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Intervista a Pedro Juan Gutierrez

Intervista a Pedro Juan Gutierrez: scrittore, poeta, pittore, artista. Ma anche intrallazzone, disperato, gigolò, giornalista, presentatore tv, uomo del sistema e poi emarginato, fallito. Un mito.

Scrittore, poeta, pittore, artista. Ma anche intrallazzone, disperato, gigolò, giornalista, presentatore tv, uomo del sistema e poi emarginato, fallito. Si potrebbe parlare a lungo delle mille vite di Pedro Juan Gutierrez, cubano dal sorriso disilluso bruciato da un rapporto di amore ed odio con La Habana.

Mille vite che entrano ed escono dai suoi libri, dalle sue poesie e dai suoi quadri. Mille vite che attraversano i suoi personaggi e le loro donne, con il sesso e una bruciante voglia di vivere che li accomuna e li segna in maniera indelebile. Difficile inquadrarlo.

Hanno parlato di lui come del Bukowski cubano, definizione che a Pedro Juan non è mai andata giù perché, a ben guardare, paragoni di questo tipo hanno davvero poco senso. Sarebbe riduttivo anche parlare di lui semplicemente come di uno scrittore cubano.

Certo, Gutierrez canta la vita decadente di Centro Habana, vera e propria città nella città, mondo in cui vigono regole ben precise, regole che non stanno scritte da nessuna parte ma che chi vive tra quelle strade conosce perfettamente. Ma Cuba è un’altra cosa.

Si, è vero, il centro delle mie narrazioni è Centro Habana. La Habana è una città magica, misteriosa: contiene diversi mondi al suo interno, come ogni città che si rispetti. In ogni caso Centro Habana è completamente differente rispetto al resto di Cuba: le gente è molto più ostile, spensierata, allegra, furba. È sempre stato così, non è certamente una cosa recente. Per me la letteratura è conflitto, antagonismo, parla di persone che vivono al limite in condizioni estreme: ecco perché Centro Habana è il mio mondo, è il centro del mio scrivere.

Antagonismo, conflitto, crisi: le pagine di Gutierrez ci parlano di esistenze in perenne stato di crisi, come nella celebre Trilogia sporca de La Habana, opera di culto del cubano maledetto. Il periodo è quello durissimo della crisi dei primi anni ’90, quando la fame si faceva sentire pesantemente per le vie de La Habana. Restavano solo il sesso e poco altro a tener vive le persone.

Erano anni in cui era facile scappare, con Castro in persona che aveva impartito ordini precisi: lasciate correre, c’è troppa crisi. Se qualche disperato cerca fortuna su un barcone diretto a Miami meglio far finta di niente. E Gutierrez, che ha avuto la possibilità e la fortuna di viaggiare in tutto il mondo (cosa non proprio semplicissima per un cubano), ha sempre voluto tornare a Cuba, a La Habana.

Il pensiero di scappare non l’ha mai sfiorato. Troppo forte il fascino di quell’isola, un fascino sensuale che emerge cattivoe prepotente dalle pagine dei suoi libri.

L’INTERVISTA

Pedro, i personaggi che racconti non fanno altro che pensare a Cuba: anche quando riescono a scappare restano ossessionati dall’idea di tornare. Tutti distrutti dalla nostalgia. Quali sono i motivi di questo magnetismo che divora tutti i cubani che se ne vanno?

Non saprei risponderti in maniera chiara, però è tutto vero: come emigranti siamo un vero disastro! Pieni di nostalgia. Credo che ci sia qualcosa di magico nel non poter abbandonare quest’isola maledetta. Un risposta definitiva alla tua domanda è praticamente impossibile, una giornata intera non basterebbe. Ad ogni modo sono convinto che la cosa migliore da fare sia viaggiare nel mondo e poi ritornare, proprio come faccio io: continuo a vivere a La Habana anzi, a Centro Habana, e ogni tanto me ne vado in Spagna. Però poi torno sempre qui.

Una scelta dura, controcorrente, che hai sempre pagato in prima persona. Hai avuto la possibilità di vedere come il mondo giudica Cuba, vivendo sulla tua pelle le mille contraddizioni di quest’isola e del suo governo. Per un cubano evitare di parlare di politica è sempre molto difficile, soprattutto in un momento come questo: credi che con Raul Castro le cose possano davvero cambiare a Cuba?

