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Intervista a Monica Zornetta

Intervista a Monica Zornetta a cura di Giacomo Brunoro per Sugarpulp

Monica Zornetta con i suoi libri indaga da anni tra le pieghe oscure del Nord Est, dalla storia di Felice Maniero e della Mala del Brenta alle vicende del terrorismo nero e rosso che ha incendiato il Veneto (e non solo) per lunghi anni.

Nel suo ultimo lavoro Monica ha affrontato uno dei casi più enigmatici per quanto riguarda la cronaca nera italiana, e cioè il caso Ludwig. Stiamo parlando di una serie di delitti che non ha eguali per ferocia e spietatezza, un vero e proprio bagno di sangue che ha causato più di venti morti e sui cui tutt’ora aleggia un’ombra di mistero.

Ludwig – Storie di fuoco, sangue, follia (Dalai Editore, 303 pp) è davvero un ottimo libro-inchiesta, che cattura il lettore e che si smarca dalle solite verità pre-confezionate che siamo abituati a sentire quando si affrontano argomenti di questo tipo.

Ho approfittato dell’uscita del libro per scambiare quattro chiacchiere con Monica sul caso ma anche sulle epopee criminali che hanno caratterizzato il Nord Est e la loro “rimozione” dalla memoria collettiva.

L’interivsta

Ciao Monica, dopo aver analizzato così a fondo il caso che idea ti sei fatta: sono stati davvero solo Abel e Furlan i responsabili di Ludwig? Anche tu parli del misterioso terzo uomo, ma ci sono giornalisti come Gianni Cantù che sostengono addirittura di sapere con certezza di chi si tratti…

Secondo me non sono stati solo loro. L’esclusiva responsabilità di Wolfgang Abel e Marco Furlan nei delitti appare poco convincente e sostengo questo perché in alcuni casi sui luoghi dei crimini sono state notate più persone. Penso a Monte Berico, al cinema Eros a Milano. Nel caso della discoteca Melamara a Castiglione delle Stiviere, che è poi il luogo dove sono stati arrestati, è assai poco convincente la verità raccontata dai due, quella relativa cioè a un’azione compiuta senza aiuti esterni. Non è credibile che i due ragazzi abbiano percorso sette chilometri a piedi, d’inverno, lungo una strada trafficata e con, in mano, le taniche piene di benzina.  Anche Gianni Cantù, il cronista di “nera” che ha seguito passo passo la vicenda per conto de L’Arena di Verona e che ho incontrato, è convinto che non possano essere stati solo loro. Anche a me ha detto di conoscere il nome di uno dei presunti complici.. una persona che a tutt’oggi gli capita di incontrare a Verona.

Ammesso e non concesso che ci sia stato un terzo uomo o che Ludwig fosse ramificato con addirittura più persone coinvolte, com’è possibile spiegare l’ostinato silenzio di Aberl e Furlan?

Assodato che stiamo parlando di due persone di notevole intelligenza (quanto meno logico-razionale), probabilmente il loro ostinato silenzio è spiegabile con una scelta dettata dall’opportunità. Parlare potrebbe portare al coinvolgimento nella vicenda di altre persone e ciò farebbe scattare l’ipotesi di un’associazione per delinquere. Questa cosa prevederebbe una ulteriore pena da scontare ma, e soprattutto, l’impossibilità di godere di determinati benefici carcerari.

Hai avuto modo di parlare a lungo con Wolfgang Abel, il personaggio che personalmente ha più colpito in questa macabra vicenda, che impressione ti ha fatto?

Senza dubbio posso dire che mi ha inquietata. Wolfgang è una persona simpatica, con cui è possibile parlare di molte cose. È tranquillo, posato, gentile e disponibile. Non sono una psichiatra nè una criminologa tuttavia sotto questa sua “linearità” mi è sembrato di intravedere una sorta di corto circuito. Quasi sicuramente di natura emotiva. Wolfgang spiazza. Non ha il volto del mostro ma quello di un uomo ancora piacente, a dispetto dei 23 anni trascorsi in carcere.

Un episodio molto difficile da inquadrare è il periodo di latitanza di Furlan…

Quella vicenda secondo me fa da “spartiacque” perché a scappare è stato solo il veronese Furlan all’insaputa del “tedesco” Abel. Chi ha aiutato Marco Furlan a raggiungere la Grecia? e perchè proprio la Grecia? Il Paese ellenico in quegli anni si era da poco lasciato alle spalle il terribile governo dei Colonnelli (la Giunta), che negli anni precedenti aveva offerto rifugio e protezione a molti esponenti dell’estrema destra occidentale ( e perciò anche italiana e veneta). Non è da sottovalutare poi il fatto che i due legali di Furlan – Piero Longo e il suo allora allievo Nicolò Ghedini – , al tempo contigui ad ambienti “neri”, in occasione delle periodiche interviste che concedevano ai giornalisti, insistessero nel far accreditare la tesi della morte del loro assistito.

Come spieghi il fatto che la storia di Ludwig sia in un certo modo “dissociata” dal tessuto sociale di quegli anni? Il Veneto di quel periodo era molto agitato da terrorismo rosso e nero, ma la storia di Ludwig va al di là delle forme di violenza extraparlamentare. Il carattere politico di Ludwig infatti mi sembra quasi marginale dato che siamo di fronte ad una violenza “religiosa”, se mi passi il termine. Non c’è nessun programma politico sensato ma una violenza distruttiva alla Arancia Meccanica condita da proclami deliranti di stampo ideologico e religioso appunto (non per nulla nelle rivendicazioni il nazismo viene definito “la nostra fede”).

