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Intervista a Elisabetta Bucciarelli

Intervista a Elisabetta Bucciarelli

Intervista a Elisabetta Bucciarelli

Intervista a Elisabetta BucciarelliVincitrice del premio Fedeli, finalista allo Scerbanenco, scrittrice, sceneggiatrice, conduttrice di frizzanti (e interessanti) interviste per la web-emittente Booksweb nonché docente di scrittura, Elisabetta Bucciarelli ha appena pubblicato per Kowalski il suo quinto romanzo, “Ti voglio credere”.

Protagonista è il suo personaggio letterario, ispettore Maria Dolores Vergani, questa volta alle prese con un doppio isolamento, costretto e volontario. Da un lato è infatti agli arresti domiciliari in casa dei genitori, dall’altro è ingabbiata nei controsensi di un’etica indotta a misurarsi con le leggi umane e con una realtà sempre meno palpabile.E gli altri, volenti o nolenti, ne sono i tasselli.

L’accusa per gli arresti è grave: omicidio volontario. Ma quando si confronta coi suoi ricordi, la Vergani si smarrisce nella nebbia e le certezze della memoria sono pochissime: il luogo, un bosco della Val d’Aosta. Davanti ai suoi occhi c’era un uomo col fucile puntato contro di lei, alle spalle una donna colpevole di abuso sui minori. E poi? Qualche passaggio, il coltello contro la donna, dopo il buio.

Sono i tasselli mancanti, ma è soprattutto la sua esigenza di verità che la spingono ad avvalersi della facoltà di non rispondere. Eppure basterebbe così poco, una menzogna per sfuggire alla galera e a tanti altri problemi… Non ci sta, l’ispettore. Nel frattempo collabora “clandestinamente” e con discrezione alle indagini della questura di Milano, nonostante il divieto di agire imposto dalla legge. Colpa del fidato Funi, della sua mania di andarla a trovare, farle rapporto e cercare nelle sue intuizioni la strada giusta. Ma sentiamo un po’ cosa risponde l’autrice alle nostre domande curiose…

“Ti voglio credere”. Un titolo in prima persona, come nel precedente romanzo. In questo caso con una forte connotazione intenzionale e l’accento posto su un verbo che implica fiducia. La fiducia, imbrogliata, solida o interrotta è il pilastro su cui si basano le grandi tematiche che affronterai. Ti chiedo innanzitutto di parlarci del titolo, dal punto di vista strutturale. Come lo hai scelto? È stato un’intuizione o una soluzione studiata a lungo?

“Ti voglio credere” è nato in casa editrice dopo la lettura del romanzo, l’ho accolto subito perché annuncia più di un senso. E’ una dichiarazione che prevede un atto di fiducia estremo ma allo stesso tempo una resa, non posso fare a meno, non ho alternative. Credere è un atto individuale che merita riflessioni, come il perdono, appunto. E costringe al confronto continuo con le nostre piccole menzogne quotidiane, gli opportunismi alla ricerca del quieto vivere. L’accoglienza della mediocrità scambiata per eccellenza. Menzogne che sono nelle nostre coppie, nelle famiglie, nelle relazioni professionali quotidiane e che poi ritroviamo anche nella politica e nel vivere sociale. Se accettiamo le prime e soprattutto le frequentiamo, non possiamo indignarci per le seconde. Quindi l’unica via perseguibile può erroneamente sembrarci quella di credere.

La memoria individuale e la sua alterazione. Come Maria Dolores Vergani la conserva, quanto la memoria è dubbio, quanto certezza, quanto frammento contaminato dal presente?

La memoria è quasi sempre parziale. Legata a troppe variabili e alle contingenze. Come in Rashomon del grande Kurosawa, uno stesso fatto può essere raccontato in molti modi differenti, senza per forza tradirne del tutto l’autenticità. Per questo esiste la necessità di tramandare a più voci alcune memorie importanti e necessarie, la Shoah o la Resistenza ma anche il periodo della lotta armata o le stragi di mafia, e il dovere civile di non smettere mai di farlo. Nella mia epica quotidiana ho cercato di mostrare come sia facile mentire anche a se stessi, con l’aiuto del nostro cervello imperfetto e della nostra preponderante inclinazione emotiva.

I tipi umani descritti nei tuoi romanzi – Max Nagel detto Il Chiodo, Pietro Corsari, Anna, Chiara, Giulia –  sembrano frutto di un’acuta osservazione della realtà, opportunamente rivisitata in chiave letteraria. Che tipo di osservatrice sei?

A volte sono maniacale. Mi fisso su alcune tipologie umane e non le mollo per tanto tempo. Finché non riesco a trasformarle in personaggi di una storia. Non ho distanze terapeutiche tra me e gli altri, e devo controllare in continuazione la mia permeabilità all’inquinamento umano. Chi mi colpisce, nel bene e nel male, diventa un fantasma e mi gira intorno, non c’è modo di allontanarlo se non metabolizzandone i caratteri e, con un atto creativo, costruendo protagonisti e comparse.
Altre volte invento di sana pianta, terrorizzata dall’idea che un tipo umano così possa esistere, quasi per esorcismo. E poi vengo regolarmente smentita dalla realtà. Inevitabilmente lo incontro.

