Intervista a Marilù Oliva

Intervista a Marilù Oliva a cura di Cristina Daminelli per Sugarpulp Magazine.

Marilù Oliva, creatrice dell’indimenticabile personaggio della Guerrera, autrice di talento oltre che donna di estrema sensibilità e competenza, è una vecchia amica di Sugarpulp. La sua ultima fatica si intitola “Nessuna più”, antologia di racconti contro il femminicidio, che ha visto la partecipazione di ben quaranta fra autrici ed autori, e di cui Marilù è stata sia curatrice che autrice di un racconto.

Iniziamo dalla “genesi”: da chi e come è nata l’idea per questa antologia?

È da tempo che mi occupo della questione ma, nello specifico, l’idea si è concretizzata progetto in un pomeriggio, dopo l’ennesima notizia di femminicidio. Ho spedito la proposta ad Elliot che ha aderito senza esitare.

“Nessuna più” è una raccolta di ben 40 racconti inediti di autori italiani, alcuni ben diversi fra loro per stile ed esperienza. Come si è sviluppato il contatto con tutti questi scrittori? Sono stati scelti in base a delle caratteristiche specifiche?

Ho coinvolto autori che mi avevano colpito per la forza della loro scrittura ma soprattutto per la loro capacità empatica. Ciò non significa che non stimi gli autori non coinvolti, ci mancherebbe! Avevo il limite di 40 nomi e non ho potuto includere tutti quelli che avrei voluto: ho cercato anche di selezionare coloro che mi erano sembrati in qualche modo sensibili all’argomento.

Sono stati posti dei limiti particolari agli autori nella stesura del proprio scritto? C’è stato un iter specifico di ricerca e informazione sull’argomento?

Tutti noi quaranta ci siamo documentati approfonditamente. Il racconto è inventato, ma, come spunto, prende comunque avvio dalla realtà. La consegna prevedeva un elaborato di 10.000 caratteri, richiesta sulla quale siamo stati molto elastici: Loriano Macchiavelli, ad esempio, ci ha regalato un bellissimo racconto lungo il doppio del previsto.

Puoi parlarci di Telefono Rosa Onlus? Qual è il legame che ti ha portato a scrivere un libro in favore di questa associazione? Ci sono dei benefici che Telefono Rosa, e chi ne fa parte, ha trasmesso a te e agli altri autori?

Telefono Rosa è un’associazione senza scopo di lucro che va avanti grazie al lavoro operoso dei volontari. Offrono tanti servizi alle donne che subiscono qualsiasi forma di violenza: call center, sostegno, forniscono consulenze, coordinano case di accoglienza e molte altre attività che prevedono un contatto costante con situazioni di estremo dolore. Sul loro sito potete trovare tutte le info. Il contatto è merito dell’editore: Elliot è molto sensibile a queste tematiche e già in passato aveva collaborato con Telefono Rosa.

C’è qualche motivo particolare che vi ha portato a pubblicare con Elliot?

È l’editore con cui è stata pubblicata la mia saga della Guerrera e con loro mi sono trovata benissimo. Sono persone appassionate e serie, grandi professionisti che non trascurano il lato umano.

In veste di curatrice che cosa ti sei prefissata nel tuo lavoro? Quali sono state le maggiori preoccupazioni e cosa ti ha dato più soddisfazione alla fine di questo percorso?

Il mio primo scopo, come curatrice, è stato quello di realizzare un ottimo libro, lontano da toni sensazionalistici. Credo di esserci riuscita e non per merito mio: i singoli contributi sono di alta qualità. La più grande preoccupazione è stata non rispettare i tempi (credo che questo sia il demone di ogni curatore) e la più grande soddisfazione è, adesso, vedere quanta gente sia interessata all’antologia: sintomo, questo, di un più esteso interesse per il problema. La cosa mi rincuora e mi fa sentire in buona compagnia.

E in veste di scrittrice del tuo racconto “Io sono la Chiesa”?

Ho cercato di restituire al lettore le sensazioni terrificanti di un fatto orribile: il ritrovamento nel sottotetto di una chiesa del cadavere di una ragazza, ritrovamento avvenuto diciassette anni dopo la sua scomparsa. Ho scelto il punto di vista neutrale – quasi gelido, direi – di un edificio – la chiesa, senza ulteriori implicazioni religiose. È l’edificio che parla e racconta quello che ha visto il giorno della scomparsa e del rinvenimento delle ossa.

