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Intervista a Patrick Quinlan

Una chiacchierata tra Patrick Quinlan e Matteo Strukul alla scoperta di uno dei protagonisti della new wave dell’hardboiled USA

Patrick Quinlan vive a New York, ed è uno scrittore che ha debuttato in Italia con Il costruttore di bombe, un romanzo uscito l’anno scorso per Newton Compton che unisce un ritmo mozzafiato a una storia al cardiopalma, in cui personaggi che sembrano sputati fuori da un b-movie americano danno vita ad un incrocio di inseguimenti, sparatorie, vendette e pestaggi da far impallidire i migliori autori del genere. Tutto suona fresco, irriverente, veloce e dannatamente irresistibile e quando poi scopri da dove gli escono personaggi e storie resti ancora più a bocca aperta.

Quinlan è un autore di grande successo negli Stati Uniti e in Inghilterra grazie, a una “tripla” di romanzi come Smoked (Il costruttore di bombe NdA), The Takedown”e The Drop-OffNoi di Sugarpulp crediamo che un’intervista ad un autore sia un fatto prezioso per un motivo molto semplice: consente di far capire il perché delle scelte, di un certo stile, di quello che c’è dietro all’invenzione dei protagonisti di un romanzo. Patrick Quinlan ha vuotato il sacco e per questo, oltre che per il suo talento sorprendente, gli siamo davvero grati.

L’INTERVISTA

Patrick, per favore, potresti parlarmi di quella che è stata la tua educazione, letteraria e non?

Sono cresciuto a New York, l’ultimo di cinque figli. Mia madre era un’infermiera e mio padre un insegnante. Lui aveva terribili problemi di alcolismo e morì quando ero ancora giovane, un ragazzo. Vivevamo in un quartiere abitato per la maggior parte da immigrati irlandesi, anche se i miei genitori erano nati negli Stati Uniti. I miei nonni, che abitavano in una casa a pochi isolati dalla nostra erano invece originari dell’“Isola di Smeraldo”. Stavamo in una grande bifamiliare. Anche i nostri vicini erano irlandesi e avevano otto figli. Insomma fra loro otto e noi cinque c’erano davvero un sacco di ragazzini che correvano per la casa.

Per quanto riguarda le mie influenze letterarie posso dire che molti autori sono stati per me fondamentali. Parlo di scrittori come Elmore Leonard, James Ellroy e Graham Greene. Ma magari aggiungerei anche Dean Koontz e il primo Stephen King, in particolare i suoi libri prima del 1985, romanzi che ho davvero amato molto. Più tardi al liceo mi sono fatto prendere da Hunter Thompson per un po’ e anche da Norman Mailer (in particolare “Tough Guys Don’t Dance” e “An American Dream”) e Ernest Hemingway. E poi ad esempio ho letto e riletto “Heart of Darkness” di Joseph Conrad e “The Great Gatsby” di F. Scott Fitzgerald.

Quando hai sentito che avevi passione e talento per la scrittura?

Da bambino mi piaceva disegnare cartoni animati e comporre fumetti di una ventina di pagine con storie e personaggi inventati da me. Credo di aver pensato che mi sarebbe piaciuto diventare un cartoonist ma ricordo di aver smesso quando alla scuola elementare il mio professore di educazione artistica mi disse più volte che non avevo alcun tipo di propensione o talento per una cosa del genere.

Mi piaceva anche raccontare storie alla gente. Gli altri ragazzini mi chiedevano spesso di narrare qualcuna delle mie favole quando ci stavamo annoiando, esattamente come succede al personaggio di “Stand By Me”, il romanzo di Stephen King.

Non ho realmente cominciato a scrivere prima del liceo, probabilmente avevo diciannove anni, ma non ne avevo più di ventuno quando decisi che volevo guadagnarmi da vivere proprio attraverso la scrittura. Ho lavorato per anni scrivendo articoli per giornali e riviste, e anche come copywriter.

Potresti raccontare al pubblico italiano nello spazio di poche righe la storia de Il costruttore di bombe?

Il costruttore di bombe racconta la storia di Smoke Dugan, un ex criminale abbastanza avanti negli anni, specializzato nella costruzione di bombe per conto della mafia newyorchese. Ad un certo punto però a causa di un problema con il suo capo, lo deruba, e scappa con due milioni e mezzo di dollari. Si rifugia nel Maine, cambiando identità, e conosce una ragazza giovane di cui si innamora. Ma il passato ritorna e le vecchie conoscenze verranno a cercarlo.

Parliamo per un attimo dei personaggi della storia. Cominciamo da Smoke Dugan… Come lo hai creato ed è possibile che in lui ci sia qualche aspetto di te, insomma un qualche accento autobiografico?

