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Intervista a Paolo Roversi

Intervista a Paolo Roversi

Paolo Roversi (29 marzo 1975 Suzzara –Mantova) è uno scrittore e giornalista, vive a Milano. Ha pubblicato quattro romanzi gialli con protagonista il giornalista hacker Enrico Radeschi: Blue Tango – noir metropolitano (Stampa Alternativa, 2006), La mano sinistra del diavolo (Mursia, 2006) con cui ha vinto il Premio Camaiore di Letteratura Gialla 2007, Niente baci alla francese (Mursia,2007) e L’uomo della pianura (Mursia,2009).

Studioso di Charles Bukowski, alla sua opera ha dedicato la prima biografia italiana intitolata Scrivo racconti poi ci metto il sesso per vendere (Stampa Alternativa, 2005 nuova edizione con Castelvecchi, 2010), e Taccuino di una sbronza (Kowalski/Feltrinelli, 2008), romanzo ispirato alla vita dell’autore americano, ambientato a Milano fra il 1994 e il 2008.

Nel maggio 2010 è uscito il suo romanzo noir PesceMangiaCane (Edizioni Ambiente, collana Verdenero) dedicato al Po e al disastro ambientale seguente al riversamento del petrolio nel fiume Lambro. I suoi libri sono tradotti in Spagna e in corso di traduzione in Germania e Francia. È fondatore e direttore della rassegna dedicata al giallo e al noir NebbiaGialla Suzzara Noir Festival. Ha ideato e scritto soggetti per fiction televisive come Distretto di Polizia e dirige MilanoNera web press, un portale dedicato alla letteratura gialla. Il suo nuovo romanzo, in libreria dal 2 marzo 2011, è Milano Criminale (Rizzoli)

Il giornalista e hacker Enrico Radeschi è il protagonista di diversi tuoi romanzi, da Blue tango-noir metropolitano a L’uomo della Pianura. E’ un personaggio che hai voluto proiettare nelle ansie e nelle fragilità del mondo moderno, aggiungendo un pizzico di leggerezza. Come nasce Enrico Radeschi? Vive solo nei romanzi o è anche un tuo modo di viaggiare virtualmente tra storie, sogni e ricordi? Insomma, Radeschi risolve anche i tuoi enigmi, i tuoi virus?

In parte sì. Radeschi rappresenta la difficoltà del vivere moderno nella metropoli anche se lui trova comunque sempre il modo di sorridere, di stare bene. Le storie di cui lo rendo protagonista sono vicende che vorrei esorcizzare o comunque sviscerare più a fondo: la solitudine e l’emarginazione in Blue Tango, l’importanza della “memoria” collettiva ne La mano sinistra del diavolo, l’ecologia in Niente baci alla francese e così via.

Massimo Carlotto, nella quarta di copertina del tuo romanzo L’uomo della pianura scrive: Milano è da sempre l’università del crimine e nella magica Bassa ci sono pure gli indiani padani. Trovo bellissima l’intuizione degli “indiani padani”. Raccontaci le mitologie di questi “indiani”, le atmosfere e i colori di quei posti così spesso evocati nelle tue storie.

Volevo raccontare la Bassa, la mia terra, ieri e oggi. Una volta assomigliava molto ai romanzi di Guareschi e ai film in bianco e nero con Fernandel e Gino Cervi ma oggi è tutto cambiato. Adesso nelle stalle non ci stanno più gli italiani ma i Sihk, gli indiani padani col turbante. Da qui il desiderio di scrivere una storia che raccontasse, attraverso il noir, quello che è anche il cambiamento della nostra società.

Nel romanzo “La mano sinistra del Diavolo” troviamo ancora una volta la doppia ambientazione tra la nera Milano metrolitana e l’autoctona e sospesa bassa padana. Un doppio binario che è anche tuo, come di Radeschi. Due realtà lontane che nel romanzo si intersecano fino a sovrapporsi, componendo lo strano mosaico di una storia di ordinaria follia. Sono i fatti di cronaca nera a averti ispirato? Cosa hanno in comune le due realtà così diverse che ci presenti?

Penso rappresentino le due anime del giallo italiano: la provincia e la metropoli. Mi piace raccontare storie ambientate in entrambi i luoghi per mettermi alla prova: io milanese acquisito da ormai undici anni ma anche uomo della Bassa. La doppia ambientazione mi serve anche per evidenziarne il contrasto: la città rappresenta la velocità, la spersonalizzazione; la provincia la lentezza, un luogo dove tutti si conoscono. Ciò che li accomuna è il male, che colpisce indistintamente sia in un luogo che nell’altro con la differenza che i media, quando il dramma avviene in provincia (magari in un posto sperduto come Cogne o Avetrana) lo trasforma in un caso mediatico.

Rimanendo nella tua terra “indiana”, in “PesceMangiaCane” aggiungi nuovi sorprendenti protagonisti, Il Po, vecchio signore malato, Il Lambro e le acque dei fiumi del nord Italia. Oltre che tra le mani del serial killer di turno ci proietti in tematiche ambientali, l’ecomafia e le sue nefaste conseguenze. Disegni un percorso lungo terre e sabbie che per molti lettori riaccende antiche memorie del territorio. Quanto ha pesato la tua formazione storica per la scelta di questa storia?

Molto. Quello che mi ha influenzato ancora di più, però, è stata la mia infanzia sul Po. Quel fiume te lo porti dentro, lo ami. Io ne ho fatto il protagonista assoluto del romanzo perché volevo che tutti, anche chi non l’ha mai visto, capisse tutto il male che gli stiamo infliggendo, e che peserà sulle generazioni future.

