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Intervista a Jacopo De Michelis

Intervista a Jacopo De Michelis

Jacopo De Michelis è il responsabile della narrativa di Marsilio Editori. È stato traduttore, curatore di antologie e consulente editoriale. Insegna narratologia presso la NABA di Milano.

Ciao Jacopo e anzitutto grazie per la tua disponibilità. Ti faccio i miei complimenti sia per il tuo personale lavoro, sia per gli importanti risultati ottenuti dall’intera casa editrice nel corso degli ultimi anni, con pubblicazioni di grande successo che vi hanno permesso di fare dei passi da gigante nella realtà editoriale italiana. Se non mi sbaglio, tra le altre cose, Marsilio (già gruppo RCS) ha da poco acquisito Sonzogno, storico marchio dell’editoria italiana.

Questa serie di successi e questa crescita aziendale comporteranno anche delle novità nella vostra offerta editoriale o il numero e la tipologia delle collane Marsilio rimarranno gli stessi? Insomma, novità in vista in laguna?

Con l’acquisizione di Sonzogno da una parte e di Log 607 dall’altra, il ventaglio di proposte che saremo in grado di offrire si allargherà notevolmente, e ci vedrà anche pronti ad affrontare la sfida dell’irruzione del digitale e delle nuove tecnologie nel mercato editoriale (ebook ecc.). Quanto a Marsilio, novità in senso assoluto non ce ne saranno ma puntiamo a un rafforzamento di tutti i settori in cui siamo già presenti. Se il 2009 è stato l’anno di Stieg Larsson, il 2010 si annuncia già chiaramente come l’anno del giallo scandinavo in generale e svedese in particolare. E nonostante la concorrenza in questo campo sia ormai più che agguerrita conserviamo ancora una salda leadership: nel 2009 secondo una recente ricerca ci sono stati tre autori svedesi tra i dieci più venduti in Europa, Stieg Larsson, Camilla Läckberg e Henning Mankell; e sono tutti pubblicati da Marsilio.

Stiamo in ogni caso per lanciare una grossa iniziativa che non lascerà dubbi sul fatto che il giallo nordico in Italia si identifica con il marchio Marsilio. È una cosa di cui non posso ancora parlare, ma posso darti un’altra gustosa anteprima: in questi giorni gli editori di tutto il mondo si stanno dando battaglia per aggiudicarsi i diritti della “next big thing” proveniente dalla Svezia: si tratta di Strindberg’s Star di Jan Wallentin, un romanzo davvero strepitoso tra Il senso di Smilla per la neve e Il codice Da Vinci; per l’Italia l’abbiamo preso noi, grazie soprattutto alla nostra editor Francesca Varotto, con un investimento importante e battendo sul tempo tutti i maggiori editori italiani. Sarà il nostro titolo di punta dei primi mesi del 2011. Ma non vogliamo rimanere scandinavo-dipendenti, per cui stiamo esplorando anche altre strade relativamente alla narrativa di genere (come dimostra per esempio il thriller spagnolo appena uscito Cella 211 di Francisco Pérez Gandul, da cui è stato tratto un film di grandissimo successo in Spagna in questi giorni nelle nostre sale): E stiamo rafforzando le nostre proposte di narrativa straniera non di genere e di narrativa italiana, un lavoro di cui nei prossimi mesi cominceranno a vedersi i primi frutti.

Avete avuto un grande successo con i megaseller di Stieg Larsson, però Marsilio ha saputo investire culturalmente ed economicamente sul giallo scandinavo già parecchi anni fa, scovando e proponendo al pubblico italiano nientemeno che Mankell, autore rivelatosi poi un bestseller anche da noi. Il recente trionfo di Larsson quindi, nonostante le proporzioni di tale successo fossero ragionevolmente imprevedibili, dimostrano che si tratta dell’esito di un vostro lungo percorso e di una convinzione che hanno poco a che fare con il caso, non è così?

Successi di dimensioni così straordinarie come quello di Stieg Larsson (due milioni e mezzo di copie della Millennium Trilogy vendute a oggi in Italia) non sono mai completamente programmabili e preventivabili – e il caso e la fortuna vi hanno inevitabilmente una parte – ma di sicuro noi sul giallo svedese abbiamo deciso di puntare, lavorandoci con determinazione e convinzione, ormai più di dieci anni fa quando abbiamo iniziato a pubblicare Henning Mankell. E oggi possiamo dire con soddisfazione che è stata un’intuizione azzeccata e lungimirante.

Parliamo di editing. Posto il fatto che un buon testo è sempre “perfettibile”, quali sono secondo te le priorità nei criteri di scelta di un manoscritto interessante e quanto complesso è l’iter che esso segue dal momento della sua selezione a quello della pubblicazione?

Non ci sono regole e criteri validi sempre e comunque. Nella scelta dei dattiloscritti spesso ha una componente fondamentale un’intuizione, una scintilla che si accende durante la lettura. E’ insomma questione di quello che si può definire “fiuto”. In generale quello che io cerco in un testo è una storia in grado di appassionare ed emozionare i lettori, e una “voce” personale e originale. Poi ci sono romanzi che arrivano alla pubblicazione praticamente immutati rispetto alla versione che abbiamo letto in dattiloscritto, e altri che richiedono un lavoro approfondito di revisione e limatura, se non di vera e propria riscrittura. Un lavoro riguardo al quale, ci tengo a precisare, l’editor secondo me deve svolgere una funzione puramente maieutica, indicando all’autore eventuali limiti e difetti del testo, potenzialità non perfettamente concretizzate ecc., ma lasciando che sia quest’ultimo a intervenire se persuaso della bontà delle modifiche.