Roberta Bruzzone è criminologa e ambasciatrice di Telefono Rosa, che ruolo ha avuto nella stesura di questa antologia?

Lei era la persona giusta per scrivere la prefazione: un’eccellente criminologa con un curriculum da brivido, ha seguito alcuni dei casi più scottanti, ma soprattutto è una persona di una delicatezza e di una sensibilità straordinarie. Sono onorata che ci sia anche la sua firma in questo libro.

Sia nella tua introduzione che nella prefazione di Roberta Bruzzone si insiste molto sull’errore nel semplificare l’efferato omicidio di una donna utilizzando espressioni come “delitto passionale” o “raptus di gelosia”. 
Perché si tratta effettivamente di locuzioni errate? Il delitto passionale esiste o si tratta di un semplice espediente giornalistico per romanzare un fatto di cronaca?

“Delitto passionale” è una locuzione illogica anche nelle pretese di ossimoro. Sarebbe meglio utilizzare con attenzione le parole, restituendo loro i significati profondi. L’aggettivo “passionale” può recare in sé le ombre della distruzione, certo, ma solo se autoriferite. La passione può divorare chi la prova, ma non può ritorcersi contro l’oggetto del tormento. Essendo in stretto contatto con altri lessemi quali “amore”, “coinvolgimento”, “passionale” non può essere avvicinato alla parola “delitto”, perché allora – per una serie di accostamenti immediati – significherebbe che l’omicidio è stato provocato dall’amore e non è così. Chi uccide la propria donna non la ama: ama sé stesso in maniera smodata, semmai, e non è capace di rielaborare il proprio egoismo e la smania di possesso. Quindi vi prego, giornalisti: non usate più queste espressioni. Facciamo in modo che siano destinate ad autodistruggersi nei prossimi dieci secondi.

Che cosa ne pensi di chi sostiene che la questione della violenza sulle donne sia ultimamente così attuale da essere addirittura di moda? Credi che esistano metodi “negativi” di comunicare questa tematica?

Il rischio che diventi una moda c’è, eccome. È facile capire le intenzioni: basta conoscere la destinazione finale e il modo in cui si tratta l’argomento. In alcuni programmi l’istigazione forzata al pathos è indice di fastidiosi tentativi di spettacolarizzazione. È interessante osservare come se ne parli, a volte. Si pone l’accento sul carnefice anche a livello iconografico, tant’è che le vittime spesso non compaiono nemmeno in foto o comunque non ricevono – a livello d’immagine – tanta visibilità quanto l’esecutore e la quantità di spazio loro accordata è direttamente proporzionale all’avvenenza, della serie: più sei attraente più apparirai. O, peggio ancora, si sentono frasi del tipo: “Ma che peccato, la moglie uccisa… era così bella”. Cosa significa? Forse che è peggio se una bella donna viene uccisa, mentre la vita vale meno per chi è connotata da un aspetto poco appariscente?

Con femminicidio si intende qualsiasi violenza perpetrata ai danni delle donne, sia di carattere fisico che psicologico e in ambito sia pubblico che privato. 
Prima di arrivare all’atto estremo dell’omicidio, presente in quasi tutti i racconti della raccolta, credo che ci sia anche la grave abitudine a minimizzare certe condotte misogine, compresi i messaggi di estrema violenza che si possono ricevere su internet e nei vari social network, e dai quali è bene prendere le distanze il prima possibile.

Minimizzare può essere spesso letale e purtroppo, come è stato sottolineato in più di un racconto, è proprio l’autorità a cui ci si rivolge a commettere questo errore. Credi sia dovuto anche al fatto che la maggior parte delle volte questa autorità è rappresentata da uomini? Che passi deve compiere una donna per poter essere davvero tutelata? A chi rivolgersi? Penso che una semplice denuncia (verso ignoti o verso qualcuno in particolare) sia quasi sempre insufficiente..

Purtroppo molti casi di cronaca hanno dimostrato che gli allarmi pregressi sono stati quasi sempre ignorati né le denunce sono state sufficienti ad evitare il peggio. Da un lato non esistono misure concrete per contrastare lo stalking, manca inoltre una legislazione che protegga completamente le potenziali vittime, dall’altro si tende a giustificare, accettare, lasciar correre. A volte sono le stesse donne che, sperando in un impossibile miglioramento della situazione, tendono a tenersi dentro il dolore e a nascondere gli ematomi delle percosse. Altre volte – non sempre, ma è successo – capita che forze dell’ordine minimizzino o che i servizi sociali non forniscano i dovuti supporti. Non voglio poi entrare nel discorso “mamme dei carnefici”, le quali – difendendo i loro figli ad oltranza – non fanno altro che suggellare negli assassini la malsana idea di trovarsi dalla parte del giusto o dell’innocenza. Queste madri non immaginano quanti danni arrechino ai loro figli e quanto precludano loro una serena vita socio-affettiva.

