Intervista a Piergiorgio Pulixi

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Intervista a Piergiorgio Pulixi a cura di Danilo Villani per Sugarpulp MAGAZINE.

Non si corre il rischio di spoiler visto che la quarta di copertina dichiara apertamente che questo libro chiude la saga delle “pantere”. Come ci si sente nel salutare “un vecchio amico” come Biagio Mazzeo?

Gli addii fanno parte della vita. Spesso è meglio dirsi addio che vedere una relazione distrutta. Presagiamo che l’evoluzione di un rapporto sarà dolorosa, se non addirittura distruttiva, e allora preferiamo tirarci indietro, troncare i rapporti in memoria di quello di bello che è stato. Con Mazzeo è stato un po’ così. La sua serialità era per forza di cose a orologeria. Non avrebbe avuto senso continuare con tanti altri libri perché sarebbe stato come tradire il personaggio, la sua natura e il suo modo di vivere. Questa sarebbe stata una mancanza di rispetto verso il lettore.

Citando Stevenson, tutti poi prima o poi siedono a un banchetto di conseguenze. Per Mazzeo era arrivato quel momento. Il mio compito era solo quello di portargli il conto. Un conto molto salato…

Quanto devi, non solo in termini di popolarità, ad un personaggio che non rappresenta certamente un modello da imitare?

Devo tanto a lui, soprattutto come bagaglio di esperienze e insegnamenti. La saga delle pantere è stata una sorta di palestra; mi è servita per lavorare su me stesso, sulle trame, sul ritmo, sulla caratterizzazione dei personaggi; è stato come crescere aiutato dai consigli e le critiche dei lettori e degli addetti ai lavori. Con Mazzeo, soprattutto, ho capito che ogni romanzo, pur facendo parte di una serie, è un’isola a sé: una volta concluso, per quanto bene sia stato accolto, per quante recensioni positive e commenti entusiastici possa aver ricevuto, dal giorno dopo devi dimenticare tutto, riazzerare il tuo ego, e ricominciare come se fosse il tuo primo e unico romanzo, consapevole che ti stai giocando tutto, perché non ti sarà data un’altra chance. Ogni volta che finivo un romanzo di Biagio, sentivo che dovevo dare al lettore qualcosa di ancora più grande e profondo.
Scrivere è un gioco al rialzo. Non puoi fare passi indietro. Se sottovaluti l’aspetto della qualità, il lettore non ti darà una seconda opportunità.

Sia Conan Doyle che Fleming ebbero grossi problemi con i loro lettori quando decisero di far “morire” i personaggi che li resero famosi. Come ti regolerai in tal senso?

Credo ci sia soltanto un modo per evitare questo tipo di problemi: scrivere. Scrivere al meglio delle proprie possibilità dando al lettore un personaggio altrettanto forte, altrettanto epico, che non dico arrivi a oscurare Biagio, ma quasi. Superarmi, migliorare, sono queste le ricette per reggere l’urto dell’addio. A resuscitare non devono essere i personaggi, ma lo scrittore. Deve rinnovarsi lo stile, l’originalità, e la vis creativa. È l’unico modo per andare avanti, altrimenti, senza più stimoli, non avrebbe senso continuare.

Veniamo al libro, adrenalina a fiumi ma anche tanta introspezione e soprattutto soliloqui da parte del protagonista. La tua vena shakespeariana ha preso il sopravvento?

Ho sempre visto un fortissimo legame tra tragedia classica e shakespeariana e il noir. Hanno molte cose in comune. Ho impostato tutta la serie come un dramma. L’evoluzione drammaturgica della storia era chiara sin dalle sue premesse. Prima di dirti addio è l’atto finale di questa tragedia noir.

California, Cina, Messico, Venezuela. Non solo la “Giungla” ma scenari globali. È forse un allargamento d’orizzonte a nuovi contesti?

Volevo mostrare come è cambiata la criminalità a livello globale. Come ogni decisione presa in un paesino della Calabria possa avere una ricaduta in Australia o in Cina. Le mafie hanno una visione del libero mercato da multinazionale. Questo molto prima che i “muri” iniziassero a cadere. Siamo in ritardo rispetto a loro di decenni. Il romanzo fa intravedere come queste persone giocano a scacchi con le nostre vite. La loro scacchiera è il mondo.

Diceva Don Vito Corleone che può più un avvocato con le sue pandette che 100 gangsters armati di tutto punto. Leggendo la tua opera possiamo sostituire la parola avvocato con broker finanziario. Confermi?

