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Giampaolo Simi, intervista

Intervista a Giampaolo Simi a cura di Fabio Chiesa

Fabio Chiesa ha intervistato Giampaolo Simi che, con il suo romanzo Cosa resta di noi, si è aggiudicato il Premio Scerbanenco 2015.

Giampaolo Simi è quello che potremmo definire un noirista “irregolare”, un autore che ama partire dal genere per affrontare temi e argomenti di grande spessore: la sua produzione letteraria risulta, perciò, sorprendentemente ibrida e, spesso, di difficile catalogazione.

Scrittore, ma anche sceneggiatore e soggettista per la tv, Simi ha conquistato con il suo Cosa resta di noi l’ultima edizione del prestigioso Premio Scerbanenco. Lo abbiamo intervistato per saper qualcosa in più sul romanzo, sulla sua attività di scrittore e sui progetti che lo coinvolgeranno nel prossimo futuro.

L’intervista

Buongiorno Giampaolo e grazie per aver accettato l’invito di Sugarpulp Magazine. Partiamo dall’ultimo, importante riconoscimento ricevuto: il Premio Scerbanenco. Te lo aspettavi? Che cosa significa per te?

Essere premiato al Noir in Festival è una grande soddisfazione. E poi c’è il nome di Scerbanenco. Assieme a Loriano Machiavelli, Scerbanenco è stato il punto di riferimento di una intera stagione di rinascita per il giallo italiano più coraggioso e innovativo. Insomma, dall’ultimo libro di Scerbanenco erano passati quasi trent’anni, ma abbiamo comunque ricominciato dal punto in cui era arrivato lui.

Hai dedicato sia il romanzo che il premio al grande Luigi Bernardi. Quale è il più importante insegnamento che ti ha trasmesso? Quanto manca una figura come la sua all’editoria italiana?

Mi ha insegnato quasi tutto. Senza di lui, non sarei qui. Mi ha insegnato a essere curioso, ma a non voler stupire a tutti i costi, ad amare più i miei personaggi che il mio ego. Il che, per uno scrittore, è una lotta quotidiana. Quanto manca all’editoria italiana? Tanto. Luigi è stato uno degli ultimi a interpretare il termine pop nel senso più nobile, irriverente e rigoroso.

La storia raccontata in “Cosa resta di noi” sembra muovere in una duplice direzione: da una parte abbiamo la ricerca di una persona scomparsa, dall’altra il ritratto intimo ed approfondito dei protagonisti. Hai voluto usare il noir come strumento per dissezionare l’animo umano?

Il noir nasce proprio per quello. Se pensate che noir significhi sparatorie e whisky, occhio, è una semplificazione che deriva da un errore storico. Quello è l’hard-boiled, la stagione che crea le premesse e la nuova grammatica su cui il noir interviene raffinando l’analisi, entrando in profondità nei personaggi. L’hard boiled è tutto americano, il noir ha bisogno dell’intervento dei cineasti mitteleuropei fuggiti dal regime nazista e poi dei francesi del dopoguerra, che infatti coniano il termine. Il cinema noir è quello in cui la macchina da presa smette di essere oggettiva e ci racconta quello che un personaggio vede, o crede di vedere, quello che ha vissuto o che crede di aver vissuto (quindi anche sogni e allucinazioni). Quindi ho fatto qualcosa di naturale…

Il romanzo è ambientato in una Versilia invernale, fredda e semi deserta: uno scenario inedito ed originale. Si tratta di un’ambientazione scelta in funzione della storia oppure è stato il territorio stesso, con le sue peculiarità, ad ispirare il racconto?

Il territorio è nato prima della storia. L’ambientazione è uno dei personaggi principali. Era anche il campo da gioco della sfida: volevo raccontare qualcosa dei nostri anni senza muovermi da un fazzoletto di sabbia.

