Intervista a Enrico Pandiani

Intervista a Enrico Pandiani

Altra avvincente puntata per Jean Pierre Mordenti e per il suo succoso gruppo de Les Italiens. Nuovo inizio all’insegna del mistero e della morte: Martine − fotografa del prestigioso studio Art-en Images e partner di Mordenti − viene uccisa, nell’appartamento di lui, da una donna misteriosa, col viso bendato da un foulard di seta nera. Chi è questa sconosciuta armata, che agisce con cinica freddezza? E perché lo immobilizza con una legatura giapponese utilizzata anche come pratica bondage, chiamata Shibari? Corda di canapa e nodi particolari, le indagini partono nel buio.

Questa volta sono capitanate da un tenente di polizia conturbante, Maëlis Deslandes, bella, ricca, risposta pronta, competente. La affiancano Les Italiens, così vengono chiamati questi poliziotti bravi e sanguigni alla Brigata Criminale, a testimoniare un’origine più che una realtà di fatto: «perché la maggior parte della squadra è di origine italiana. Ai tempi di Bruno Pennacino, il commissario capo che l’aveva messa insieme, lo eravamo tutti. Poi le cose cambiano e adesso tra noi ci sono anche corsi e alsaziani, ma il nome è rimasto».

Ho intervistato l’autore su questa nuova opera e sul percorso della sua scrittura. Enrico Pandiani, torinese, grafico editoriale e scrittore per passione, mi ha risposto come già altre volte aveva fatto: con generosità e ironia. E per dare un assaggio del suo rapporto totalizzante con la scrittura, intesa come passione ma anche come scelta di vita, ripropongo le sue stesse parole: «Scrivo in qualsiasi momento libero, in auto, in treno, in aereo, in bici, a cavallo, seduto sul water, generalmente con il computer sulle ginocchia. Libero significa dal lavoro e dalle incombenze quotidiane. Ho la capacità di astrarmi completamente da tutto ciò che mi circonda – il mio socio dice che sono autistico – soprattutto perché per me scrivere è una forma straordinaria d’evasione».

Parliamo del gruppo di polizia parigina Les Italiens in termini di trilogia o comunque seriali. Hai all’attivo tre romanzi, tutti pubblicati con Instar Libri: “Les Italiens”, “Troppo piombo” e “Lezioni di tenebra”. Come ti sembra che si sia evoluta, la tua scrittura?

Il gruppo. In effetti alla terza avventura, che non chiamerei trilogia perché porta sfiga, devo dire che, benché sfilacciato ed elastico, questo manipolo di amici si è fatto la sua strada tra incidenti di percorso, allegria, dolore, ferite e qualche calcio nel sedere. Mi sembra che i quattro fondamentali, Mordenti, Servandoni Coccioni e Leila Santoni abbiano consolidato la loro personalità e le loro posizioni. Alain Servandoni nella sua parte di figura paterna, seria e riflessiva, sempre presente quando c’è bisogno di lui, Michel Coccioni come giullare entusiasta che non si tira mai indietro e Leila la parte schiva e intelligente, che lavora nell’ombra, crea i collegamenti e risolve le situazioni. E poi c’è Mordenti. Su di lui sto lavorando molto, è come un vecchio amico che ancora non conosco troppo bene. La sua deriva in “Lezioni di tenebra” ne rivela la fragilità emotiva, la solitudine, una rabbia che si porta dentro, ma anche la capacità di cambiare adattandosi alle circostanze. È meno playboy, viene piantato, soffre, ma non si lascia schiacciare. Tutto sommato sono un gruppo di amici che mal sopporta le ingiustizie, che ha ancora parecchio da dire e da fare.

E la padronanza sulla trama?

Questo è il classico pestone sul dente che duole. Alla terza prova ho finalmente capito che il mio modus operandi deve cambiare. “Les italiens” aveva 250 pagine, “Troppo piombo” circa 300 e le “Lezioni” ne hanno 350. È il sintomo di qualcosa che non funziona, soprattutto se si pensa che io odio i libri troppo lunghi. In genere parto da un‘idea, da un inizio diciamo, gli attacco un seguito e comincio a scrivere. In corso d’opera arrivano nuove idee, ripensamenti, cambiamenti vari e questo allunga irrimediabilmente la trama. Ho deciso che d’ora in avanti non sarà più così, o almeno non del tutto. Voglio avere la storia completa in canovaccio con i personaggi ben definiti e con un loro perché. Questo prima di cominciare la stesura. Penso che mi permetterà di avere un controllo migliore e impedirà che il brodo si allunghi.

A pag. 18 di “Lezioni di tenebra” dici, a proposito de Les Italiens: «Eravamo dei sopravvissuti, scampati alla vita e alla strada. Alla lunga questo crea un legame forte, tipo che si diventa più fratelli che colleghi». Il dolore è una via per la solidarietà?

