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Intervista a Luca Conti

Intervista a Luca Conti

Intervista a Luca Conti

Dopo tanti autori americani ci pareva giusto intervistare un guru italiano del noir come Luca Conti, perché dietro a tante traduzioni di romanzi di Elmore Leonard, James Crumley, James Sallis, Joe R. Lansdale, James Lee Burke, Charles Willeford, Chester Himes c’è la sua mano. E poi come amiamo ripetere, la figura del traduttore nel mercato editoriale è fondamentale.

A lui si devono le versioni in lingua italiana di tanti maestri del genere che amiamo, perciò avere un parere di Luca e conoscere le impressioni che ha maturato dopo tanti anni di lavoro in questo mondo sono elementi imprescindibili per capire e carpire molte cose, fra queste alcune peculiarità degli stili degli scrittori e succose anticipazioni su quello che arriverà sulle “nostre tavole”.

Siamo davvero felici che Luca abbia accettato questa nostra intervista preparata a quattro mani, perciò ora bando alle ciance e dateci dentro, besos…

L’INTERVISTA

Come hai iniziato questa attività? Quali studi hai fatto, come ti sei proposto agli editori, quali sono stati i tuoi esordi nel campo della traduzione letteraria?

Sono evidentemente nato con una misteriosa passione per la parola scritta. Ho imparato a leggere e scrivere molto presto, a tre anni, ossessionato dalle lezioni televisive del maestro Manzi. E parallelamente all’italiano ho imparato anche l’inglese, grazie a un corso di lingue acquistato da mio padre ma da lui inutilizzato e che era del tutto privo di figure, basandosi invece su pagine e pagine di testo in italiano con la traduzione a fronte. Quindi, nel mio caso, si tratta proprio di imprinting. Penso e scrivo indifferentemente in due lingue fin dall’infanzia, e mi resta del tutto naturale. Poi ci sono stati normalissimi studi superiori e universitari, ma la passione per il tradurre è rimasta la stessa di 44 anni fa. In realtà, poi, fino al 2000 ho fatto tutt’altre cose; solo nel 2000, parlando con Luigi Bernardi – che all’epoca dirigeva Stile Libero Noir – è saltato fuori che Einaudi aveva acquistato i diritti di “Run” di Douglas Winter, romanzo che avevo letto in originale mesi addietro trovandolo fantastico. Allora, in maniera del tutto sconsiderata, gli ho chiesto se potevo provare a tradurlo io, e lui ha detto di sì. L’ho tradotto, è piaciuto, è stato pubblicato e da allora non ho più smesso. Bernardi ha tanti meriti, non ultimo quello di essere un grande talent-scout.

Quali sono le difficoltà maggiori che incontri nel tuo mestiere?

Il mal di schiena.

Prima di iniziare un lavoro di traduzione, ritieni che sia importante conoscere personalmente l’autore e parlare direttamente con lui? A tale proposito, ci puoi raccontare un aneddoto su un incontro in particolare?

No, non necessariamente. Ho conosciuto di persona quasi tutti gli autori che traduco ma, salvo rari casi, li conoscevo benissimo già prima, attraverso i loro romanzi. Chi mi è dispiaciuto non aver mai incontrato è Charles Willeford, che però è morto nel 1988 e io, all’epoca, facevo un altro mestiere.

Dicci chi, tra gli autori da te tradotti, è più “facile” degli altri e chi più “difficile.”

Il più difficile di tutti, in assoluto, è Elmore Leonard, ma anche James Sallis non scherza. Leonard, in realtà, non è difficile tanto da tradurre quanto da “far funzionare bene” in italiano. Certe volte siamo al limite dell’intraducibilità. Chi mi rimane più facile è James Crumley, ma perché ormai mi sono immedesimato a tal punto nel suo modo di scrivere che so sempre in anticipo dove andrà a parare.

Come ti rapporti di fronte ad un uso massiccio dello slang?

Così bene che spesso mi dispiace quando non c’è…

Quanto guadagna un traduttore?

Di sicuro assai meno di quanto dovrebbe, visti l’impegno e la fatica. Io non mi lamento, ma è anche vero che per raggiungere un reddito decoroso si è costretti a lavorare come matti, dimenticandosi di orari e di fine settimana, di vacanze estive e quant’altro.

Quanto tempo impieghi, mediamente, per tradurre un romanzo di circa 250 pagine?

Circa un mese, ma so di essere un’eccezione.

Qual è stata la tua prima traduzione ufficiale?

Un grosso volume sulla storia del jazz, per un editore che non mi ha mai pagato.

Cosa ti piace della lingua di James Lee Burke?

La sua capacità ipnotica.

Come si svolge un lavoro di traduzione in coppia o in equipe? Ci si divide il lavoro per numero di pagine? Ognuno si occupa di qualche aspetto in particolare (chi dei dialoghi, chi delle sequenze narrative, chi descrittive)? Oppure è un lavoro di brain storming collettivo?

Ho sperimentato tutte le possibili soluzioni. Tutte hanno vantaggi e svantaggi. Alla fine, però, torno sempre volentieri alle traduzioni «in solitaria».

Tu hai tradotto per Einaudi Stile Libero-Big una raccolta di racconti di Lansdale molto particolare, eterogenea e variegata, parliamo de “In un tempo freddo e oscuro”, e proprio per queste caratteristiche non crediamo sia stato un lavoro facile. Ce ne vuoi parlare?

In realtà lo ricordo come un lavoro assai semplice, ma è pur vero che la lingua e lo stile di Lansdale mi restano molto congeniali. Devo anche dire che mi piace moltissimo tradurre racconti, ed è un peccato che l’editoria italiana li consideri un genere a rischio.

