la seconda volta, scientificamente come ogni sera, Donnassunta si spegneva trovando pace, trovando il silenzio, avvertendo la sensazione che qualcuno si fosse appena steso dall’altro capo del letto.
Sapore di limoncello.

Quella notte gli occhi miopi si spalancarono automaticamente impattando col nero fitto della stanza, non succedeva mai, era la prima volta che si risvegliava prima dell’alba con addosso la sensazione d’essere perfettamente lucida. Con movimenti misurati e lenti afferrò i pesanti occhiali da vista, poi issandosi si mise a sedere appizzando ancora una volta le orecchie. Udiva un suono, come qualcuno che cerca di grattar via dello sporco da un mobile usando le unghie.

La testa gli diceva una sola cosa: Nino. 
Una sensazione inedita gli ghiacciò la bocca dello stomaco, come qualche cosa di gelido e doloroso, pronto a pungere come un ago infilzato nella carne. Non sapeva spiegarselo, non capiva, allora si lasciò trascinare dall’improvvisa lucidità che aveva anticipato il sorgere del Sole. Si mise in piedi senza indugiare, lo fece il più velocemente possibile e s’incamminò immergendosi a pieno nel buio.

La mente intorpidita la guidava egregiamente seguendo quel suono, Donnassunta camminava e strusciava i piedi per terra proprio come il suo Ninuccio, lo faceva con sicurezza e precisione. Sfiorò il tavolo da pranzo con la solita sedia pronta a gracchiare sul pavimento, fu lesta a schivare pure un vecchio vaso regalatogli da una zia in occasione del suo matrimonio e passò davanti alla foto di suo marito. Quella che teneva esposta e a cui teneva assai. Quella dove lui era giovane e bello, impiegato nel servizio militare, con quei toni in bianco e nero che lo facevano sembrare un attore del cinematografo.

La stessa che poi è stata messa sulla nicchia al cimitero, confermando il timore che gli veniva in mente ogni volta che gli passava vicino nei pomeriggi di solitudine aspettando che Nino tornasse da lavoro: Quant’è bella sta fotografia! Però a pensarci me fa ‘nu poco impressione…

Ma tutte quelle cose ora non esistevano, immersa nel buio riusciva a stento a respirare. Riusciva a stento a seguire quel suono gelido, preciso e ripetitivo.

La porta d’ingresso. Il suono proveniva da lì. Dalle fessure riusciva a vedere la luce al neon che stava in mezzo alle scale. C’era qualcuno in piedi davanti alla porta, non una jatta, nemmeno ‘na zoccola, ma sicuramente un cristiano in carne ed ossa. 
E mo’? E se apriva la porta e gli accumpariva Ninuccio cosa sarebbe successo? Forse la gioia l’avrebbe travolta uccidendola, forse l’incredulità avrebbe avuto la meglio portandola a sbattere la porta in faccia alla buonanima di suo marito. Forse aldilà di quel pannello di legno ci stava la paura, quella che gli avrebbe impedito di aprire la porta, di riabbracciare l’amore di una vita, di campare. 
Avvicinandosi lentamente allo spioncino, Donnassunta, si rese conto di avere paura della paura, e questo era inaccettabile. Lei doveva essere una femmena forte! Lei era la regina, e la regina non doveva tenere paura. Mai.
Così mentre quel suono secco tagliava in due la notte,

Donnassunta riuscì a sbirciare nello spioncino vedendo attraverso la lente bollata la copia distorta del pianerottolo. Non ci stava nessuno, fatta eccezione per la porta della signora dirimpetto, eppure continuava a sentire quel rumore, continuava a sentire le unghie che precise precise carezzavano il legno come a volerlo ripulire da qualche cosa.
Assunta si fermò, a vederla in piedi dietro la porta di casa pareva una statua di sale, incredula e curiosa come una bambina. Pallida come il velo d’una sposa.
Si sentiva di morire, udiva il silenzio del vicolo, quella notte non c’era un motorino, nessuno che stava ‘mbriaco e rincasava tardi, nessuna jatta a scavare dentro la munnezza in cerca di qualche cosa per riempire la pancia.