No, non credo che nessuno abbia il potere di cambiare niente. La vita è un processo dinamico che guarda sempre avanti e non si volta mai indietro. Per questo a Cuba nessuno ha paura di niente: noi cubani ogni giorno che passa ridiamo più forte, facciamo sempre più sesso e ci godiamo la vita il più possibile. Che poi sono le uniche cose sensate da fare finché uno è vivo.

Cosa ne pensi del fatto che in occidente il regime di Castro sia molto popolare in alcuni ambiti politici però poi, per larghissimi strati della popolazione, Cuba non è altro che una meta di turismo sessuale a buon mercato?

È proprio così, purtroppo questa situazione rispecchia in pieno l’ipocrisia di molti comunisti, comunisti come Picasso. Ricordo che Dalì, parlando di lui, diceva: “Picasso è comunista, nemmeno io” (Picasso es comunista, yo tampoco). A parole tutti possono essere di sinistra. Queste persone, così ipocrite ed opportuniste, mi danno molto fastidio. Nonostante tutto mi sento completamente di sinistra anche se, ormai, non mi piace più parlare di politica.

Hai ragione Pedro Juan, meglio lasciar perdere la politica. Parliamo delle tue storie: i tuoi personaggi maschili sono molto forti, amano circondarsi di donne, vivono il sesso in maniera animalesca, liberatoria, dominante. Poi però incrociano uno sguardo e, di colpo, rivelano la loro fragilità, le loro debolezze. Credo che proprio in queste figure di uomini incredibilmente fragili, in queste pagine velate di una sottile melanconia ci sia la vera forza della tua letteratura.

Bueno, in parte è logico: siamo mammiferi, non lombrichi o amebe. Siamo animali sessuati e proviamo un grande piacere nel sesso, per questo lo viviamo in maniera assolutamente naturale. L’amore invece è qualcosa di molto più selettivo, nasce quando meno te lo aspetti e in maniera estremamente rara. Per questo non vedo niente di strano nel comportamento animalesco dei miei personaggi… e nel mio, eh eh eh!

Già, perché spesso i tuoi protagonisti sono tanti Pedro Juan, con che si mescolano e si incrociano alla tua. Torna l’eterno dilemma tra vita e arte, Pedro.

Credo che siano due aspetti quasi coincidenti. Si mescolano di continuo l’uno con l’altro finché non arriva un momento in cui puoi vivere soltanto se scrivi, e devi fare uno sforzo per vivere tranquillo, senza pensare minimamente che quello che stai vivendo sulla tua pelle potresti usarlo poi per scrivere un racconto o un libro. Bisogna avere molto autocontrollo e una grande serenità nell’affrontare la vita per separarla dalla scrittura, perché come ti ho detto tendono a mischiarsi in continuazione, accidenti a loro!

Leggendo i tuoi libri ho sempre pensato che tu sia uno scrittore estremamente ironico: riesci a vedere in maniera chiara e distante il lato cinico e semplice della vita. A volte sembri quasi un Proust al contrario: il tuo stile è serrato, concreto, centri immediatamente i tuoi obiettivi e, quando uno meno se lo aspetta, la pagina esplode per una parola buttata lì che ti prende allo stomaco. In quei momenti non sai se sorridere o lasciarti andare alla malinconia, oppure fare tutte e due le cose insieme. Questa tua particolare visione della realtà credo sia proprio uno dei tuoi tratti più caratteristici e più coinvolgenti.

Nella mia vita sono sempre stato così: un po’ ribelle, scettico e forse si, anche cinico. Proprio per questo motivo ho sempre scritto in questo modo. Uno scrittore non può fare nient’altro che utilizzare la sua visione per sapere che può utilizzare tutto il materiale disponibile. E l’unico materiale a disposizione è la nostra vita, non abbiamo altro. La mia vita fisica, le mie emozioni, il mio spirito, la mia immaginazione. Uno si tira fuori tutto da dentro: devi essere disposto a spogliarti in pubblico, davanti al tuo pubblico. Forse può sembrare molto viscerale però non so scrivere in nessun altro modo. Non so vivere in nessun altro modo.

Questa dunque è la condanna di Pedro Juan, del resto ognuno di noi ha la sua. Gutierrez ha imparato a conviverci. Dopo aver provato inutilmente a combatterla per anni alla fine ha capito che non ne valeva la pena.

E allora teniamocele strette, le nostre condanne: a volte sono proprio loro che ci permettono di tirare avanti.

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