Pierluigi Porazzi e Simone Sarasso, per citare due tue ottime scoperte tanto care a Sugarpulp, testimoniano quanto bene tu abbia lavorato in questi anni come editor e quanto fiuto tu abbia avuto come talent-scout nella scoperta degli esordienti italiani. E’ tanto rischioso pubblicare un esordiente? I rischi che corre una grande casa editrice sono maggiori rispetto a quelli che corre una casa editrice di minore importanza?

Pubblicare un esordiente è rischioso in quanto gli esiti sono assai imprevedibili – anche se negli ultimi anni molti tra i maggiori successi editoriali sono stati proprio opere prime, da Saviano a Giordano per citare solo i casi più eclatanti. Si tratta spesso di investimenti che richiedono del tempo per fare frutti, in quanto non sempre gli autori sfondano all’esordio, ma magari con il secondo o il terzo libro. Detto questo, per lo più non si tratta di investimenti ingenti, almeno dal punto di vista strettamente economico, per cui i suddetti rischi sono relativi, e i margini di profitto se il libro ha successo sono più ampi. In generale insomma non si può dire che sia così terribilmente rischioso, e mi pare del resto che le porte dell’editoria non siano mai state così spalancate per gli esordienti come in questi ultimi anni.

Marsilio è stata la prima casa editrice italiana a proporre l’utilizzo del booktrailer come mezzo di promozione online di un libro. Alla luce della tua esperienza, puoi ritenerla un’iniziativa proficua o si tratta semplicemente di un’idea suggestiva, ma poco efficace per promuovere le vendite?

E’ uno dei tanti tentativi di innovare la comunicazione e la promozione editoriale ai tempi del web. Non ne enfatizzerei la portata, anche perché si tratta di uno strumento ancora in una fase pionieristica e sperimentale, ma di sicuro si tratta di una sostanziale novità, che ha destato e continua a destare curiosità e interesse, e che ha grandi potenzialità di sviluppo.

L’Ombra del falco di Porazzi, ottimo thriller giunto presto alla sua seconda edizione, a mio modo di vedere dimostra che qualcosa sta cambiando circa i tradizionali canali di promozione del libro. Nel marketing editoriale di oggi risultano infatti sempre più importanti le reti di diffusione e di promozione alternative e innovative: mi riferisco in particolar modo al web con i siti specializzati, ai blogs dedicati alla letteratura di genere e ai metodi di diffusione virale dei social network. Credi che in questo senso ci troviamo all’alba di una nuova epoca o pensi invece che la critica tradizionale e la carta stampata siano ancora i detentori del reale potere di muovere il mercato?

Non c’è dubbio che la Rete è ormai un importate canale di comunicazione e promozione per i libri, e che in futuro, con l’arrivo degli ebook, risulterà sempre più decisivo. Noi possiamo confermare per esperienza diretta che Internet può determinare grandi successi come Studio illegale di Federico Baccomo alias Duchesne, un romanzo nato da un blog che ha venduto 30.000 copie e diventerà presto un film, e altri di dimensioni più contenute ma comunque significative come appunto L’ombra del falco di Pierluigi Porazzi, un thriller d’esordio giunto alla seconda edizione quasi esclusivamente grazie agli entusiastici apprezzamenti ricevuti da siti e blog letterari.

Qual è secondo te lo stato di salute del noir italiano e perché, a tuo modo di vedere, questo genere è stato “sdoganato culturalmente” così tardi nel nostro Paese?

Direi che in generale lo stato di salute della narrativa di genere in Italia è piuttosto buono, anche se forse più sul versante del giallo e del thriller che del noir propriamente detto. Manca ancora qualcosa sul fronte dell’affermazione internazionale (Francia a parte), ma credo che prima o poi maturerà anche quello. Non mi avventuro a rispondere riguardo alla seconda parte della tua domanda, mi limito a constatare come tale sdoganamento, non a livello di lettori e di mercato ma appunto culturale, nonostante tutto non è ancora compiuto, tanto che ci sono autori di genere in Italia che soffrono di ingiustificati complessi di inferiorità rispetto ai loro colleghi che scrivono letteratura “bianca”.

Non trovi che ancora oggi – a differenza di molti Paesi, soprattutto quelli anglosassoni- l’establishment editoriale italiano soffra spesso di un certo snobismo accademico nei confronti di certi generi letterari “forti” e crossover (penso all’hardboiled più politicamente scorretto, al pulp-noir, alla black comedy)? Secondo te perché vi sono ancora parecchie ritrosie verso certe scritture quando esse sono proposte da autori italiani, salvo poi accorgersi che anche da noi c’è un folto pubblico che le apprezzerebbe assai?

Il noir in senso stretto, così come il pulp ecc., hanno in realtà sempre, e non solo in Italia, fatto più fatica ad affermarsi, a parte ovviamente tutte le eccezioni che si possono individuare. Sono generi più complessi e impegnativi, e talvolta “disturbanti”, che si rivolgono a lettori tendenzialmente più esigenti e sofisticati. Detto questo è probabilmente vero che gli editori sono stati e sono eccessivamente timidi nei confronti dei suddetti generi.

Infine, cosa pensi del progetto Sugarpulp e della sua proposta culturale?

Tutto il bene possibile, è ovvio! 😉

Grazie infinite, Jacopo.

Buon lavoro, a presto.

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