La legge dovrebbe essere modificata a tutela delle vittime, senza dubbio. Nel frattempo il consiglio è parlarne. Parlarne, confidarsi, denunciare. E chi è a conoscenza di violenze – amici, parenti, vicini – non faccia finta di niente. So che non è facile e che la tendenza, nella nostra società, è: ognuno si faccia i fatti proprio. Ma anche chi ignora, in qualche modo, contribuisce al femminicidio.

Trovo che etichettare qualcuno come “femminista” sia un’abitudine ormai un po’ anacronistica. Non riesco a catalogare una persona in questo modo solo perché ha la giusta forma mentale per pensare che una donna debba avere pari dignità e diritti di un uomo. Lo vedo come un etichettare ciò che in realtà dovrebbe essere la normalità. Tu che cosa ne pensi? Chi sono i/le femministe oggi? Ti senti o ti reputi femminista?

Come hai giustamente anticipato, il femminismo oggi non esiste più e non ha senso parlarne per etichettare chi difende i diritti delle donne. Storicamente è stata una parentesi necessaria e indispensabile perché le condizioni femminili acquisissero maggiore dignità e parità. Nel passato si sono fatti passi da gigante, a costo di perdite e sacrifici, basti pensare alle suffragette che hanno perso la vita ma han contribuito a far sì che noi acquisissimo diritto di voto (Emmeline Pankhurst, ad esempio).

Oggi la sensazione è che stiamo facendo passi indietro, forse anche per colpa dell’oggettivazione del corpo femminile, per la quale peraltro il CEDAW (Comitato per l’implementazione della Convenzione per l’eliminazione di ogni discriminazione sulle donne) ci ha tirato le orecchie anche in relazione al fenomeno del femminicidio.

Nella maggior parte dei casi una donna subisce violenza da un uomo facente parte della sua sfera personale: il coniuge, il genitore, un collega, un ex marito.  Persone con cui si condivideva la vita o un pezzo di essa. Viene quasi spontaneo non fidarsi più del genere maschile! Che cosa ne pensi? Educazione e prevenzione bastano oppure una persona nasce violenta e ci resta?

Non bisogna piegare la testa o rassegnarsi al pessimismo. Io mi fido del genere maschile, anche perché ho a che fare con uomini davvero in gamba (uno l’ho sposato, diciassette li ho coinvolti nell’antologia e molti altri sono in giro per il mondo, tanti nemmeno li conosciamo, ma esistono tanti uomini liberi dentro, non maschilisti, che credono nelle pari opportunità e che non si lasciano ottundere da mentalità conservatrici). Contro la violenza non credo nella repressione come strategia: prevenzione, cultura quindi, educazione all´altro, al rispetto, all’uguaglianza, pazienza coi tanti che negano. Messaggi maschilisti piú o meno obliqui si nascondono ovunque e la prassi per molti, purtroppo, é negare: basta una pubblicità, una barzelletta. Il primo passo per combattere ogni ingiustizia, comunque, é ammetterla.

Sei autrice di ben tre romanzi (Tu la pagaràs!, Fuego e Mala Suerte editi da Elliot) che vedono per protagonista proprio una donna: Elisa Guerra alias la Guerrera. 
Una protagonista non priva di difetti, particolare ma umana e, come si può intuire dal nome, guerriera sì ma con estrema femminilità. Anche nei tuoi romanzi porti avanti un discorso di violenza contro le donne?

Sì, e scorre nell’intera trilogia come un climax ascendente. Nel primo romanzo ho trattato la violenza che le donne si auto-infliggono per assecondare i parametri mediatici di bellezza e giovinezza: a cosa devono rinunciare? Che tipo di disagio sociale vivono? In “Fuego” sono entrata nel vivo della tematica, attraverso un discorso di sfruttamento della prostituzione con l’inganno, e in “Mala Suerte” è esplosa la brutalità della violenza carnale del branco, messa in atto – come sempre accade – nei confronti di una ragazza più debole.

Infine qual è per te il fine ultimo del libro “Nessuna più”? Quale effetto ti auguri che abbia su chi lo leggerà?

