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Intervista a Francesco Ferracin

Intervista a Francesco Ferracin

Francesco Ferracin ha debuttato sul mercato italiano con “Una vasca di troppo”, un ottimo romanzo – recensito qualche tempo fa da Sugarpulp – edito da Fanucci, che sta giusto a metà fra noir e action thriller, fermo restando che poi queste classificazioni lasciano il tempo che trovano. Quello che più conta, per noi di Sugarpulp almeno, è che Francesco sembra essere stato fra i primi a capire, almeno per quel che riguarda le lande venete, quanto interessante possa essere miscelare il territorio del Nordest con atmosfere cupe, sequenze da sparatutto in soggettiva, ritmo al cardiopalma e un intreccio narrativo sviluppato in modo coerente e in grado di avvincere.

Scambiare due chiacchiere con lui è stato davvero molto interressante, anche perché, lungi dal trincerarsi dietro frasi di circostanza, Ferracin dice tutto quello che pensa anche quando magari le sue parole non sono esattamente in linea con il pensiero dominante. Insomma non è uno che cerca di mettere per forza d’accordo critica, pubblico e mercato editoriale. E meno male. Da vero indipendente guarda con grinta e disincanto alla letteratura italiana, fortuna che Fanucci – da sempre casa editrice attenta non solo agli stranieri di qualità ma anche agli italiani – ha pensato bene di pubblicare il suo fulminante romanzo d’esordio.
Perciò, mai come questa volta, vi auguriamo buona lettura!

L’INTERVISTA

Partiamo dal titolo. Perché hai scelto “Una vasca di troppo”, mi piace ma non credo di averlo capito fino in fondo. O è solo un’immagine?

Le vicende drammatiche della mia  storia sono originate da una vasca in piazza Ferretto. Una vasca notturna che Nicolò non avrebbe dovuto fare… Oltre a ciò, a parer mio, il “rito della vasca” si presta molto bene a descrivere la società italiana in genere e quella mestrina in particolare. La nostra è una delle società più conformiste e snob che mi sia capitato di incontrare. In Italia se non sei catalogabile, sei una specie di paria. Questo vale un po’ per tutto, dalla letteratura alla musica… Di arte poi è meglio non parlarne.

Mestre, Marburg, la cultura asiatica, tutti temi che attraversano il romanzo e si intrecciano e che però sono presenti anche nella tua vita. Mi parli delle tue radici, dei tuoi studi e di come sei arrivato a scrivere questo primo libro?

Io sono figlio di un veneziano e di una mestrina, quindi mi sono trovato a vivere sulla mia pelle quella specie di schizofrenia di cui parlo. Una cosa è sicura, fin da bambino volevo essere uno scrittore. Anzi, per la precisione, prima di tutto sarei voluto diventare un musicista. Quando però mi sono accorto di non possedere alcuna forma di costanza e disciplina, ho dirottato tutte le mie ambizioni creative verso la scrittura. Forse per questo ho fatto “Lettere”, una scelta che ora non consiglierei neppure al mio peggior nemico. Se si amano la letteratura, l’arte ecc. non bisogna studiarle. Basta leggere, guardare, ascoltare… Ma io non faccio testo, visto che sono stato uno studente disordinato, sempre alla ricerca del luogo di studio ideale, dell’argomento di ricerca ideale, del seminario ideale e soprattutto del Caffè ideale, in cui fosse possibile vivere quello ci veniva insegnato, come Tolkien, C.S. Lewis e i loro allievi avevano vissuto il loro circolo di Inklinks.

Ho avuto occasione di studiare in Germania, per tre anni, e in Svezia per alcuni mesi, solo per rendermi conto che il mondo che stavo cercando non esisteva più da un pezzo e, forse, non era mai esistito. Questa presa di coscienza mi fece capire che non sarei potuto più veramente tornare a vivere a Mestre. Probabilmente è stata la mia passione per il romanticismo nero ad aprirmi gli occhi. E la scoperta del senso profondo della Wanderung romantica. Il viaggio era ormai iniziato… E una volta cominciato esso non può che finire in un solo posto che per motivi scaramantici non nomino. Ma la Wanderung è soprattutto una condizione spirituale, non solo fisica. Non è stato quindi un caso che io sia approdato in estremo oriente, visto che in me è sempre esistito un oriente “inconscio”. Chissà, forse a causa della mia metà “veneziana”… Ora però mi fermo altrimenti sembra che nutra velleità filosofiche.

A questo libro sono arrivato dopo anni intensi passati fra Londra e Berlino alla ricerca di storie da raccontare, vivacchiando come collaboratore di alcune note riviste di moda e con la speranza di vendere una sceneggiatura a Hollywood e diventare miliardario. Fra un club e l’altro, in quella apparenza di vita che si chiama show biz, ho pensato che alcune risposte le dovevo cercare nel luogo delle mie origini. E se erano storie quello di cui avevo bisogno, a Mestre ne avrei trovate a sufficienza.

