Intervista a Giulio Mozzi

Intervista a Giulio Mozzi

Giulio Mozzi è scrittore, docente di scrittura creativa, editor e cercatore di talenti letterari. Dal 1993 ad oggi ha pubblicato diverse raccolte di racconti per Einaudi, Mondadori, Theoria e Sironi. Dal 2002 al 2009 ha curato la narrativa italiana per la casa editrice Sironi, e dal marzo 2008 è consulente di Einaudi Stile Libero. Nelle collane da lui curate hanno esordito, tra gli altri, Vitaliano Trevisan e Tullio Avoledo.

Insieme all’artista Bruno Lorini ha creato un artista immaginario, Carlo Dalcielo, le cui opere, esposte in mostre e pubblicate in forma di libro, sono spesso di natura collettiva.
In rete cura il blog Vibrisse Bollettino e ha promosso la casa editrice Vibrisselibri. Vive a Padova.
In un momento di pausa fra i suoi numerosi viaggi, Matteo Righetto l’ha incontrato per Sugarpulp e gli ha rivolto alcune domande relative al suo ruolo di editor e talent-scout.

Giulio, come riesci a trovare il tempo per conciliare la professione di scrittore con quella di “cacciatore” di autori?

Non vedo il problema. Quasi tutte le persone che pubblicano opere letterarie campano di un qualche mestiere, e io del mio. E tutte si arrabattano con gli orari, i carichi e i vincoli del lavoro.

Cosa pensi dei numerosissimi premi e concorsi letterari che ci sono in Italia? Sono effettivamente seguiti e considerati dagli editori che intendono scoprire nuovi talenti oppure no?

Se intendi – come mi par di capire – i concorsi per inediti, la risposta è: che agli editori interessa solo il premio Calvino.

Tu hai tenuto spesso corsi e seminari di scrittura creativa. In che misura possono essere utili per uno scrittore? E’ più importante il talento o il perfezionamento delle tecniche di scrittura?

Per un atleta è più importante avere il talento o imparare e allenarsi? Per un musicista, per un cuoco, per un collaudatore di go-kart, per un insegnante di matematica: è più importante avere il talento o imparare e allenarsi? Ovvero: la domanda è mal posta. Quasi tutte le persone che si iscrivono a un corso o laboratorio di scrittura vogliono semplicemente incrementare il proprio bagaglio tecnico. Non hanno alcuna intenzione di scrivere romanzi e racconti, non hanno ambizioni artistiche, e spesso hanno bisogno di apprendere o affinare determinate abilità per fare meglio il loro lavoro. Circa le poche persone che si iscrivono a un corso o laboratorio di scrittura avendo dei desideri o delle ambizioni di tipo artistico, posso dire: Il talento (che spesso è – almeno in parte – dovuto a un «capitale» culturale, linguistico, sociale, economico eccetera della famiglia d’origine) si attiva se c’è una motivazione seria. Corsi e laboratori possono servire a queste persone per incontrare qualcuno con cui discutere, mettere in discussione la propria motivazione. Ciò detto: sia chiaro che le tecniche si insegnano, il talento no. Ma tra due persone può crearsi una «relazione pedagogica» che aiuta il talento a venir fuori. Io devo quasi tutta la mia scrittura a Stefano Dal Bianco e Laura Pugno.

Quanti manoscritti ti vengono spediti in un anno? Riesci davvero ad affrontarli tutti?

Un migliaio o poco più. Li prendo in mano tutti. Ne leggerò fino in fondo un’ottantina. Quasi metà li metto da parte dopo poche pagine. Una volta l’anno mi succede di essere convinto della bellezza di un testo (e della forza di un autore) dopo poche pagine.

Quando ti imbatti in un testo davvero interessante e degno di considerazione, cosa fai? Chiami il suo autore o lo segnali direttamente ad un editore?

Mi faccio vivo con l’autore. Anche perché spesso il testo è «interessante» ma non «immediatamente pubblicabile». Magari vale la pena di lavorare un po’ con l’autore, conoscerlo, capire perché fa quello che fa, studiare una strategia per presentarlo all’editore nel migliore dei modi possibili. Poi, sai, il mio lavoro non consiste nello scovare libri. Consiste nell’entrare nella vita di una persona e dire: «Secondo me si può fare». Ad alcune persone ho cambiata la vita. Devo stare attento. Le persone vengono prima di tutto.

Nella tua giornata-tipo, qual è il momento migliore per leggere e quale quello per scrivere?

Leggo molto in treno (perché passo molte ore in treno). O la sera. Scrivo più facilmente di mattina presto, dalle sei-sei e mezza alle dieci. Anche perché prima delle dieci il mondo editoriale se ne sta zitto e buono, e io lavoro in pace.

Quali sono le qualità fondamentali che deve avere un manoscritto per convincerti?

La bellezza.

In cosa consistono le mansioni di un editor di una grossa casa editrice? Di solito come affronta il lavoro assieme all’autore?

Non lo so di preciso. È un mestiere che non ho mai fatto, e che non ho mai visto più che tanto da vicino. Il mio lavoro consiste nel proporre agli editor testi da leggere. Il minor numero possibile di testi, perché loro hanno poco tempo. Nonostante questo, devo ingaggiare vere battaglie per farli leggere.

Dopo il recentissimo e ottimo “Sono l’ultimo a scendere” edito da Mondadori, stai lavorando a qualcos’altro?

Entro novembre esce, per Terre di Mezzo, una cosa che si chiama (non) un corso di scrittura e narrazione. È la rielaborazione di una serie di 100 articoli che scrissi negli anni scorsi per la rivista Stilos. Infine, a febbraio o marzo 2010 dovrebbe uscire finalmente, per Sironi, il Manuale di retorica amichevole al quale sto lavorando da un bel pezzo con Stefano Brugnolo (che ne è l’autore principale). È il complemento ideale di quel Ricettario di scrittura creativa che ci ha date tante soddisfazioni (ci siamo divertiti a farlo, sembra una cosa utile, e ne abbiam vendute quasi ventimila copie). Entro ottobre vorrei mettere la parola fine a Discorso attorno a un sentimento nascente, una specie di romanzo al quale lavoro da un sacco di tempo.

Progetti concreti per il 2010?

Comperare una Vespa.

Cosa pensi di Sugarpulp, il movimento delle Barbabietole Carnivore?

Non mi freghi. Non esistono barbabietole carnivore, l’ho letto su Wikipedia.

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