Qual è il tuo approccio ad un romanzo da tradurre? Spiegaci il tuo metodo di lavoro.

Il mio approccio è banalissimo. Traduco tutto il libro e lo rivedo solo al termine, senza tappe intermedie. Preferisco rileggerlo tutto intero, non man mano che vado avanti nella traduzione.

Qual è il tuo scrittore preferito e perché?

Charles Willeford. Perché? Perché mi ha impedito di diventare uno scrittore. I romanzi che avrei voluto scrivere li aveva già scritti tutti lui.

Al di là delle storie e dei contenuti, qual è, secondo te, la “cifra” linguistica di Elmore Leonard, quella che lega “Tutti i racconti western”, “The Big Bounce” e “Hot Kid”?

Raccontare una storia come se l’autore non esistesse. Farla uscire tutta dal dialogo e dalle azioni dei personaggi. Da lettore, se c’è una cosa che mi infastidisce non poco è il continuo intervento di un autore nella storia. Non sopporto quei romanzi il cui autore deve sempre spiegare al lettore cosa sta succedendo, fin nei minimi dettagli.

Qual è il tuo personaggio preferito di Lansdale?

Bob il dinosauro, che quando torna da Disneyland comincia a farsi le canne.

Se tu fossi un personaggio di Leonard, quale saresti?

Jack Foley di “Out of Sight” e del nuovo “Road Dogs”, soprattutto perché non mi sarebbe dispiaciuto essere George Clooney…

Fra i molti autori importanti che hai tradotto ci piace ricordare James Sallis, uno scrittore a cui crediamo tu possa essere molto legato visto che per Giano hai tradotto sette suoi romanzi. Come definiresti Sallis: un innovatore o un reazionario del noir? Insomma secondo te ha apportato delle novità al genere o è invece assolutamente classico?

Sallis è un eversore del noir. È un autore che conosce benissimo le regole del genere e, proprio per questo, non si fa alcuno scrupolo nel violarle tranquillamente.

Sempre a proposito di Sallis, colpisce di uno come lui la sua capacità di “frequentare” e “sperimentare” forme narrative diverse: dalla critica musicale alla scrittura di biografie, come quella dedicata a Chester Himes, e poi naturalmente i romanzi. Come “entrano” secondo te queste sue diverse cifre nelle sue storie?

Sallis è tutte queste cose e altre ancora, tutte assieme. Toglierne anche solo una impedisce di apprezzare le altre. L’arte di Sallis è data dalla somma di tutti questi fattori, e non c’è distinzione tra romanzi, racconti, poesie, critica musicale, biografie.

Qual è la differenza secondo te fra il Turner de “Il bosco morto” di Sallis e il Robicheaux di “Sunset Limited” o “Swan Peak” di Burke?

La morale cattolica e, soprattutto, il senso di colpa, che in Burke è sempre determinante, nel bene e nel male.

Recentemente è mancato uno dei grandi del genere, parliamo di James Crumley, uno che ha influenzato intere generazioni di autori. Ci parli di due romanzi chiave come “La terra della menzogna” e “Il caso sbagliato” da te tradotti per Einaudi. Perché secondo te Crumley è stato così importante per il noir americano?

Perché ha portato Chandler alle estreme conseguenze e non ha avuto paura di riscriverne i romanzi, smitizzando la figura del detective senza macchia e senza paura.

James Crumley diceva che “lo scrittore mediocre copia mentre quello bravo ruba”. Quanto conta leggere e studiare i classici del genere per acquisire gli strumenti per diventare un autore, insomma quanto conta il mestiere e quanto il talento?

Tutti gli autori di cui abbiamo parlato avevano (e hanno) uno smisurato talento, ma anche un mestiere acquisito con gli anni. Crumley ha pubblicato relativamente poco, ma ha scritto e gettato via almeno dieci volte tanto. Leonard è nato con uno straordinario talento di storyteller, ma l’ha affinato con un duro lavoro quotidiano che continua tutt’oggi, alla bella età di 84 anni.

Victor Gischler, Patrick Quinlan, Duane Swierczynski, Charlie Huston: sono loro la new wave del noir americano?

Direi di sì, aggiungendo per esempio il Charlie Newton di “Calumet City”e il Will Beall di“L.A. Rex”, più molti altri che ancora devono dimostrare la tenuta sulla lunga distanza.

Quali sono le tue prossime traduzioni in uscita? Facci qualche anticipazione…

“Vedi di non morire” di Josh Bazell e “Killshot” di Elmore Leonard (entrambi per Stile Libero), “City Hall” di Robert Rotenberg (Giano) e “Swan Peak” di James Lee Burke (Fanucci). Poi, c’è molto altro in pentola, a cominciare dalla nuova edizione di “Corri uomo corri” di Chester Himes (Meridiano Zero).

La next big thing in Italia per il noir secondo Luca Conti?

Per quanto riguarda gli autori? Josh Bazell, senza alcun dubbio. Se il suo secondo romanzo sarà al livello del primo, credo che Bazell possa marchiare a fuoco i prossimi anni.

Fra poco Joe Lansdale sarà in Italia per presentare il nuovo romanzo “Sotto un cielo cremisi” in uscita per Fanucci. Traduzione di Luca Conti, of course. Com’è questa nuova avventura di Hap e Leonard?

Secondo me – e qui parlo da lettore – una delle migliori. “Capitani oltraggiosi” mi aveva deluso un po’. Questa, invece, è scoppiettante.

Speriamo che Sugarpulp ti piaccia, che idea te ne sei fatto?

La vedo come un’iniziativa importante, soprattutto se avrete la tenacia di resistere.

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