C’è qualcosa di me in Smoke Dugan. Quando scrissi il libro, vivevo nel Maine, dopo essere cresciuto a New York. Come Smoke, sono zoppo ad una gamba, che mi sono spezzato all’età di vent’anni. Una volta, ero solito camminare con un bastone. L’appartamento di Smoke è in tutto e per tutto ispirato a quello in cui ho vissuto per alcuni anni a New York, nel quartiere del Queens. Allora vivevo con mia moglie che era molto giovane e, malgrado io non fossi molto più vecchio di lei, lo sembravo.

Lola Bell è un personaggio femminile particolarmente interessante. È sexy ma è anche una guerriera. È stata violentata parecchi anni prima dei fatti del romanzo da uomini crudeli ed è questo il motivo per cui adesso non vuole più aver paura. Credo si tratti di un personaggio femminile abbastanza spiazzante perché quello che lei riesce ad offrire alla storia non è esattamente quello che ti aspetteresti da una donna…

Lola ha almeno in parte le caratteristiche di mia moglie, quelle che perlomeno lei aveva quando scrissi il libro. Oggi siamo separati. Nella storia Lola è una bellissima donna di colore con un passato oscuro che ha deciso di frequentare moltissimi corsi di arti marziali. Nella vita reale, mia moglie era ed è una felice donna di colore che ama la ginnastica e l’aerobica.

E poi quando stavo scrivendo il libro c’era una vecchia automobile vicino a casa mia che aveva sul paraurti un adesivo con sopra scritto, “Le ragazze ti spaccano il culo”. Mi ricordo che uscivo di casa e vedevo sempre quella scritta sull’auto, e così fra mia moglie e quell’adesivo ho “trovato” il personaggio di Lola.

Nel tuo libro sviluppi anche la figura di un killer molto particolare come Cruz. Si tratta di un personaggio che personalmente ho amato molto. È pagato per uccidere ma non vuole più farlo, è stanco, disgustato e vive una serie di contraddizioni e conflitti interiori che lo rendono agli occhi del lettore profondamente umano… che ne pensi?

Alcuni anni fa, lavoravo per un’associazione che si occupava di assistenza ai bambini. Io ero responsabile del settore pubbliche relazioni. Seguivamo ragazzi, figli di genitori con problemi di droga, detenuti in prigione o, semplicemente, senzatetto. Incontravo molti di questi bimbi. Uno di loro aveva una delle due palpebre che rimaneva sempre chiusa perchè il suo patrigno aveva tentato di cavargli l’occhio con la lama di un coltello. Il bambino non aveva perso l’occhio ma i tessuti ed i muscoli attorno erano rimasti gravemente danneggiati.

Ho sempre provato ad immaginare come sarebbe cresciuto uno di questi bambini e come sarebbe diventato. Cruz rappresenta la mia risposta a questa domanda.

In questi ultimi anni un pugno di scrittori come te, Marcus Sakey, Victor Gischler, Duane Swierczynski sta cercando di sviluppare un nuovo concetto di letteratura noir. Qualcosa che combina in modo affascinante elementi del cinema, del fumetto e poi del pulp e del noir classico. Secondo te è corretto sostenere che una nuova generazione di autori sta sviluppando un diverso stile scrittura che prende le mosse dal lavoro di Elmore Leonard e Joe R. Lansdale?

Quello che posso dire è che io e Victor abbiamo avuto a lungo lo stesso agente, e che i suoi libri mi sono davvero piaciuti un casino. Probabilmente abbiamo uno stile per certi versi simile. Abbiamo grosso modo la stessa età. Credo che alla fin fine ciascuno di noi sia fortemente influenzato dal proprio ambiente. Quindi penso di poter dire che la mia è una generazione di scrittori che è stata inevitabilmente condizionata dalla televisione, per la semplice ragione che ne abbiamo vista molta fin da bambini, e non credo di essere sicuro che si tratti di una cosa positiva, ma tant’è. Elmore Leonard non ha avuto questo problema dal momento che la Tv non esisteva quando lui era ancora un bambino. Ciò non toglie che concordo in pieno circa il fatto che come autori siamo stati influenzati da ogni genere di media a cui abbiamo avuto accesso.