Era una notte ‘nfame che non apparteneva al Vico ‘o Furno, pareva la notte del Vico Congelatore, una notte fredda e scivolosa come il ghiaccio. 
Allora, respirando profondamente, pigliò coraggio e tolse il paletto da dietro la porta. Che fosse Ninuccio, una jatta, ‘na zoccola oppure un mariuolo pronto a tutto, non gli interessava più. Mo’ voleva solo scavalcare la paura, un zumpo e tutto passa.
Il coperchio della propria vita si spalancò e la gelida luce al neon del pianerottolo finì per accecarla. Ci vollero sei secondi per mettere a fuoco quella figura, dieci per portarsi una mano al petto e metabolizzare ciò che i suoi occhi gli avevano appena mostrato.

Un criaturo. Davanti a lei ci stava un criaturo. All’incirca poteva avere sei anni, era basso e scheletrico, occhi e capelli neri come il petrolio. Ma la cosa più strana era il suo abbigliamento, teneva addosso solo un paio di mutande, per il resto andava in giro con le costole e i minuscoli capezzoli bruni in bella mostra. Pareva uscito da una foto d’archivio scattata durante il dopoguerra. Anche i piedi erano nudi, neri di sporcizia.
Ma chi era? Nel palazzo ci stavano solo vecchi, vuoi vedere che era il nipote di qualcuno al piano di sotto? Forse veniva da fuori. E poi che ora era?

-Ué piccirillo, dove sta mammà?

Il criaturo continuava a guardarla dall’alto verso il basso con aria impaurita, teneva due occhi talmente grandi che ci si poteva specchiarsi dentro. Eppure rimase immobile, sembrava sonnambulo, lo sguardo inchiodato su Donnassunta e il labbro inferiore tenuto stretto trai denti.

-Togliti con i piedi da terra che ti viene qualche cosa. Jà, entra dentro che ti do’ ‘nu paio ‘e pantofole.

Ma niente, il criaturo non si muoveva, si limitava a guardarla con quello sguardo colmo di curiosità destinata alla cancrena, alla paura. Non sembrava umano, ma era un bambino, piccolo, bello e dai colori scuri scuri. Il bambino che Donnassunta aveva sempre sognato e che non aveva mai potuto avere. Tempo addietro lei e Ninuccio provarono pure a comprarne uno al mercato nero, ma niente, l’onestà e il timore avevano prevalso sull’amore che entrambi avevano covato (e di conseguenza lasciato morire) in attesa di una gravidanza. Perciò una sorta di pudore le impedì di pigliare il criaturo di forza strappandolo al freddo del pianerottolo.

-Ho capito, non ti muovere. – gli disse infine.

Così con una santa pacienza rientrò in casa e si mise a scavare sotto al mobile delle scarpe, respirò cuoio vecchio, flanella e gomma. Fu come un viaggio nel tempo, tra scarpe vecchie e nuove e pure pantofole preistoriche che evocavano ricordi apparentemente perduti, come un mazzo di chiavi scivolato in un tombino. 
Le pantofole di Ninuccio. Il suo modo di sbuffare. L’odore della sua pelle, la forma delle sue gambe. Tutto.

In quelle pantofole c’era la vita di suo marito, il quotidiano che avevano vissuto insieme, l’aria che avevano respirato insieme.
Rialzandosi si rese conto di essersi persa il vero ricordo di Nino, seppellito chissà dove, lasciato scivolare in un tombino qualsiasi come un mazzo di chiavi qualsiasi.
Si voltò in direzione della porta, giusto in tempo per far cadere le pantofole sul pavimento.