Questo libro, pur etichettato come un noir, è un romanzo “anomalo”, che si allontana parecchio dalla classica accezione del genere , soprattutto nel panorama italiano. Non c’è nessun commissario malinconico, investigatore alcolizzato, poliziotto o maresciallo. Credi che questi personaggi abbiano ormai saturato un certo tipo di letteratura? Quale pensi possa essere il futuro del noir italiano ed internazionale?

Diciamo che in parte ti ho risposto due paragrafi sopra. Io ho ben chiaro dove sia la nuova frontiera, e ho imboccato quella strada già nel 2012, con La notte alle mie spalle. Forse era un po’ presto, per l’Italia, ma nel frattempo sono uscite serie come The affair o anche Broadchurch, abbiamo letto Gone girl di Gillian Flynn. E serie poliziesche come Luther o The fall indagano senza pietà in primo luogo sulla figura stessa dell’investigatore e i suoi dèmoni. I frutti di quella intuizione li ho raccolti oggi, con il successo di Cosa resta di noi. E anche in Francia, La notte alle mie spalle sta avendo un’accoglienza entusiastica che quattro anni fa forse non avrebbe avuto.

Il tuo esordio letterario è avvenuto nel 1996 con Il buio sotto la candela. Come è cambiata l’editoria italiana in questi vent’ anni? Molti sostengono che il marketing stia sempre più seppellendo la ricerca della qualità. Condividi questo pensiero?

Non è un pensiero, è la realtà dei fatti che del resto ribadisce ogni amministratore delegato di qualsiasi gruppo editoriale. In Italia l’editoria è cambiata completamente. Prima il successo commerciale era, sotto sotto, un po’ volgare. E il grande autore raffinato, ma per pochi lettori, aveva la consolazione di avere la critica dalla sua parte. Adesso la critica è pressoché scomparsa e l’autore da top ten ha il diritto di proclamarsi un grande scrittore, punto. In realtà è chiaro a tutti che la maggioranza della popolazione terrestre saprebbe mettere tre parole in fila esattamente come lui. Lui è stato solo più abile e fortunato, e questo autorizza schiere di aspiranti scrittori a pensare che sia meglio provarci, perché la botta di culo può capitare a chiunque. Assomiglia a una botta di follia collettiva.

Un po’ di equilibrio non guasterebbe. Una casa editrice è anche un’azienda, okay, e se i libri sono merce, riconosciamo almeno che sono una merce diversa da un frollino o da uno scooter. E poi, l’attenzione e la ricerca che un Paese mette nella narrazione di se stesso ha un valore non esprimibile dall’economia. È un atto fondamentale per proiettarsi nel futuro e immaginarsi come posto migliore dove vivere. Non molti sono in grado di farlo, così come non molti cantano come Adele o dribblano come Cristiano Ronaldo. Io sono contento di leggere scrittori bravi e sentirmi inferiore a loro, sono contento di provare invidia per la loro scrittura. È quell’invidia lì che mi mette voglia di migliorare. L’invidia per le royalties di qualcuno fa di te solo un misero rosicone.

Parliamo delle tue letture. Quali sono gli autori che in assoluto hanno più influito sul Giampaolo Simi narratore?

Di Scerbanenco abbiamo detto. In Italia mi ispirano le scritture di autori molto diversi, come Antonio Franchini, Carlo D’Amicis, Michele Mari, Violetta Bellocchio. Per il resto cito nomi alla rinfusa: Georges Simenon, Jean Patrick Manchette, David Peace, Joseph O’ Connor, Flannery O’ Connor…

Oltre che scrittore, sei anche sceneggiatore e soggettista per la tv. Ci puoi anticipare quali sono i tuoi prossimi progetti, sia letterari che legati al piccolo schermo?

Assieme ad altri due amici autori stiamo lavorando a una nuova serie tv, un bel progetto originale che stiamo seguendo fin dal suo inizio. È una bella sfida. E poi c’è il nuovo romanzo, a cui lavorerò durante tutto il 2016.

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