La Vergani è tormentata dalla sua posizione di indagata, dalle incertezze, dalla voglia di tornare ad investigare e dall’impotenza in cui è relegata. Può l’impotenza in qualche modo diventare potenza?

Una lezione sull’impotenza che non dimentico, l’ho ricevuta da Gaetano Sansone, drammaturgo e insegnante alla Civica Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano. Era sulle “gabbie”. Tanto più sono strette tanto maggiore è la libertà che puoi trovare. Per Maria Dolores Vergani la gabbia è il silenzio, i confini delle mura domestiche, gli arresti domiciliari, ma soprattutto la sua rigidità mentale. Una forma di resistenza ideologica a tutto ciò che può sembrare differente dalle proprie aspettative. Lei, in fondo, ha una mentalità antagonista rivestita da un benessere che la confonde. Sembra alla ricerca di certezze assolute, nelle relazioni amorose, nelle amicizie, nel lavoro, nella vita in generale. Chiede coerenza, candore, impegno, dedizione incondizionata. Ma cosa è disposta a dare in cambio? Come tante persone che vedo intorno a me, è più facile esprimere giudizi, relegare nei ghetti, sentirsi presuntuosamente migliori, gli eletti, che verificare la propria fallibilità partendo da cose piccole. Un uomo che picchia una donna, una madre che mente al proprio figlio, un complimento fatto per opportunismo che nasconde invece, indifferenza o peggio autentico disprezzo. Forse ci vuole coraggio anche a essere degli ipocriti, alla Vergani sembrerà di intuire anche questo.

La Vergani ascolta Massive Attack, Portishead, David Bowie e Bob Dylan. E la Bucciarelli cosa ascolta?

Più o meno le stesse cose, tutti i Rocker americani e molta musica classica.

A pagina 67 affronti una questione scottante per il nostro diritto: «…un assassino può mentire per difendersi. E se viene smascherato non avrà una punizione speciale per aver mentito. Verrà condannato per il reato che ha commesso, magari senza attenuanti, ma anche senza pene aggiuntive». In qualità di scrittrice, ti limiti a rilevare un nonsense o aggiungi a questo una protesta?

Certi insight li metti a fuoco quando ti costringi a ragionarci sopra. Chi scrive sperimenta la vita e ne fa esperienza attraverso le parole, il suo corpo e le proprie risorse mentali. Ognuno lo fa a suo modo, io ho molte rabbie e cerco di affrontarle raccontando ciò che mi pare di aver visto o intuito. Come avrai notato la questione mi appassiona e occupa parte dei dialoghi e delle riflessioni, ma accanto a queste c’è inesorabile la realtà, che dimostra la fondatezza di alcune regole del nostro diritto. Prendo atto. E poi mi ribello come posso e con i mezzi che ho a disposizione.

Lo scrittore ha dei doveri etici o deve semplicemente limitarsi a rispondere della sua arte? Se non ha dei doveri, c’è comunque qualcosa da cui dovrebbe astenersi?

Non so risponderti ma ci provo. Io vorrei poter dire le cose che sento e che penso con onestà ed eleganza, anche quelle peggiori. Perché il modo in cui dici le cose fa la differenza. Osservando i brandelli della realtà, la pochezza di certa realtà, mi sono accorta che i contenuti se li appiccicano addosso un po’ tutti, per fare scena o per compiacere. Per cavalcare le contingenze o crearsi delle alleanze. E’ necessario guardare il privato delle persone per capire davvero chi sono. Quante volte si lavano, come lasciano il bagno, che rispetto hanno per le loro compagne o compagni, per le idee e la fede che professano. Non serve raccontare queste cose ma è necessario saperle. Così, forse puoi anche permetterti, da autore, di forare il reale e preconizzare, anticipare, azzardare un’epica nuova. Se è vero, come disse Pessoa, che il poeta è un fingitore, allora è altrettanto vero che uno scrittore è libero di fare e dire qualsiasi cosa. Ma ti accorgi sempre più facilmente se chi scrive fantasy o fantascienza si sa allacciare le scarpe oppure no. Astenersi dal fare per voler diventare, ma solo se ci sono delle necessità forti.

Oltre al tuo lavoro di sceneggiatrice e oltre alla tua attività docente presso un laboratorio di scrittura, sei al tuo quinto romanzo e sei una grande conoscitrice del panorama editoriale. È vero che un italiano medio su cinque ha un romanzo inedito nel cassetto? Secondo te a cosa dovuto questo sovraffollamento di aspiranti-scrittori? È nocivo o utile alla letteratura e al mondo dei lettori?

La scrittura è democratica, ognuno può farne quello che vuole. Non so se siano vere o meno le statistiche. E sinceramente non mi interessa neanche. Quello che manca sono le bussole. I percorsi e le indicazioni chiare, il rispetto per i lettori e anche per chi ha scelto la scrittura come professione. Alla letteratura nuocciono i brutti libri e le parole a vanvera.

Progetti?

Sto imparando a vivere nel presente. E’ in libreria “Ti voglio credere”, e anche una bella antologia per Piemme, “Seven”,  dove è inserito un mio racconto, “Culo di piombo”, sulla fragilità degli adolescenti. (A cui sono molto legata perché proprio lì è nato uno dei protagonisti di Ti voglio credere). Quindi seguirò le mie storie e studierò per il mio libro futuro.

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