Io spero due cose: che al Telefono Rosa arrivino altri fondi per continuare a portare avanti le belle attività a sostegno delle donne e soprattutto spero che il libro possa arrivare anche nelle mani di qualche indeciso o di qualcuna che ha bisogno di aiuto: chissà che, leggendo le nostre storie, si senta meno sola o si armi del coraggio di reagire, chiedere aiuto, scappare via mettendo in salvo sé e i propri figli. Perché poi, ricordiamolo, nel dramma del femminicidio, le prime vittime sono i bambini che perdono la mamma e che spesso, purtroppo, assistono alla sua esecuzione.

Grazie Marilù per il tuo tempo e per la cura che hai messo in questo libro molto prezioso!

Grazie a te per le belle domande e a Sugarpulp per l’attenzione.

Un’intervista su un argomento tanto vasto e complesso poteva proseguire per altre dieci domande. 
Preferiamo invece concluderla con un intervento extra di tre autori che hanno fatto parte di questo importante progetto: Maurizio de Giovanni, Gianluca Morozzi e Matteo Strukul. 
Un contributo fondamentale anche dall’altra metà del cielo.

Maurizio de Giovanni (autore del racconto “Le voci dal muro”)
:

“La scrittura e la lettura hanno un senso: il luogo dove si incontrano. Allontanano, portano altrove e fanno riflettere. Quando si torna, poi, alla realtà, si portano indietro dei ricordi della lettura, del posto dove si è incontrata la scrittura: una piccola cicatrice sull’anima, qualcosa che ci renda un po’, solo un po’, diversi da come si era prima di leggere. Il progetto di Marilù mi ha coinvolto immediatamente: ha dato corpo a un urlo che sentivo dentro, che aumentava ogni volta che mi imbattevo in quest’assurdità che è la violenza omicida sulle donne; uno squarcio irreparabile, l’offesa estrema verso una delle cose più belle che un uomo possa incontrare sulla propria strada, e cioè l’amore. Ho cercato di leggere, spostando il mio punto di osservazione all’interno, uno dei tanti delitti contro le donne di cui si ha costantemente notizia, e mi sono affacciato su un panorama di orrore senza limiti. Sono felice di averlo fatto, anche se per la mia anima è stata dura. Spero che questa cosa possa essere, anche poco, utile; darebbe un senso al dolore.

Gianluca Morozzi (autore del racconto “L’inimmaginabile”):

Mi sono posto di fronte alla questione con molto pudore e molto rispetto per la tragedia intorno alla quale costruivo il mio racconto. E come spesso capita, quando cerchi uno spunto, quello arriva da una direzione inaspettata: in questo caso, da un’amica madre di due figlie che mi ha parlato di cosa significa essere genitori, spiegandolo a me che non lo sono. E da qui ho innestato un’identificazione il più possibile rispettosa con un padre che vede una figlia partire per un’esperienza bella, utile e divertente e se la ritrova vittima di un orribile fatto di cronaca. Qualcosa che in realtà non si può neanche immaginare se non capita davvero: l’inimmaginabile, appunto.

Matteo Strukul (autore del racconto “Parole per i codardi”):

Per me è stato molto importante anche perchè da un certo punto di vista è stato quasi una conseguenza naturale, una rima obbligata rispetto al mio recente romanzo – “Regina nera” – che tratta appunto il tema della cultura della sopraffazione da parte dell’uomo nei confronti della donna in questo sciagurato Paese. Ho accettato con entusiasmo perchè l’antologia è curata da Marilù Oliva, un’autrice che stimo infinitamente per la sua bravura, intelligenza, coraggio e sensibilità. Un progetto come questo è frutto della generosità arrembante con cui Marilù affronta battaglie di civiltà. Confesso che provare a raccontare il femminicidio con un punto di vista maschile è stato paradossalmente difficile per me che ho scelto da sempre un’eroina per i miei romanzi. Non solo, il partire da un fatto realmente accaduto ha imposto misure e attenzioni a dir poco cruciali. Penso che sia stato un progetto pulito, netto, chiaro, di qualità, con autori coinvolti che apprezzo immensamente fra questi Maurizio de Giovanni, Francesca Bertuzzi, Lorenza Ghinelli, Laura Liberale. Credo che gli uomini oggi più che mai debbano prendere posizione, dobbiamo rompere la crosta del silenzio, far sentire alle donne che ci siamo anche noi, non lasciarle sole, guai a farlo. Per me, almeno, sarebbe un errore imperdonabile.

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