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Intervista a Maria Silvia Avanzato

Intervista a Maria Silvia Avanzato

Intervista a Maria Silvia Avanzato

Un’indagine tutta in famiglia, per scoprire cosa nasconde il vecchio Getulio. Odiato da tutti, cupo e tortuoso agli occhi dei nipoti, deceduto portando con sé un grande segreto. Sarà il funerale del nonno a condurre il piccolo Enea alla buia villa di Sacro Monte, e l’amico Daniele ad introdurlo alle leggende locali. Una distilleria nel cuore del bosco sembra essere il punto cardine di un’indagine, più volte rimandata, forse troppo scomoda per essere portata a termine. Un albero che è stato testimone di un terribile omicidio fa compagnia al fantasma del Beccia, che lì si aggira alla ricerca di qualcuno che possa fare giustizia. Un giallo per ragazzi che, ne sono certa, piacerà anche ai genitori. Se lo troverete sul comodino dei vostri pargoli, farete bene a non prenderlo sotto gamba…

“Ratafià per l’assassino narra, con bon ton e ironia, l’estate che farà del giovane Enea un piccolo uomo. Una storia che si snoda tra streghe e fantasmi, dicerie e veleni, in una comunità chiusa in se stessa, impaurita dal proprio passato. Una buona prova d’autore di Maria Silvia Avanzato, tra i vincitori – con questo testo – di Passi nel buio 2009, concorso letterario indetto dalla Tangram Group. Un giallo da sorseggiare con calma, proprio come un bicchierino di ratafià, liquore dolce e, a volte, mortale.

Maria Silvia Avanzato, scrittrice poliedrica e pluripremiata. Qual è il genere in cui preferisci cimentarti?

Ho fatto dei generi letterari una palestra: cerco di adattarmi quasi a tutti, è ogni volta una sfida, non è detto che dia sempre ottimi risultati, ma mi diverte molto. Naturalmente, ho anch’io le mie preferenze: il fil rouge di ciò che scrivo è quasi sempre la Seconda Guerra Mondiale con cognizione di causa, ovvero raccogliendo testimonianze di superstiti, scartabellando archivi, saggi, vecchi diari, passando molto tempo con gli anziani e aiutandoli a raccontarsi. Non sopporto chi scrive di guerra con pressappochismo, perché magari ha visto due documentari dell’Istituto Luce e ha creduto di comprendere il sentire e i meccanismi di un periodo storico in quarantacinque minuti, senza interpellare i diretti interessati. Sono molto legata anche al gotico, specie se rurale: per me, nel giallo e nel noir come nell’horror, la casa cupa e polverosa con giardino labirintico e la sospirata leggenda popolare che “tutti sanno, ma nessuno dice” sono un must.

Per alcuni versi questa avventura mi ha ricordato il bellissimo “Stand by me” di Stephen King. In entrambe le storie il protagonista deve affrontare una tragica prova di coraggio. Come nasce la storia di “Ratafià per l’assassino”?

Nasce assieme al Sacro Monte e ai racconti di due amici biellesi, Chiara Argentero e Daniele Varesano. Quando ho scoperto che in Piemonte esistono montagne “viventi”, popolate da statue a grandezza naturale, non ho avuto esitazioni: era l’ambientazione ideale per un libro. Fra quelle sculture, specie di notte, avrei potuto nascondere qualunque cosa: streghe, assassini e ragazzini troppo curiosi. Il Ratafià, invece, mi ha portata indietro con la memoria, a un’epoca di bicchierini di vetro e digestivi leggeri: mi è sembrato romantico e demodé, binomio che mi affascina molto.

Il tuo libro riporta una dedica speciale: “Un pensiero a tutti i nonni del mondo”. Puoi spiegarci questa tua premura?

A prescindere dal pensiero per mia nonna, che molti anni fa mi insegnò a leggere e poi decise di instillare in me il prodigioso amore per la scrittura, vuole essere un invito universale a non lasciare sole le persone anziane. Nel caso di Getulio, il nonno di Ratafià, seppure per cause molto romanzate, viene messa in luce una solitudine e un’emarginazione, frutto di anni di dialoghi negati. Ecco perché ritengo che, nella realtà come nel romanzo, un nipote con buon cuore e sale in zucca possa fare la differenza.

Sei una scrittrice Bolognese, la tua città è terreno fertile per molti romanzi. Quanto incidono le tue radici sui tuoi scritti?

Bologna è letterariamente inflazionata. E’ la mia città e ne riconosco il fascino antico, ma non mi interessa nemmeno la metà di quanto mi interessino i bolognesi stessi. Io amo la mia gente: ricerco il dialetto, le cadenze, i rumori del centro, il chiasso, gli odori di Via Clavature con i salami in vetrina, come dice Guccini. Questa mentalità bolognese, un po’ sbruffona e un po’casereccia è tutto ciò che c’è da sapere su Bologna. E poi, più di ogni altra cosa, amo la ruralità del bolognese: i paeselli con le sdaure (anziane signore ndr), le processioni, le sagre, le antipatie territoriali, gli zuccherini con l’anice e il fascino misterioso dei colli, il simbolo della “città verde” sopra la “città rossa”. Uno spazio particolare, nella mia narrazione come nel mio cuore, è per Montesole e Casaglia, i nostri sperduti ed emozionanti luoghi della memoria

Mi ha incuriosito la tua vittoria al “Panchina 2009”, dove ti sei dimostrata un talentuoso paroliere con la canzone “Scrittore”. Quali altri talenti nascondi?

Ho preso lezioni di chitarra private per tutta l’infanzia, poi una corda mi è saltata in mezzo agli occhi e ho smesso. Sono totalmente negata per il disegno. No, l’unico talento è quello di inventarmi storie. Se poi, come nel caso del Panchina, c’è una bella musica su cui adattarle, lo faccio ancora più volentieri.

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