Come lo hai preparato? Hai fatto ricerche? La ricostruzione del sottobosco criminale mestrino è frutto di letture, giornali, fantasie…che altro?

Un po’ tutto questo. Alcuni personaggi e situazioni sono stati ispirati da eventi di cui sono stato testimone. Altri da fonti molto attendibili. Ovviamente c’è una forte dose di fantasia – per fortuna – , ma ho sempre cercato di rendere gli eventi nel modo più verosimile possibile, per quanto questo possa sembrare inverosimile. Non svelerò quali, ma alcuni dei fatti più irreali della Vasca sono in realtà accaduti.
Da un punto di vista metodologico sono tuttavia piuttosto all’antica.
Una volta stesa la trama, ho fatto ricerche sia sui giornali che “dal vivo”, facendomi spiegare da degli agenti di polizia la geografia criminale nostrana ed esplorando alcuni dei luoghi di cui parlo (anche su questo però preferirei non entrare nello specifico…)
Alla luce di tutto ciò posso onestamente dire che conosco piuttosto bene quello di cui parlo.

Il romanzo costruisce le vicende dei tre personaggi principali – Giorgio, Alessandro, Nicolò – in parallelo per poi intrecciarle progressivamente come in un film di Altman. Quali sono state le difficoltà da affrontare nel creare una simile architettura narrativa?

Mi fa molto piacere che tu abbia citato Altman. Non posso negare il fatto che il suo modo di raccontare mi abbia ispirato più che qualsiasi opera letteraria.
Dal punto di vista della scrittura ho sicuramente avuto alcune difficoltà, specialmente in fase di montaggio, visto che una volta preparata la struttura, il romanzo non è stato scritto per così dire dall’inizio alla fine. Sono state necessarie alcune ri-scritture e numerose autocensure. Volevo renderlo il più scarno e rapido possibile. Qualcosa che si potesse leggere velocemente e digerire con calma… Anzi… Meglio se poi fosse rimasto sullo stomaco.
Sono poi fermamente convinto che sia la storia che vogliamo raccontare a dettarci il modo in cui questa deve essere raccontata. In un certo senso sono stati Ale, Giorgio e in seguito Nicolò ad impormi il linguaggio del romanzo. Specialmente Ale, che tende ad essere un tipo invadente…

Raccontaci in poche righe la storia…

Perdonami, ma non sono molto bravo a riassumermi… Rischierei di presentare quello che vorrei che il romanzo fosse, piuttosto che quello che è. Forse è per questo che la quarta di copertina la scrive l’editore.

Tutti i personaggi del libro hanno una loro interessante complessità. Ciascuno cela contraddizioni e problemi di modo che nessuno è univocamente cattivo o buono, vittima o carnefice. Come sei riuscito a catturare un così efficace realismo?

Osservando le persone… Leggendo gli articoli di cronaca. Cercando di non farmi distrarre dalle apparenze. Ci tenevo molto che nel mio romanzo non ci fossero buoni e cattivi. Che non fosse tutto o bianco o nero. Io credo nelle diverse gradazioni di grigio. Chissà, sarà perché vivo a Berlino, un luogo in cui il grigio prevale su tutto. Il bene assoluto ovviamente esiste, anche se non è riuscito a trovare posto nella mia storia. Nel male assoluto nell’uomo credo un po’ di meno.

Parlami della tua avventura in Estremo Oriente, come ci sei arrivato? E cosa pensi della scena pulp-noir giapponese mi vengono in mente registi geniali come Takeshi Kitano e Ryuhey Kitamura e Kenzo Kitakata per la letteratura? Hai qualche consiglio?

