Intervista a Enzo D’Andrea

Intervista a Enzo D’Andrea a cura di Daniele Cutali per Sugarpulp MAGAZINE

Ciao Enzo e benvenuto sulle pagine di Sugarpulp Magazine. Le Formiche di Piombo è il tuo romanzo d’esordio ma hai già pubblicato qualcosa prima, vero?

Sì, proprio così. Ho pubblicato, mediante, selfpublishing, una raccolta di poesie e, in seguito, una di racconti.

Raccontaci la tua carriera dall’inizio. Come sei arrivato alla pubblicazione delle tue prime opere?

Si è trattato, per di più, di un processo casuale e aggregativo, realizzatosi un poco per volta. Hai presente quelle cose che ti si materializzano davanti senza che tu te ne renda conto? E allora, uno dopo l’altro, i pezzi hanno finito per montarsi da soli. Le poesie e i racconti mi sono serviti come palestra per quello che reputo il mio vero grande amore: il romanzo.

Come è nato Le Formiche di Piombo? Cosa ti ha ispirato questa storia così forte di amicizia?

L’amicizia è un punto forte delle mie tematiche. Col senno di poi, devo ammettere che la si ritrova in maniera spiccata e marcata in quasi tutti i miei lavori. Ed è una bella cosa, anche se, nella realtà, spesso la vera amicizia (quella delle Formiche, per esempio) latita a morire. Ed è quasi sempre così, anche per amicizie più blande. Nei rapporti moderni, l’amicizia ha un inizio e una fine che spesso coincidono con inizio e fine del personale interesse (nostro o altrui). Salvo rare eccezioni, è chiaro, ma non mi sembra un caso che le più belle storie di amicizia si trovino narrate quasi esclusivamente nei libri o nelle fiction.

Perché Torino? Come fai a conoscerla così bene dal momento che vivi ad Avigliano, in provincia di Potenza?

Una domanda, questa, che mi hanno posto spesso. Documentazione, retaggi di dialoghi con conterranei nati e vissuti a Torino e un forte lavoro di immaginazione e immedesimazione, aiutato dalla lettura approfondita di racconti della “Torino letteraria”. E forse, perdona l’immodestia, anche un pizzico di bravura nel miscelare il tutto. E poi, a me, Torino piace, e non solo per la mia personale fede calcistica (chissà quale?).

Le lotte operaie. Dalle pagine del romanzo viene fuori tutto il tuo interesse per quel periodo controverso. Hai fatto molta ricerca a riguardo per documentarti?

Certo, hai ragione in pieno. La documentazione nasce da testi generali per poi procedere con gli approfondimenti, le storie di chi ha vissuto quegli anni da protagonista (spesso negativo). Ma il mio intento era narrare senza giudicare (e chi sono, Dio?), e spero d’esserci riuscito.

Come ti senti legato agli anni ’70? Attraverso il rock che amiamo entrambi?

A legarmi ai seventies c’è un miscuglio di sensazioni. C’è il cinema (ancora oggi resto imbambolato davanti a una pellicola di quel periodo), le immagini di quegli anni, il modo di vestire, le prime vere modernità del nostro Paese, l’esplosività culturale, le copertine dei libri, gli oggetti, la gente. E spesso, a sormontare il tutto, la musica. Quella rock, per lo più, ma non solo. Rock in senso totale, una marea di gruppi e artisti che sembravano usciti da un calderone infernale di creatività.

Quando hai iniziato a scriverlo e quando hai scritto la parola fine? Hai pianificato la trama o l’hai scritto di getto, come un film ben presente nella mente?

Sai che non lo ricordo più? Il tutto però non è durato che tre quattro mesi. È stata quasi una folgorazione: ho iniziato a scrivere pensando fissamente che volevo un libro che suonasse anni settanta, in cui si respirasse quel periodo. Le vicende sono venute fuori pian piano, quasi dal nulla, senza un percorso stabilito. È stato come se Diego, Michele, Stefania, Sibarozzi si materializzassero al momento opportuno davanti ai miei occhi. Poi ci sono stati i ritocchi, le congruenze, le limature, la sintesi e mi sono ritrovato tra le mani un romanzo che (mi dicono) ha commosso, emozionato, coinvolto. E questa è la miglior “fine” per un romanzo, non credi?