Ok, volevo sapere se, rispetto al tuo stile, sei d’accordo che risente del linguaggio cinematografico e del fumetto…

Penso sia vero. Le storie nei film hanno continui salti temporali e vengono ambientate spesso in una serie di luoghi differenti e affascinanti ed è in effetti quello che cerco di fare io nei miei romanzi. E poi sia nei film che nei fumetti hai personaggi che sembrano sfuggire alle leggi fisiche e naturali, insomma sono un po’ dei supereroi. In The Takedown, il mio secondo libro, ho per protagonista un trafficante di droga che è anche un assassino che viene ucciso per ben due volte ma in un modo o nell’altro sopravvive. Lui è il cattivo ed è una specie di superuomo. Ne Il costruttore di bombe, i personaggi di Moss e Sticks sono per buona parte simili a quelli dei fumetti.

Potresti descrivermi il tuo processo creativo? Voglio dire: di solito di capita di avere un’idea forte che costituisce la base per la tua storia, che poi svilupperai pagina dopo pagina, oppure hai già una griglia, una struttura perfettamente preparata in modo che la storia è già decisa dalla a alla zeta?

Direi che ho sempre un’idea per una storia o un personaggio, ma, come dire, non ne so molto. Comincio a buttare giù qualcosa che mi viene in mente ma ad essere sinceri per me scrivere è una sorta di processo attraverso il quale tiro fuori storie e personaggi dal mio subconscio e poi mi riscopro a dire “Oh! Non lo sapevo proprio”. Spesso sono assolutamente sorpreso da quello che riesco a far uscire.

In ogni caso, quando comincio ad abbozzare un’idea, poi succede che le scene, le sequenze e i personaggi comincino ad arrivare in completa autonomia. A quel punto comincio a fare una lista di protagonisti, di scene, e ad ognuna di esse affianco un paio di frasi per descriverle, insomma in modo molto sintetico. Capita che vada avanti fino ad averne più di una cinquantina. Una volta che sono arrivato ad un numero del genere comincio a scriverle. A volte le tengo, a volte le butto via e, naturalmente, succede che quelle che mi sembrano buone ne producano poi delle altre e a quel punto vado avanti in questo modo.

Le storie che scrivo devono avere un plot forte e ben strutturato ma anche sufficientemente flessibile. Voglio dire: non c’è niente di definitivo, specie se mi capita di trovare soluzioni e colpi di scena migliori di quelli che ho usato fino a quel momento.

Come fai a catturare l’attenzione del lettore? Raccontami almeno un trucco… se ti va.

Di solito cerco di cominciare con qualcosa di veramente eccitante o terrificante esattamente alla prima pagina. Poi tento di tenere alta la tensione per le successive trecento pagine lasciando al lettore solo qualche momento di apparente relax o sollievo.

Credi sia possibile che Il costruttore di bombe possa diventare presto un film?

Be’ questo romanzo è stato interessante per l’industria cinematografica fin dal primo giorno in cui è finito sugli scaffali delle librerie. I diritti cinematografici sono stati opzionati già due volte e attualmente li detiene una compagnia di produzione di Londra. Ma quello del cinema è un mondo abbastanza strano e complicato, e al momento non ho alcuna certezza su quando il film verrà realizzato.

È possibile che la Newton Compton pubblichi in Italia anche il tuo secondo romanzo, il magnifico The Takedown?

Sarebbe meraviglioso se la Newton Compton pubblicasse tutti i miei libri in Italia. Loro hanno fatto un lavoro fantastico con “Il costruttore di bombe”. Penso che se ognuno uscisse a comprare copie del libro oltre che per sé anche per i suoi amici e per la propria famiglia e quindi il romanzo vendesse bene allora non dovremmo avere problemi a veder pubblicato presto “The Takedown” in italiano.

A che progetto stai lavorando in questi giorni?

Ho appena terminato un romanzo per il mio editore inglese. Si intitola The Hit, e racconta la storia di due cacciatori di taglie di New York che si mettono sulle tracce di uno scienziato completamente fuori di testa. Lo scienziato è evaso da un carcere di massima sicurezza, ed è stato reclutato da una gang di psicopatici che vogliono scatenare un attacco batteriologico. Tutto questo ha come sfondo un pianeta in cui l’economia è al collasso e la società allo sbando. Il libro verrà pubblicato in Inghilterra e poi in molti altri Paesi a partire da luglio 2009.

Un piccolo editore americano vorrebbe farmi scrivere un saggio che dovrebbe avere come tema e titolo qualcosa del tipo “Come scrivere storie di successo”, e probabilmente comincerò presto a lavorarci.

Come descriveresti il tuo lavoro, i tuoi libri, a un nuovo lettore?

Racconto storie piene di violenza e di situazioni divertenti e assurde, scritte con un ritmo il più possibile veloce. Il motivo è far girare le pagine. Cerco in tutti i modi di scrivere romanzi che regalino intrattenimento, emozioni e risate ad un lettore che ha deciso di investirci il suo tempo e il suo denaro.

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