Ho messo piede in Estremo Oriente per la prima volta nel 2002, in circostanze alquanto bizzarre, come membro di una delegazione di scrittori tedeschi invitati a Shanghai per scrivere un reportage su quella città nell’ambito di uno scambio culturale fra Amburgo e Shanghai. Un’esperienza surreale, durante la quale sono entrato in diretto contatto con i due volti contraddittori della Cina contemporanea.
Ovviamente fu il volto più oscuro e notturno quello a sedurmi… Grazie alla sapiente guida della scrittrice Mianmian (un suo libro è tradotto in Italiano da Einaudi) ho scoperto che nell’underground di Shanghai (e della Cina in genere) c’è un incredibile fermento creativo. Va poi aggiunto che durante quel viaggio conobbi Malin la mia futura moglie, nonché madre di mio figlio e scrittrice di grande talento.
E’ tuttavia il Giappone il paese più affine alla mia visione, sia estetica che poetica… Spero che i cinesi non me ne vogliano.
Ammetto con rammarico di non conoscere la scena letteraria noir giapponese, anche se mi riprometto di esplorarla al più presto.
Ho sempre nutrito una grande passione per la letteratura giapponese moderna (Mishima, Tanizaki, Kawabata) e per il cinema giapponese in genere, specialmente per i grandissimi Takeshi Kitano e Takashi Miike …
Inoltre la mia generazione è cresciuta con i cartoni animati giapponesi, una cosa che non è possibile ignorare.
Quello che però mi ha maggiormente influenzato nella stesura di questo romanzo è stato il metal giapponese, nella fattispecie quello di band come MUCC, Sigh e Girugamesh.
Consiglio a tutti di fare un giro nel mondo della musica rock/metal giapponese. C’è da rimanere sorpresi.
Dal punto di vista letterario, oltre agli autori già citati, consiglio tutti i libri di Takeshi Kitano, un genio veramente poliedrico.
Nel cinema invece i film di Yoji Yamada…
Una chicca poi è il film “Gohatto” (con il magnifico Tadanobu Asano e la musica di Sakamoto).
C’è poi il cinema di Hong Kong, su cui mi potrei dilungare per ore… Ma forse non è il caso. Uno su tutti: Johnnie To.

Quali sono i tuoi maestri, gli autori che ti hanno ispirato e ti hanno aiutato a forgiare il tuo stile?

Eheheh. Maestri… Buona domanda. Di maestri non credo di averne mai avuti, seppure li abbia cercati per molto tempo.
Intendo maestri in carne e ossa.
Credo che il mio stile si sia forgiato soprattutto scrivendo tanto e leggendo poco i contemporanei.
I “modelli narrativi” li ho sempre cercati nel passato, e in altre forme d’arte. Specialmente nel cinema e nella musica. Per questo posso dire tranquillamente che John Milius, Takeshi Kitano e Franco Battiato hanno svolto un ruolo fondamentale nella mia “educazione”.
Fra gli scrittori citerei sicuramente Maugham, Strindberg, Borges, i romantici tedeschi, Hamsun, Tolkien (in tempi non sospetti), Selma Lagerloef e i già citati giapponesi… Non vorrei sembrare un trombone, ma anche dai classici antichi c’è molto da imparare. Si pensi alle tragedie di Euripide e Seneca (a proposito di noir e hard-boiled).
Leggo  raramente scrittori contemporanei perché ho sempre avuto il terrore di venirne inconsapevolmente influenzato.

Ce ne sono di Italiani? E se sì quali sono?

Modelli italiani? Forse Landolfi e Buzzati, anche se alla fine con me c’entrano molto poco. Anche Flaiano ha scritto grandi cose.

C’è qualche autore in Italia secondo te oggi che sta provando a creare qualcosa di nuovo in letteratura specie nel genere che va dal noir al pulp passando per thriller ed hard boiled. O magari anche nel romanzo storico perché no, insomma tieniti largo. Qualcuno che velocizzi dialoghi e azione, sincopando i ritmi, frantumando i tempi e incastrando i segmenti narrativi con una visione più cinematografica? E costruendo storie interessanti?

Non saprei rispondere con precisione. Se c’è non lo conosco. E non mi dispiacerebbe affatto incontrarlo. Tuttavia come ho detto io tendo a non leggere contemporanei. Quei pochi che ho letto mi pare che si preoccupino soprattutto di accontentare sia pubblico che critica, un atteggiamento in parte comprensibile per quelli come noi che vivono di quello che scrivono, ma che non è molto sano, specialmente perché mi pare che in Italia sia pubblico che critica abbiano spesso un atteggiamento piuttosto senile nei confronti delle novità. Poche mi sembrano le voci che escono dal coro, in possesso di una visione veramente indipendente ed internazionale. E questo non solo in campo letterario. Basti pensare che i nostri critici cinematografici e televisivi recensiscono ancora i film doppiati… Pretendendo però di mettere voti a tutti. Sapeste come detesto i “dizionari del cinema”, anche quelli un buon esempio per spiegare un certo provincialismo della cultura italiana.
L’Italia è il paese dei voti, dove gli esami non finiscono mai…
Ora non vorrei passare per stronzo. Sono sempre più che disposto ad essere convinto del contrario.
In un certo senso ho come il sospetto che in Italia le opere migliori facciano fatica ad essere pubblicate.
Magari mi sbaglio.
Certo è che se non ci fossero gli editori indipendenti saremmo messi maluccio…
Romanzi storici non ne leggo anche se forse dovrei.
Dopo gli studi mi ha preso una certa ignoranza di ritorno… Tipo se solo sento la parola teatro mi prende un certo prurito alle mani…