La solidarietà è un parolone che la gente usa quando non riesce a essere tollerante. Non mi piace la solidarietà, preferisco di gran lunga la tolleranza e il rispetto. Sono molto più difficili da possedere e non basta sganciare un paio di monetine a quel poveraccio che ti lava il parabrezza. Tolleranza vuol dire accettare chi è diverso da te senza preconcetti permettendogli di essere sé stesso. Ciò che volevo dire con la frase che hai citato è che condividere le difficoltà della vita, così come le gioie è un mestiere difficile, che crea spesso un’unicità d’intenti. Si parla tanto di quei poveretti che sono separati, divorziati e che fanno tanta fatica a tirare avanti. Non si pensa mai alla fatica che due persone devono affrontare per tenere insieme una famiglia, un’unione, un legame. È più semplice recidere che tenere insieme. Les italiens invece, si stringono l’un l’altro, si sostengono e si supportano perché hanno una lunga storia comune. Non è spirito di corpo, sono affetto e amicizia. Io penso che il dolore sia semplicemente dolore, una cosa che fa male e che si vive individualmente. Chi ti è amico e ti vuole bene ti sta vicino, può soffrire per te ma non può prendersi parte delle tue sofferenze. Il dolore non ti porta da nessuna parte, fa male, punto e basta. È più facile che ti porti a odiare piuttosto che amare.

Quanto tu, come scrittore, subisci e quanto tieni le distanze dalla dimensione del dolore?

Io sono piuttosto uno stressato, non ho mai sofferto veramente, in vita mia, se non quando è mancata mia madre. E quello è un dolore indescrivibile, che ti trascini a lungo aspettando che il tempo lo diluisca, rendendolo sopportabile, prima, e ricordo, poi. Ciò non toglie che per uno scrittore il dolore sia una componente indispensabile, così come l’amore. La letteratura intera si basa su questi due sentimenti, cosa ti rende differente è la maniera in cui li maneggi. Io li mescolo con l’ironia e l’umorismo, almeno, tento di farlo. In linea di massima non mi auguro di soffrire o di provare dolore, preferisco osservarlo e descriverlo. Ma quando arriva non mi sottraggo, lo affronto ma non lo subisco. Riesco comunque a convivere abbastanza tranquillamente con entrambi, sia quello fisico che quello psichico. A volte, del resto, non te ne puoi liberare.

Sia in “Lezioni di tenebra” che nei precedenti romanzi hai dimostrato di essere un esperto di balistica e di armi da fuoco. È così?

In realtà sono tutt’altro che un esperto, però ammetto di subire il fascino di alcune armi. Soprattutto le pistole non troppo recenti, quelle vecchie, grigie che hanno fatto la guerra. Per il resto, quando hai in mente una determinata situazione e ti ci vorrebbe un certo tipo di arma, su internet trovi proprio di tutto, assieme alle informazioni che ti servono. Rileggendo “Les italiens”, ho capito che avevo esagerato con l’ultimo grido del bum bum. D’altronde arrivavo dalla lettura di “Corri”, di Douglas E. Winter che mi aveva dato una grossa spinta a scrivere e finire il mio primo romanzo e nel quale le armi erano parte integrante della storia. Però, già in Troppo piombo ho abbassato, per così dire, il tiro e la tendenza è quella di dare alle armi soltanto il giusto spazio che devono avere in un poliziesco. Perché alla fine, tutte quelle sigle rischiano di essere un po’ ridicole e di molte se ne può anche fare a meno.

Le donne dei tuoi romanzi. Devono essere per forza così incredibilmente belle? Belle tutte, dalla testa ai piedi, al portamento ai vestiti, bella la voce, bello perfino il nome di battesimo. Non puoi abbruttirle un pochino nel prossimo libro? (ma solo poco poco…) 😉

Adesso mi arrampico sui vetri… Le donne di tutti i romanzi sono belle, soprattutto quelle che finiscono a letto con il protagonista. Bonnie Parker era un cesso, eppure al cinema l’ha interpretata una Faye Dunaway da farlo rizzare a un morto. È la letteratura, baby, e tu non ci puoi fare niente. Niente. Comunque, nei miei romanzi, le donne sono belle agli occhi di Mordenti. Lui le ama, le mitizza, le rende meravigliose. Noi le vediamo tramite il suo sguardo e questo le rende appetibili anche a noi. Maëlis Deslandes di “Lezioni di tenebra” è volutamente esagerata. Mordenti subisce una perdita molto grave all’inizio del romanzo, di conseguenza la donna che provoca la sua attrazione in un momento del genere deve andare molto al di là della semplice bellezza. E l’idea di una miliardaria che ha fatto il flic contro la volontà dei genitori mi piaceva molto. Soltanto una così poteva momentaneamente prendere il posto di Martine. In “Troppo piombo”, Nadège non segue i canoni classici della bellezza, è più una specie di felino strano; è Mordenti a vederla bellissima lasciandosi accalappiare dal suo fascino esotico. E Moët, beh, credo che a molta gente non piacerebbe proprio. La bellezza di Leila, infine, è una bellezza funzionale, quella del meccanismo perfetto, che non attrae in quanto bello ma perché efficiente. D’altra parte uno scrittore ha dai suoi romanzi quel che non può avere nella vita reale. Quindi, tanto vale che le donne siano belle. Nel prossimo, a ogni modo, Mordenti troverà pane per i suoi denti…