Alla fine è tutta una questione di soldi. Sempre. E se parliamo di business, di qualsivoglia business, la prima regola è sempre: proteggere il proprio investimento. Il broker ormai, più che far lievitare gli investimenti, viene utilizzato dalle organizzazioni criminali per far correre i soldi; per renderli irrintracciabili in vista di legislazioni sempre più rigide. Il broker imbottisce i soldi di steroidi e li fa correre per rotte sconosciute, in modo tale che sia quasi impossibile per gli inquirenti trovarli. Questo si può comprendere anche da una serie di “strani” omicidi avvenuti in ambito finanziario. Fino a qualche anno fa banchieri, commercialisti, broker e consulenti finanziari, erano al sicuro dalla violenza delle mafie e dei Cartelli della droga.

Oggi, invece, rischiano più loro che i “sicarios” sulle strade. Se vuoi danneggiare un’organizzazione criminale rivale non l’attacchi da un punto di vista militare, ma da quello economico. I soldati muoiono come mosche e puoi tranquillamente sostituirli in ogni parte del mondo, attingendo alla fauna delle strade e degli slum. I buoni broker, quelli a cui hai pagato l’università a Londra o in Svizzera, che hanno impiegato decenni a crearsi i contatti giusti con i quadri delle banche e i dirigenti dell’antiriciclaggio, no. Se vuoi mettere in ginocchio un Cartello della droga, ammazzi i contabili. Fermando i soldi, blocchi tutto il sistema.

El Cartel, ‘Ndragheta, Cosa Nostra nonché servizi e apparati statali. Non solo traffico di stupefacenti ma anche di altre “cosette”. Stavolta non ti sei risparmiato, anzi sotto certi aspetti il libro appare come un romanzo storico attuale. Hai voluto lasciare un segno “forte”?

Mi dispiace assistere agli sforzi vani e a volte i sacrifici anche di sangue dei tutori delle forze dell’ordine in quella che globalmente viene chiamata “guerra alla droga”, quando in realtà non si tratta altro che di una grossa messinscena in cui tutti, cittadini, poliziotti, spacciatori, consumatori, sono solo dei burattini inconsapevoli. La loro vita non vale nulla. Ogni buon spettacolo, per tenere alta la tensione dello spettatore e quindi dell’opinione pubblica, ha bisogno di sangue e violenza, ed è ciò che accade ogni giorno, per tenere in piedi questo teatro. Qualsiasi poliziotto ti dirà che il sistema è sbagliato. Ed è sbagliato alla base. Se si volesse davvero vincere questa battaglia, si dovrebbe rimettere in discussione il metodo dalle fondamenta. In realtà, da un punto di vista geopolitico, non si ha nessun interesse a vincere, bensì a continuare a tenere il gioco in stallo.
La guerra alla droga ha le stesse dinamiche interne della lotta al terrorismo, e viene strumentalizzata allo stesso modo. Non si tratta, nella loro essenza, di situazioni di emergenza, ma di modelli e sistemi economici occulti, paralleli, che generano una montagna di quattrini e non sto parlando dei soldi derivanti dalla droga… Sulla “lotta alla droga” si reggono interi Paesi, e buona parte dell’economia di un Paese civilizzato – qualsiasi Paese. Senza la droga, e la lotta che deriva dalla sua proibizione, molte nazioni collasserebbero da un punto di vista economico. La “guerra alla droga” produce più ricchezza di quella che la droga stessa genera. So che sembra un paradosso, ma se ci si ferma a riflettere è esattamente così.

Amore/Odio, Vendetta/Perdono, Peccato/Espiazione. Dicotomie ricorrenti nel racconto. Manca il pentimento, e non solo da parte del protagonista. Perché?

Perché, nonostante tutto, Biagio non riesce a rinnegare se stesso, le sue scelte, e il suo bisogno disperato di amore. Credo che sia questo a renderlo un personaggio così tragico: l’incapacità di riconoscere “chi” e “cosa” è diventato. Il pentimento deve necessariamente passare attraverso un processo di analisi, di autoconsapevolezza. Mettersi in discussione da questo punto di vista significherebbe ammettere di aver sbagliato tutto nella vita; e per Mazzeo questo vorrebbe dire morire.

L’inevitabile mancanza delle “pantere” sarà per te certamente dolorosa ma credo costituirà anche un grande serbatoio a cui attingere per i progetti futuri. Progetti che prevedono?

Sento l’esigenza di cambiare un po’ aria dal punto di vista del genere narrativo, quindi mi sto dedicando a diversi progetti che esulano dal noir, abbracciando altri generi come il thriller, il romanzo psicologico, e anche un saggio sul rapporto tra il Male e gli scrittori di narrativa noir: dove trovano l’ispirazione, e come si relazionano e affrontano i residui di violenza e malvagità in tutto il processo della scrittura. Sicuramente tornerò nel territorio narrativo che è stato di Mazzeo, ma adesso sento il bisogno di tirare un po’ il fiato e dedicarmi ad altro.

Grazie, Piergiorgio!

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