Una domanda che ti hanno fatto molte volte, alla quale non posso comunque rinunciare, visto che condivido la tua passione. Come è entrato nella tua vita Charles Bukowski e perché è diventato uno dei protagonisti dei tuoi interessi, tanto da dedicarvi studi, saggi e biografie?

Per caso. Quando mi capitò in mano il suo primo romanzo pensavo che Bukowski fosse un russo, pensa un po’… Da lì però qualcosa è cambiato in me: direi che se oggi faccio lo scrittore lo devo a Buk. Mi ha insegnato la costanza, la forza di volontà, il non mollare mai nonostante le ovvie e innumerevoli batoste che uno scrittore agli esordi è costretto a subire.

Cerco subito di recuperare, ti propongo una domanda che invece (credo) nessuno ti ha ancora fatto. Torno per un attimo al tuo Radeschi e alla sua ormai nota vespa gialla. Puoi raccontarci un tuo viaggio su due ruote?

Era il 2000, credo. Vivevo a Nizza in Francia e mi ero fatto mandare la vespa col treno. Andai a ritirarla a Ventimiglia. C’era il diluvio universale e appena varcato il confine, a Mentone, la maledetta smise di funzionare. Sotto la pioggia battente cambiai la candela (un vespista che si rispetta ne ha sempre una di riserva sotto alla sella). Il motore riprese ad andare e, naturalmente, smise subito di piovere. Arrivare sulla promenade des anglais, però, in sella al Giallone fu una sensazione bellissima.

Dirigi il Festival Letterario NebbiaGialla e il Web Magazine Milano Nera. Il genere sembra malato di sovraesposizione di titoli e mancanza di originalità. Viste le tue esperienze dirette e i continui scambi con autori professionisti e esordienti, puoi farci un punto sulla letteratura di genere? Ci sono in Italia scenari innovativi, qualcosa che resterà nel tempo superando le mode del momento?

Il genere è sovraesposto, non ci sono dubbi. Il mio rammarico è che gli editori puntino troppo poco sugli autori italiani preferendo, ad esempio, tradurre oscuri autori scandinavi di cui, secondo me, non si sente proprio la necessità. Anzi. Se si prestasse più attenzione al fermento che c’è in Italia sono sicuro che ne trarrebbero vantaggio tutti: editori ed autori nostrani.

Dulcis in fundo, arriviamo al tuo ultimo romanzo, Milano Criminale, uscito proprio in questi giorni. Questa volta ci proietti nella epopea criminale della Milano degli anni sessanta e settanta. Niente Bassa e niente Radeschi stavolta. Siamo dunque nel mezzo tra storia e fiction. Cosa troveremo in Milano Criminale, oltre ai fatti di cronaca di quegli anni che hanno cambiato il nostro paese?

Due eroi straordinari: uno sbirro, Antonio Santi, e un bandito, Roberto Vandelli. Nel romanzo racconto la loro lotta, un duello ininterrotto, che si snoda intorno ai fatti storici di Milano fra il 1958 e il 197: dalla rapina di via Osoppo alla banda Cavallero, dal clan dei Marsigliesi al delitto della Cattolica. Un romanzo, insomma, che affonda le proprie radici nella cronaca nera dell’epoca.

Come cambia l’approccio alla storia e ai personaggi nel tuo romanzo rispetto a Romanzo Criminale di Giancarlo De Cataldo?

Non di molto credo. Entrambi, ad esempio, abbiamo scelto di cambiare i nomi dei protagonisti. Io l’ho fatto per sentirmi libero di poter far agire il miei personaggi come meglio credevo, per rendere la storia più avvincente. Mi spiego meglio: raccontando le gesta di Vallanzasca sapevo benissimo come si era svolta una certa rapina ma non potevo immaginare cosa dicesse in privato alla sua donna o ai suoi compari. Così per quei passaggi ho utilizzato la fantasia e quindi, giocoforza, il personaggio del romanzo, Roberto Vandelli, non è più Vallanzasca ma una proiezione letteraria che gli assomiglia per tanti versi. La seconda cosa che ho conservato nella narrazione – così come De Cataldo – è la fedele cronologia degli eventi e la coerenza storica: tutti gli eventi narrati sono realmente accaduti.

Sicuramente oggi le logiche sono diverse, sia storiche che politico-economiche. Cosa è rimasto della Milano rossa che hai voluto raccontare? Esiste ancora una capitale del crimine?

La Milano che racconto io è quella della fine degli anni Sessanta quando la malavita aveva un nome ben preciso: ligera. Un nome che deriva da un termine dialettale meneghino che significa “leggera” e che identificava la tipica mala dell’epoca, una sorta di malavita “romantica” che rubava per fame, non sparava e che la faceva da padrona sotto alla Madonnina. Negli anni Sessanta e primi Settanta, poi, c’erano le batterie, le bande di malviventi specializzate: chi nelle rapine alle banche, chi nei furti in villa, chi negli assalti ai portavalori… Oggi non esiste nulla di tutto questo: il crimine è in mano alle mafie che acquistano interi stabili in centro per riciclare gli introiti del narcotraffico. Non sono tipi di criminalità paragonabili. Se ieri Milano era la capitale del crimine oggi è un’immensa lavanderia di denaro sporco.

L’ultima domanda è per Sugarpulp. Cosa direbbe Radeschi del nostro movimento?

Le campagne del nordest ricordano parecchio quelle della Bassa e, anche se cambia il dialetto, la sostanza non muta di molto. Quindi strizzerebbe l’occhio al movimento, l’approverebbe e, per l’occasione, metterebbe da parte il Montenegro a beneficio di una bella grappa.

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