Una domanda che non può mancare per un’intervista Sugarpulp, il movimento in cui la territorialità riveste un ruolo di primaria importanza: come “Troppo piombo” e “Les italiens”, anche questo romanzo è ambientato a Parigi (in parte anche a Torino). Com’è il tuo legame con questa città?

Amore totale e incondizionato, attrazione, schiavitù, compiacenza e feticismo. Trovo che Parigi e Roma siano le due città più belle del mondo. Roma purtroppo, la conosco poco, Parigi invece mi calza come un vecchio maglione nel quale ci si sente a casa propria. Mi piace l’enorme quantità di aspetti diversi che riesce a offrire e trovo sbalorditive le sue improvvise aperture. Mi piace la Senna, così grande e ventosa, le isole e i grandi viali. Parigi ti permette di passare dal medioevo al settecento per poi attraversare i primi del novecento e arrivare fino a noi. Mi è capitato di visitare quartieri che mi sono talmente piaciuti da costringermi a inventare brani di romanzi solo per poterli ambientare in quei posti. La città è un insieme di luoghi molto piacevoli dove girare senza meta o visitando i quartieri nei quali si svolgerà il prossimo romanzo. È un po’ che non ci metto piede e mi manca quasi come l’aria che respiro, perché Parigi è stimolante, ti riempie di idee, te le tira fuori a furia di calci, ti spreme come un limone. Poche altre città mi fanno questa impressione.

In una precedente intervista risalente a circa un anno fa, dichiaravi: «Trovo che il fascismo oggi sia come una polvere sottile che tende a depositarsi su ogni cosa. Nessuno la nota ma lei è lì e cerca di intossicarci tutti». È cambiata la situazione, dopo questi mesi o è stazionaria? Se è cambiata: in meglio o in peggio?

Che ti posso dire, la situazione non è certo migliorata, oggi il fascismo ha molte facce e al nero si è aggiunto il verde. Basta guardare un talk show in televisione per percepire quanto il fascismo, l’arroganza e la prevaricazione siano ormai tutt’altro che striscianti. Lo vedi da come si comporta per strada certa gente, da come ti si rivolge o da come ti guarda. Ogni tanto riempiamo qualche piazza, ma ho paura che a volere un certo tipo di società siamo rimasti in pochi. Soli, spaventati e con poche prospettive.

So che hai dei progetti: ne puoi già parlare?

I progetti sono tanti e tanti i contatti che sto seguendo sperando di riuscire ad arrivare a qualcosa di concreto. Da un po’ di tempo c’è nell’aria un film tratto da Troppo piombo e c’è il tentativo di fare un fumetto con Mordenti e compagni. Ho delle idee per dei libri per ragazzi un po’ scafati e sto lavorando a una storia per bambini con mio figlio di otto anni. Mi servirebbe tanto tempo e io, invece, non ne ho mai abbastanza. E poi c’è il quarto romanzo della serie, una storia che mi piace tanto, molto avventurosa con ramificazioni imprevedibili. Ci saranno una donna infelice, un commissario frustrato, tante ombre dal passato e una storia lunga settant’anni  Di più per ora non voglio dire altro, anche perché ci vorrà ancora un po’ di tempo. Naturalmente il quinto romanzo sta già prendendo forma nella mia testa. Insomma, faccio fatica a stare tranquillo.

Ci saluti con una citazione da “Lezioni di tenebra”?

Ha riso nuovamente. «Lei mi piace, Mordenti, questa notte rimpiangerò la sua presenza».
«Sono un flic come un altro, in smoking sembriamo tutti dei fighi.»
«Interessante e modesto, che rarità…» ha mormorato aggiustandomi il cravattino.
«Lei ha un’aria infelice, marchesa, anche se finge che non sia così.»
Si è voltata verso il giardino rimanendo assorta per qualche momento. «Trova?» ha mormorato.
«Anche il suo bacio era triste. Dolce, ma triste.»
Si è voltata a guardarmi. «Pensa di poter fare qualcosa per la mia felicità, commissario?» ha chiesto in un soffio. Gli occhi socchiusi mi osservavano con improvvisa curiosità.
«Può darsi» ho detto, «potrei mandare all’aria il suo matrimonio.»

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