-Buongiorno Signora. Scusatemi…

A parlare era stata una donna che doveva avere una quarantina d’anni, quest’ultima teneva il criaturo in braccio e addosso una veste da notte sbiadita. Dimostrava cent’anni, tra i capelli color cenere raccolti sulla testa e gli occhi iniettati di sangue. Eppure tra le rughe profonde ed il volto cereo si celava ancora il volto di una donna adulta ma appena appena matura.

-Io abito sulla Riviera di Chiaia, Signora. – disse come a giustificare la sua presenza- Scusatemi ma mio figlio quando è notte se ne va camminando. Mica l’avete fanno entrare in casa?
-No. – rispose Donnassunta con un sibilo.
-Menomale. – replicò sollevata, riprendendo anche di colore in viso. – Togliamo il disturbo allora. Arrivederci Signò e scusateci ancora.
-Buongiorno…

Donnassunta non sapeva che dicere. Allora dopo i rapidi convenevoli si stette zitta e si chiuse la porta di casa alle spalle.
Così, con la solita santa pacienza, raccolse le pantofole ed andò in cucina. Come ogni mattina preparò la macchinetta del caffè, a lei non era mai piaciuto ma Nino ci andava pazzo. Infatti anche dopo la morte di suo marito aveva continuato a comprare e a preparare caffè. Lo faceva ogni giorno. E come ogni mattina lasciò fondere l’aroma del caffè ai timidi raggi che facevano capolino dalla finestra, versando lentamente il liquido bruno e profumato nella tazzina.

Girò il caffé continuando a ricordare gli occhi neri del bambino e quelli rossi della giovane vecchia, poi come ogni mattina prese la tazzina e rovesciò il caffè nel lavandino. 
Un’altra giornata iniziava, ma aveva un sapore diverso, amaro. Forse si era scordata dello zucchero. Ah, povero Ninuccio. Quando gli succedeva si lamentava sempre, ma senza incazzarsi mai: Se ‘a primma matina mi fai bere ‘o ccafé amaro mi stai regalando ‘na jurnata amara.

Si sentì in colpa e pianse, pianse tutta la giornata. Fin quando non venne sera.

***

Ninuccio si era appena steso sul letto di fianco a lei, o almeno così le era sembrato. Nemmeno il tempo di sentirlo sbuffare che gli occhi si spalancarono strappandola alla soffice oscurità del sonno. Di nuovo quel rumore, la bocca impastata e lo sguardo miope sperzo nel buio. Ancora pantofole e passi incerti. Quanti giorni erano passati? Vuoi vedere che il criaturo stava un’altra volta la fuori la porta?
Così fu.

-Ué, e tu un’altra volta qua stai?

Il criaturo tornò a guardarla dall’alto verso il basso, sempre in mutande, sempre con quello sguardo che sapeva di paura ammiscata alla curiosità.

-Mammà dove sta?
-A casa…

Donnassunta subito si portò la mano in petto inghiottendo mezzochilo d’aria. Il bambino aveva parlato, stava parlando con lei, ed il suono di quella vocella innocua la fece quasi morire di paura. Le parole rimbalzarono sulle pareti del palazzo deserto facendola tremare di paura.

-Entra su, che qua fa freddo.

Così aspettiamo che viene Mammà.- sbiascicò schiarendosi la gola.

Così, contro ogni aspettativa, il criaturo si limitò a guardarla e ad entrare in casa, senza esitare un secondo. Con piccoli passi si avviò in cucina, come se conoscesse la strada, entrò e levandosi su una sedia raggiunse il tavolo. 
Ora se ne stava seduto, gli occhi inchiodati sulla figura di Donnassunta, occhi neri come niente al mondo.

-Vuoi un bicchiere d’acqua?- il criaturo scosse il capo con naturalezza- Ah, e alla fine tu come ti chiami?
-Andrea.
-Che bel nome che tieni, piccirì. Embè…me la vuoi spiegare una cosa? Tu perché ogni tanto vieni fino a qua?

Mo’ Andrea teneva lo sguardo fisso sul pavimento, sembrava stesse dormendo, colto improvvisamente da un attacco di sonno.