Come sei arrivato alla 0111 Edizioni? Hai inviato il manoscritto a tante case editrici?

Certo, come fanno in molti. Dopo aver scartato una ventina di proposte a pagamento, ho ristretto i contatti con 4-5 case (alcune erano promettenti, ma alla fine non se n’è fatto nulla) e, dopo quasi dieci mesi, ho firmato il contratto con la 0111 Edizioni, con cui aveva già pubblicato un’amica dei social network.

L’ambiente delle Università che hai descritto nel romanzo lo hai vissuto in prima persona?

Sì. “Vissuto” è il termine esatto. Ho una trascorso universitario fatto di laurea, ricerca e dottorato. Anche se i tempi sono cambiati, alcuni meccanismi sono duri a morire.

Cosa ci puoi dire del sistema attuale dei baroni senza correre il pericolo di essere minacciato come il protagonista de Le Formiche di Piombo?

Il sistema è, come dicevo, piuttosto ancorato a certi modi di pensare. In alcuni casi, si tratta di retaggi. In altri, di situazioni di comodo (non abbiamo la controprova, ma forse anche noi ci comporteremmo in un certo modo, dall’altra parte). In genere, è un insieme di situazioni che possono rendere un ambiente di lavoro invivibile. Per fortuna, io ne ho avvertito solo gli spifferi.

Adesso so che sei in procinto di pubblicare qualcos’altro. Ci puoi dire qualcosa di piu’?

Si tratta di due romanzi, ambientati nella mia terra. Uno ha come sfondo gli anni ’80, ed è una storia di ragazzini alle prese con un cadavere (quasi nulla di collegabile con il racconto di Stephen King e col film Stand by me – Ricordo di un’estate, se non questi elementi) e con situazioni al limite del reale, anche se poi c’è molta della mia memoria personale di luoghi e ambienti. L’altro, invece, spazia tra gli anni ’90 e il 2011, ed è un racconto di viaggio immaginario in molti luoghi della Basilicata, un’alternanza di ricordi e di nuove scoperte e un nuovo amore. Il protagonista, Francesco, cerca il perché a un malessere che sembra legato ai sensi di colpa per un’amicizia (ancora, vedi?) distrutta da un equivoco. Due romanzi densi che spero possano vedere la luce editoriale al più presto, e trasmettano agli altri le emozioni che ho provato nello scrivere.

Domanda fondamentale che viene sempre fatta a chi scrive: cosa ti spinge a scrivere? Quando hai cominciato?

Sai che non so risponderti? È come vivere, respirare, mangiare, amare: a un certo punto parti e non vorresti più fermarti, una cosa necessaria come la vita.

Leggi anche molto, come dovrebbe fare non soltanto chi scrive ma chiunque. Dove trovi il tempo e quali sono le tue letture preferite?

Il tempo lo faccio saltare fuori dal cilindro, come un esperto prestigiatore. Ogni momento vuoto è buono (in viaggio, nelle sale d’attesa, a volte per strada stando attenti ai lampioni, ecc.). Spesso, per comodità, porto con me il mio fedele Kobo, anche se preferisco il cartaceo (recensisco anche, per cui…).

Cosa vorresti dire agli scrittori esordienti?

Le stesse cose che ripeto a me stesso: cercare sempre di migliorare, apprendere e leggere. Più spesso di quando non sembri, troveremo sempre chi scrive meglio di noi. E, inoltre, frequentare artisti, di ogni tipo. Spesso sono stati la salvezza dei grandi scrittori.

E ai lettori di Sugarpulp Magazine?

Fatevi trascinare dalla curiosità e non lasciatevi ammorbare dalla pigrizia. Una pagina letta è sempre un qualcosa in più che entra in noi (mai il contrario), un viaggio che costa poco e può restarti dentro per sempre.

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