Da Veneto doc quale sei cosa pensi di Sugarpulp, perché io, leggendo il tuo romanzo, ho pensato francamente che sarebbe stato perfetto per noi…del tipo: ecco uno che secondo me ha capito tutto…

Grazie mille! Guarda, non lo dico perché mi state intervistando… ma penso che siate proprio bravi.
Vi ho scoperti per caso, grazie ad un mio amico che è incappato nel vostro sito.
Leggendo il vostro manifesto, che mi sento di condividere pienamente, mi sono detto: finalmente qualcuno che ha il coraggio di dire le cose come stanno.
La nostra terra e la sua vera anima vanno riscoperte, nel bene e soprattutto nel male. Chissà, forse siete riusciti a creare uno di quei “Caffè” in cui in passato hanno sempre preso vita cose interessanti.
Sono lieto che dalle nostre parti si sia dato inizio all’indispensabile processo di svecchiamento culturale di cui non solo la nostra regione, ma anche la nostra penisola ha bisogno.
Continuate così!
E mi raccomando, andateci giù pesante.
A colpi di mannaia.

Quali piani hai per il futuro? Stai già lavorando a qualcosa di nuovo?

Molti piani… Forse troppi. Sto scrivendo il mio prossimo romanzo, anch’esso ambientato nella provincia di Venezia – con cui non ho ancora finito… –  e seminando alcune idee per il futuro… Coi tempi che corrono è sempre meglio fare la scorta. Alla mia attività di romanziere si affianca poi quella di autore per il cinema.
Da qualche mese lavoro assieme a Franco Battiato alla sceneggiatura del suo prossimo film, incentrato interamente sul genio di Georg Friedrich Haendel. Inoltre ho una piccola compagnia di produzione cinematografica a Londra, per la quale sto sviluppano una serie di progetti da girare fra l’Europa e l’Estremo Oriente (Cina e Giappone).  Sto inoltre scrivendo due film per un ottimo regista finlandese, Aku Louhimies (per gli appassionati di cinema duro e crudo consiglio di non perdere il suo  Frozen Land): uno sarà una storia dark ambientata in Cina, a Shenzhen, ed ispirata a Medea; l’altro sarà un Western un po’ particolare…
A questo aggiungerei Eight, un film che spero vedrà il mio debutto dietro la macchina da presa. Una commedia nera ambientata a Urumqi e ispirata a I Ching e le leggi della sincronicità.

Per la stesura di una storia da cosa parti? Da un’idea? Un titolo? O uno schema narrativo studiato e preparato in ogni dettaglio? O niente di tutto questo?

Hmmm. Dipende. Di solito da un’idea a cui fa seguito uno schema narrativo dettagliato. Prima di scrivere ho bisogno di avere una struttura abbastanza chiara e di sapere la fine. Ho abbandonato da anni la scrittura “di getto”, che trovo molto pericolosa…
Non amo molto i titoli.

Ti capita di ascoltare musica mentre scrivi? Ti aiuta? Oppure silenzio assoluto?

Musica e rumore sono indispensabili. Il silenzio mi distrae. Per questo scrivo raramente a casa. Di solito passo ore nei caffè, separandomi raramente dalle mie cuffiette… La musica è una componente essenziale di tutto quello che scrivo.

A parte Fanucci ci sono altre case editrici italiane che segui? Particolari collane?

Non veramente. Vivendo in Germania sono più aggiornato sul panorama letterario tedesco… Essendo stato un convinto “giocatore di ruolo” e di conseguenza amante di fantasy e fantascienza, Fanucci mi è sempre piaciuta. Con loro mi sono trovato benissimo, soprattutto perché quello che li guida è una pura passione. E una chiara e fondamentale integrità. Merci rare ai nostri tempi. Condivido poi completamente l’idea di Sergio Fanucci che citando David Cronenberg dice ”la letteratura non è divisibile in generi o mainstream, esistono solo romanzi belli o brutti e io la vivo come un grande oceano dove non resta che tuffarmici dentro.” Certo noir si presta molto bene a rompere le barriere fra i generi allargando le prospettive e permettendo all’autore di osare qualcosa di più. Una cosa che spesso non è vista molto di buon occhio.

Oltre alla scrittura quali altre arti/professioni coltivi? E come interagiscono con la prima?

Forse la cucina, che però non interagisce molto con la scrittura. A dir la verità la scrittura è più una “necessità” che una passione. Se proprio potessi scegliere come professione farei il “tea taster” come diceva un tempo Robert Wagner nella pubblicità del Tè Ati (mi pare… O era il Tè Star?). Le mie vere passioni penso che siano il tè, il caffè (in ogni sua forma) e l’alta pasticceria (anche quella bassa, a patto che sia genuina…)
Tutto il resto è teatro. E come ho detto prima, quando sento parlare di teatro…

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