-E’ nonna.- disse tenendo la testa calata.
-Cosa?
-Nonna ogni tanto mi viene a prendere e mi porta a fare la passeggiata. Mi vuole portare per dentro alla Villa Comunale però troviamo sempre le cancellate chiuse. Allora io glielo dico: andiamo per sopra a Piedigrotta. Allora ci facciamo tutta la Riviera… però quella poi si stanca, sai è vecchiarella, proprio come a te. E allora mi lascia qua sotto e mi dice di venire da te perché tu tieni i biscotti.
-Ma chi è tua nonna? La conosco?
-Penso di si. Nonna Rosaria si chiama.

Donnassunta si sforzò, restò un minuto a pensarci, ma non conosceva nessuna Rosaria. Non era gente del vico, ma nemmeno del quartiere. Facile facile che il criaturo si stesse inventando tutto per pazziare un poco. Infondo la sagoma dello scugniziello la teneva.
Alla fine non ebbe nemmeno il tempo di fare altre domande ad Andrea che qualcuno suonò alla porta. Da abitudine controllò l’orologio, lo faceva ogni volta da sempre, per vedere se si era fatto orario, quello che sanciva l’arrivo di Nino.
Andò ad aprire.

-Scusate Signora, avete visto a mio…

La frase rimase sospesa nell’aria come un palloncino carico d’elio. La giovane vecchia spalancò la bocca portandosi entrambe le mani al petto. Gli occhi gli si gonfiarono di lacrime sino ad esplodere in un pianto selvaggio che sapeva di ruggine e dolore cieco.

-Signora. Uè. E’ prima mattina, non urlate. Ma che è successo? Entrate, dite a me.- disse Donnassunta seriamente spaventata.
-‘O figlio mio! Povero figlio mio! Gesù ma pecché mi hai abbandonato?! – urlò la giovane vecchia.
-Uè…Signora bella, ma perché fate accussì? Il figlio vostro sta qua, non lo vedete?

Tutti e tre stavano in piedi nel salone: il criaturo impassibile, come se niente fosse successo, la giovane vecchia che veniva meno nelle ginocchia e la povera Donnassunta a sorreggerla con estrema fatica.
I gemiti e i pianti della madre venivano ad intermittenza interrotti da violenti conati di vomito, poi quest’ultima, come stremata dal dolore, cessò di piange di punto in bianco.

-Venite in cucina Signora. Vi preparo ‘na camumilla e mi spiegate con calma.- disse Donnassunta che già si era messa ad armeggiare con acqua calda ed infuso.
-Scusatemi assai Signora, ma non potete capire.
-Mettetevi a sedere qua, ditemi che vi è successo.
-Non lo potete capire Signora. Non lo potete capire.- replicò la Madre col volto rigato di lacrime.
-Non fate accussì Signora bella, ditemi che cosa è successo. Il piccirillo, il figlio vostro, ha detto che la Nonna lo porta fino e qua da me. Ma io a sta’ Signora Rosaria non la conosco…
-Ormai non ci sta più niente da fare.- ora gli occhi della giovane vecchia lanciavano lampi di rassegnata lucidità- Povero figlio mio. Pure tu.

Donnassunta mise il pentolino sopra al fuoco. Pochi minuti e la camomilla sarebbe stata pronta.

-Signora bella, ma perché parlate accussì? Ditemi che è successo a questo criaturo.
-Voi non sapete…- replicò la Madre con voce ferma ed innaturale – non vi immaginate nemmeno quello che mi sta succedendo. Ho già perso tre figli accussì. Il primo si chiamava Gennarino, e così pure gli altri due, ad Andrea gli ho cambiato il nome perché pensavo ‘ca ‘nu nome cchiù moderno lo poteva salvare. E invece…
-Non vi mettete a piangere Signò. Ditemi. Sfogate.
-Signora, voi non capite. Io la notte non dormo più, perché già ho perso a tre figli accussì. Pure loro dicevano ‘ca era Nonna Rosaria a portarli giù per fare la passeggiata nella Villa Comunale. E io ogni mattina mi sveglio e senza che vedo a nessuno mi sento le mazzate per sopra a tutto il corpo. Cinghiate, bastonate, denti e unghie ‘ca mi scippano. Guardate come sto combinata.