Erano anni, quelli, in cui il terrorismo rosso e nero imperava. Erano gli anni della guerra fredda e, in Italia, della strategia della tensione  Ricordo che stiamo parlando di un periodo che va dal 1977 al 1984. L’attenzione della politica e dei media era tutta rivolta però al terrorismo “rosso”, autore di azioni eclatanti come –  per restare su Verona – il sequestro del generale americano di corpo d’armata Dozier. Il terrorismo “nero”, invece, funzionale alla lotta politica al comunismo, veniva sottaciuto. La coppia criminale formata da Abel e Furlan è stata considerata la sola responsabile dei delitti firmati Ludwig ma, se al tempo le indagini fossero riuscite a dimostrare l’esistenza di una organizzazione (legata a Ordine nuovo, per esempio), le cose avrebbero preso un’altra piega.

Il processo Ludwig è a mio avviso un processo indiziario (caso Melamara a parte): di fatto gli inquirenti avevano in mano tanto indizi ma nessuna prova e se non ci fosse stata la perizia calligrafica unita all’esame ESDA sui fogli rinvenuti a Monaco sarebbe stato impossible collegare Abel e Furlan alla scia di sangue di Ludwig. Un processo di questo tipo negli USA si sarebbe concluso quasi sicuramente con una assoluzione dato che, appunto, di prove certe non c’erano: che ne pensi a proposito?

Non sono d’accordo su questo punto. I fogli, contenenti i testi di alcune rivendicazioni degli omicidi, sono stati trovati a casa loro, a Verona e a Monaco di Baviera, non altrove. Possiamo obiettare che si tratti di false prove, ma non possiamo non considerarle. E la sentenza stessa, che attribuisce la responsabilità a Marco Furlan e a Wolfgang Abel dei delitti firmati Ludwig dal 1982 al 1984 (periodo a cui si riferiscono i fogli) per un totale di dieci morti, si fonda proprio su queste verità. Per i delitti precedenti, quelli che vanno dal 1977 al 1981 (cinque le persone uccise) e per le quali non sono state individuate le prove, Abel e Furlan non sono stati condannati. Sebbene tutti gli indizi raccolti portassero a loro.

Andando al di là di questo libro trovo molto interessante il tuo lavoro di raccontare il territorio veneto attraverso le grandi storie criminali che, nel caso della nostra regione, soffrono da sempre di un incredibile caso di rimozione collettiva: nessuno (o quasi) ne parla, tutti fanno finta che non sia successo nulla, si tende sempre a minimizzare. Questa è una sensazione che ho sempre provato tutte le volte che mi sono dovuto confrontare con questi temi,  è soltanto una mia impressione oppure anche tu hai avuto esperienze simili?

Credo che il tempo ci stia procurando una drammatica amnesia. la perdita della memoria, quella che l’ex magistrato Gherardo Colombo definisce “il filo che unisce passato, presente e futuro”, non riguarda solo la storia (anche criminale) veneta, ma pure quella italiana. Si minimizza per paura ma credo sia invece necessario lavorare su questo. Il nascondere la polvere sotto il tappeto, il fatto di ignorare la nostra storia, non fa bene a nessuno. Anzi. Dovremmo ricordarci ciò che nel Settecento scriveva il filosofo Giambattista Vico:“Nessun popolo può permettersi di essere ricco e ignorante per più di una generazione”.

La parte di ricerca dei tuoi libri è sempre molto approfondita ma poi ci sono molti punti in cui l’inchiesta giornalistica si fa vero e proprio racconto (anche se sempre molto fedele ai fatti): come strutturi il tuo lavoro dopo la parte di ricerca quando arriva il momento di scrivere?

La parte più complessa è senza dubbio proprio quella di trasferire in una storia, narrata, la fredda verità degli atti giudiziari. A differenza dei miei precedenti lavori, nella scrittura di Ludwig ho voluto metterci qualcosa in più. L’emozione. Solo così, secondo me, è possibile coinvolgere il lettore e farlo entrare nelle pieghe più profonde e disturbanti della vicenda.

Qui su Sugarpulp l’obiettivo è quello di raccontare il territorio attraverso generi letterari ben precisi, tu finora l’hai fatto e continui a farlo con dei libri di inchiesta giornalistica: mai fatto un pensierino alla narrativa?

Certo, e con Ludwig ritengo di essermi avvicinata. sento ormai forte, preponderante in me l’urgenza di discostarmi dal tipico linguaggio giornalistico, asettico, limitato e limitante, a favore di un linguaggio diverso, più evocativo, più da romanzo, sebbene assolutamente aderente ai fatti.

Su quali progetti stai lavorando per il futuro? continuerai a raccontare le storie nere del nostro territorio?

Sì, ma non solo. Sto lavorando a un capitolo che riguarda il nostro territorio (non dal punto di vista criminale ma socio-politico) per un libro collettivo sul 1992 che uscirà l’anno prossimo, in occasione del ventennale delle stragi di mafia, per l’editore Castelvecchi. Poi, insieme ad un comitato scientifico composto da studiosi, professori universitari e ricercatori, componenti della commissione antimafia e altri giornalisti, sto lavorando a un dizionario enciclopedico sulla mafia e sull’antimafia che uscirà nel 2013. Infine, ho ultimato uno studio sul linguaggio e la comunicazione mafiosa che mi auguro possa diventare presto un nuovo libro. L’editore è molto interessato. Vedremo… Nel frattempo sto cercando ispirazione… mi guardo intorno, capto le vibrazioni che arrivano dalla realtà anche attraverso i contatti diretti con i personaggi che ho conosciuto nel corso delle mie inchieste sulla criminalità.

Grazie mille e a presto!

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