Intervista a Marco Vichi

Intervista a Marco Vichi

Marco Vichi, fiorentino classe 1957, vive oggi nella campagna del Chianti, in una grande casa davanti a un oliveto. Una vita all’insegna della letteratura e della natura: legge, scrive, produce olio e partecipo alla raccolta, coltiva peperoncini, ha un cagnolino e diversi gatti (una gattina è la stessa di Morte a Firenze).

Le sue attività collegate alla scrittura sono molteplici: oltre a essere uno dei più significativi autori nostrani, tiene laboratori di scrittura in varie città italiane e presso il corso di laurea in Media e Giornalismo dell’Università di Firenze. Collabora inoltre alla stesura di sceneggiature, cura antologie di letteratura, scrive su quotidiani e riviste nazionali.

Ha pubblicato numerosi libri, editi quasi tutti da Guanda. Nel 2002, con il romanzo Il Commissario Bordelli, ha fatto la sua prima apparizione il protagonista di una serie di polizieschi ambientati nella Firenze degli anni sessanta.

I suoi romanzi sono stati insigniti di diversi riconoscimenti: nel 2004 ha vinto il Premio Fedeli con Il nuovo venuto, nel 2009 ha vinto il Premio Scerbanenco e quest’anno si è aggiudicato il Premio Camaiore, entrambi con il romanzo Morte a Firenze. Nel 2010 ha pubblicato, sempre per Guanda Editore, Un tipo tranquillo.

Partiamo dal libro che nel 2010 ti è valso la vittoria del Premio Camaiore Letteratura Gialla, Morte a Firenze (Guanda, 2009) e l’anno prima il Premio Scerbanenco. Cosa significa ricevere un premio letterario?

Credo che abbia qualcosa a che fare con il desiderio infantile di sentirsi dire: Bravo!

Leggendo le storie del commissario Bordelli sia ha l’impressione che questo personaggio, e con esso l’autore, scindano il senso di giustizia individuale dalla Legge vigente e li ritengano in alcuni casi inconciliabili. È così?

In effetti il commissario ha una sua etica personale molto ben fondata e per lui ben chiara, e questo a volte lo porta necessariamente a mettersi in contrasto con la morale della Legge istituzionale. I prodotti dell’ingiustizia umana non possono essere regolamentati con giustizia, è l’uomo che deve colmare questa lacuna, e Bordelli e uno di questi uomini.

Un tipo tranquillo è uscito il 28 maggio 2010, sempre per Guanda Editore, ed ha come protagonista un individuo apparentemente tranquillo, come dice il titolo, ordinario perfino nel nome: Mario Rossi. Una delle tematiche è l’insoddisfazione, che scorre come una sorta di accidia rabbiosa. Quanto le aspettative mancate concorrono alla costruzione del male insito in ciascuno?

Ho sempre pensato che gli individui più “pericolosi” (per se stessi e per gli altri), siano quelli che cercano di essere ciò che non sono. Ci si avvicina a una sorta di serenità (si fa per dire) quando si capisce chi si è e lo si accetta. Ma non è detto che questo genere di “distanza” da se stessi si trasformi per forza in una malattia capace di uccidere. Può anche rimanere un male che disturba il mondo senza però arrivare a gesti definitivi.

Cos’è secondo te il male?

Egoismo, egotismo, narcisismo. Insomma l’incapacità di considerare tutto ciò che non è “se stessi”. Canetti, nel suo bellissimo e fulmineo saggio “Potere e sopravvivenza”, (che dà il titolo alla raccolta di brevi saggi), conclude dicendo che il sogno inconscio di ogni dittatore – per me incarnazione del Male – è quello di rimanere l’unico sopravvissuto sulla terra. E tutti, ogni giorno, siamo un po’ dittatori. È solo una questione di “dosi”, in ognuno di noi ci sono molecole di Hitler, del Caudillo Franco, di Mussolini, di Pinochet e tutti gli altri simpatici signori che hanno seminato morte e distruzione a causa della loro malattia.

Uscirà prossimamente un graphic di un racconto già uscito intitolato “Morto due volte”. Com’è stata questa sinergia tra arte narrativa e visiva?

Molto divertente, devo dire. Ho dovuto anche visionare le tavole e dare indicazioni per correggere l’aspetto fisico del commissario Bordelli, che volevo somigliasse a Lino Ventura.

Hai dichiarato di aver sentito il richiamo della scrittura fin da bambino e la tua vita si è sempre svolta all’insegna della stessa. Com’è oggi, vivere da scrittore, in Italia?

Oggi è meglio di qualche decennio fa. Gli editori italiani, che fino all’inizio degli anni ’90 andavano a rifornirsi quasi esclusivamente all’estero (a parte per i romanzi degli autori ormai affermati), da quel momento in poi hanno cominciato a dragare il fiume della narrativa italiana, e oggi sono tutti a caccia di esordienti che facciano il botto, come spesso è accaduto.

Cos’è per te la scrittura? Sintetizzala in cinque parole.

Lo dico in una: Alchimia.

È stata scritta una tesi di laurea su di te e sulla tua produzione. Come ci si sente a diventare “materiale di studio universitario”?

Oh, appena te lo dicono è strano. Poi ci si abitua. Adesso c’è un’altra ragazza che vuole fare una tesi sul Vichi, e la cosa mi diverte moltissimo.

Com’è l’ambiente culturale/intellettuale? Ti ci ritrovi, partecipi ai dibattiti, lo senti stretto o calzante?

Sono fondamentalmente un isolato.

Progetti per un futuro più lontano?

Molti progetti. Romanzi. Cinema. Televisione. Musica. Voglio fare tutto. Chissà se ci riuscirò.

Ci saluti con una citazione alla “Bordelli”?

Il mondo è una latrina, ma ogni tanto è anche peggio”.

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