Dicendo questo la donna alzò un lembo della veste da notte lasciando intravedere graffi e lividure di tutti i colori.

-Uggesù.
-Si Signora. Gesù è quello che mi ha abbandonata. Perché una mamma non può perdere a tre figli in questo modo. E non posso fare niente. Con tutte quelle mazzate che mi prendo da dentro allo scuro, il tempo di alzarmi dal letto e già sto per terra svenuta. Gli altri tre figli miei una mattina sono scomparsi e non li ho rivisti più. Chissà che fine hanno fatto lontani da mamma loro…

Sull’orlo di una nuova crisi la Madre si curvò sul tavolo della cucina, svuotata di tutto divenne un involucro ansimante. Intanto l’acqua sul fuoco bolliva rumorosamente ed evaporava, ma nessuno si muoveva, Donnassunta si sentiva attaccata mani e piedi, legata, tanto che pure aprire la bocca diveniva un’impresa.

-Non dovevate Signò, non dovevate farlo entrare dentro alla casa. – dicendo questo la giovane vecchia si alzò e acchiappò il criaturo con rabbia sollevandolo velocemente, a tipo capretto nel periodo di Pasqua.
-Aspettate Signora, pigliatevi una camomilla, mo’ vediamo di risolvere la situazione.

Donnassunta in preda alla confusione cercò di fermarla, ma non ci fu verso. La donna si avviò sul pianerottolo lasciandosi alle spalle il rumore degli zoccoli di legno che indossava. Lo aveva fatto aprendo la porta come se stesse a casa sua, violando per l’ennesima volta l’autentica solitudine di quell’appartamento.

-E ditemi…- disse la Madre avviandosi per la rampa di scale – voi tenete figli, Signò?

-No.- rispose prontamente Donnassunta.
-Lo sapevo, Signò. L’ho sempre saputo.

Così la giovane vecchia sparì per le scale, lasciando in eredità solo lo sguardo nero del suo criaturo.
Donnassunta aveva detto che no, aveva sinceramente negato, in verità non aveva nemmeno capito il perché di quella domanda. Non aveva capito il perché di tutta quella tarantella. Di gente che ti viene a scetare nella nottata, che piange e urla. Gente che ti racconta di cose mai sentite prima e non si piglia nemmeno la camumilla. 
Donnassunta chiuse la porta e si fece il segno della croce, senza motivo, né logica.
Lasciandosi alle spalle santi e diavoli, buoni e malamenti.

***


Dopo quella visita Donnassunta campò, campò per parecchi anni ancora, una decina. Per le prime settimane faceva fatica a dormire, solo al pensiero che da un momento all’altro ‘nu criaturo potesse svegliarla nel cuore della notte gli si spalancavano gli occhi. Fu faticoso, tanté che Ninuccio doveva bersi tre o quattro bicchieri di limoncello a notte prima di farla addormentare veramente.

Ma già dopo un mese si era scordata di tutto: del nome del criaturo, della Nonna Rosaria, degli occhi rossi e delle rughe sulla faccia della Madre, quella faccia che pareva la facciata di un palazzo rimasto in piedi anche oltre il dopoguerra, ma che mo’ non ricordava più.
 Si era scordata perché tanto lei teneva a Ninuccio. Poi l’Ave Maria da recitare, e tanti anni di silenzio, di sole caldo e macchinette del caffè da mettere sopra al fuoco.


Fin quando non scivolò via, in una cerimonia senza folla, come ‘nu café senza bocca, costretto alla solitudine del tubo di scarico. Libera pure dall’amarezza di chi si è scordato lo zucchero. 
Di chi non tiene nemmeno più la lingua per assaporare.

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