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Intervista a Lavinia Petti

Intervista a Lavinia Petti, un’autrice ladra di nebbia, a cura di Daniele Cutali per Sugarpulp MAGAZINE.

Lavinia Petti, giovane autrice napoletana della redazione di Fuori Posto, spazio online di approfondimento su letteratura, fumetti, musica e altri ameni argomenti, dopo aver vinto vari concorsi letterari ha esordito nel 2015 con Il Ladro di Nebbia per Longanesi.

Un romanzo molto profondo, che tocca argomenti come la paura di dimenticare ma soprattutto di essere dimenticati. Una persona senza la sua storia, senza il suo passato, rischia di non esistere più perché se nessuno ricorda la materia stessa dei momenti diventa nebbia intangibile.

Lavinia Petti ce lo racconta facendoci esplorare paesi e luoghi di fantasia, tanto vivi, tanto scintillanti, strani o cupi, quanto pericolosi, nei quali pare di vivere in un acquerello, partendo da una Napoli a tinte fosche. Facciamole qualche domanda.

L’intervista

Ciao Lavinia e benvenuta sulle pagine di Sugarpulp Magazine. Come e quando è nata l’idea della trama alla base de Il Ladro di Nebbia?

Avevo diciassette anni e arrivai prima alla sezione giovani di un concorso (Book’s Bar), mentre quella adulti fu vinta da una ragazza veneziana. Il titolo del suo racconto era “Buchi neri di sogni infranti”. Non so perché queste parole mi ispirarono subito un’idea: immaginai un vortice che si apriva sul soffitto delle case e aspirava tutti quegli oggetti che poi sarebbero stati perduti. Tornai a casa e iniziai a scrivere Il Ladro di Nebbia. All’inizio il protagonista era un pittore che doveva attraversare un mondo di cose smarrite per ritrovare l’ispirazione.

Hai seguito una pianificazione della trama o ti ha guidato l’evoluzione dei personaggi fino alla fine?

Io ci provo a fare mappe concettuali e schemini: inevitabilmente, a un certo punto li straccio. Lascio che siano i personaggi a raccontarmi la loro storia, ma questo funziona solo se li conosci abbastanza bene, se hai lavorato a sufficienza con loro tanto da averli resi “persone”. Con Il Ladro di Nebbia volevo solo spingere la mia fantasia oltre i limiti, vedere fino a che punto riuscissi ad arrivare. La prima versione del romanzo, scritta dieci anni fa, era puro fantasy. Il risvolto reale l’ho dato dopo, quando a ogni personaggio di Tirnaìl ho dovuto assegnare un ruolo nella vita di Antonio. Sto cercando sempre di più di avvicinarmi alla realtà, pur esplorandola con occhio surreale e onirico.

Perché hai centrato il focus, la morale del tuo romanzo proprio sulla paura di dimenticare e di essere dimenticati? Ci hai pensato parecchie volte nonostante tu sia molto giovane?

No, è stato naturale. Ho pensato che la cosa più preziosa che possediamo siamo noi stessi. E quello che siamo è un prodotto del passato, l’inevitabile risultato di tutte le esperienze vissute, di tutte le volte in cui abbiamo scelto e di quelle in cui abbiamo scelto di non scegliere.

Non possiamo dimenticare quella parte di noi che non ci è piaciuta, non possiamo cancellare quello che è stato, perché viviamo in una realtà che ci costringe a ricordare chi siamo e quello che abbiamo perso. Ed è giusto così, o non potremmo immaginare alcun futuro. Ma come dice Neil Gaiman le storie iniziano con una domanda: “E se…?” E se esistesse una terra in cui possono finire i ricordi brutti?

Da più parti leggo che hanno paragonato quello che hai scritto a Zàfon. Mea culpa non averlo mai letto, ma gli altri hanno mai letto Neil Gaiman per dire una cosa del genere?

Credo che sia chiaro dall’ultima risposta. Per me Gaiman è un modello, il non plus ultra, il dio delle storie.

A tal proposito, quanto ti hanno influenzato i fumetti che ami nella composizione del romanzo? E quali?

Sandman è uno dei miei preferiti, insieme a tutta la produzione fumettistica di Gaiman. Ma ho letto tantissimo Dylan Dog e V per Vendetta di Alan Moore è praticamente consumato. Il mio punto debole, però, resta Don Rosa con il suo capolavoro Paperdinastia: è una delle più grandi storie d’avventura che sia mai stata raccontata.

Quali sono i tuoi generi preferiti di narrativa? E quali autori?

Sono onnivora, non esiste un genere che preferisco. Un buon libro è un buon libro, e per me rappresenta un biglietto per viaggiare nella testa di uomini e donne (di scrittori), e non c’è prezzo abbastanza alto per una simile magia. Vado molto sul classico, comunque: Stevenson, Hugo, Woolf, Conrad, Dostoeviskij. Sì, ero una secchiona.

Come sei arrivata a Longanesi, attraverso quali canali?

I primissimi contatti sono avvenuti attraverso il concorso IoScrittore, che consiglio a tutti gli aspiranti scrittori. Poi ho mandato delle e-mail con i primi capitoli, quasi dimenticandomi di averlo fatto. Non avrei mai creduto che potessero rispondermi.

In che modo hai lavorato con loro? È stato semplice?

È stato stimolante, ha reso il mestiere di scrivere, notoriamente solitario, un lavoro di squadra.

Cosa vorresti dire a uno scrittore esordiente o emergente, come te?

Di non arrendersi mai, di tentare ogni strada possibile, non si sa mai dove può portare. A volte imbocchi quelli che da lontano sembrano vicoli ciechi, poi succede qualcosa (magari batti un bastone sui mattoni giusti) e ti si spalanca davanti un universo di possibilità. La base comunque è questa: scrivere tanto e leggere di più. Scrivere è un mestiere duro e destrutturalizzato, bisogna farsi le ossa da soli.

E infine, cosa vorresti dire ai lettori di Sugarpulp Magazine?

Che la risposta alla domanda sulla vita, l’universo e tutto quanto è davvero 42.

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